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Inizia oggi una collaborazione particolare e sentita: con Indias-Indies, una rivista che ci piace molto e che abbiamo conosciuto grazie a Miriam Hernández, una delle nostre traduttrici. A partire da questo mese troverete su inutile in traduzione italiana (e inglese) gli articoli che ci sono piaciuti di più tra quelli pubblicati da Indias-Indies, mentre i loro lettori troveranno i nostri pezzi tradotti sul loro sito. Noi siamo molto felici: e siamo convinti che lo sarete anche voi.

Si dice in giro che in questi giorni Asics e K-Swiss stiano litigando per brevettare un nuovo eccezionale modello progettato appositamente per scappare dai poliziotti durante le manifestazioni spagnole. Leggerissime e con una robusta suola di gel che ammortizza ogni tipo d’impatto, compreso quello dei proiettili di gomma dei poliziotti baschi, in questo 2014 avrebbero lo stesso successo che avrebbe avuto una seconda legislatura di Aznar. A quei tempi andavo al liceo e odiavo correre. Mi avevano bocciato per due anni consecutivi in educazione fisica. Mi bruciava la gola quando ci portavano al molo a trottare di primo mattino: il vapore che usciva dalla mia bocca era come il fumo degli elettrodomestici bruciati nel loro ultimo respiro. La mia tolleranza al dolore, così come la mia pazienza, erano al tempo quasi inesistenti: si chiama adolescenza. E poi, pensavo fosse ridicolo correre per sport quando la vita ci regala così tante occasioni nelle quali correre per necessità (e dunque, senza dolore, dato che l’adrenalina è magia). In quegli anni mi piaceva partecipare a eventi pro-ETA. Una precisazione: questa categoria era molto ampia; va dai concerti di musica hardcore in euskera alle manifestazioni contro la guerra in Iraq nelle quali qualche esaltato urlava Viva ETA e scoppiava un casino. Ogni evento pubblico poteva diventare un atto di esaltazione del terrorismo, pertanto l’agenda, oltre che imprevedibile, era molto varia. Bilbao era la palestra low cost più grande al mondo; non aveva senso correre sul tapis roulant, iscriversi a una corsa, correre per correre, cioè, per svago.

Ci sono voluti molti anni per far sì che mi dedicassi a una cosa così priva di senso e successe lontano dai Paesi Baschi. Abitavo in un piccolo paesino nel Sud Ovest dell’Inghilterra, nei pressi di una base militare. Il 90% degli abitanti erano soldati. Il mio capo era un tenente colonnello dell’esercito inglese. Aveva fatto parte della guardia reale e pranzavamo sotto una grande fotografia in cui salutava, con l’uniforme di rappresentanza, Sua Maestà la regina Elisabetta II. Mi raccontò che simpatizzava con la questione basca perché negli anni ‘80 aveva vissuto da vicino la ripresa delle violenze in Irlanda del Nord. Le sue parole esatte furono: “Mi inviarono a pacificare Belfast”. Mai avevo pensato che un verbo derivato della parola “pace” potesse suonare così bellicoso. Non c’era molto da fare in quel posto. Il treno per Salisbury, il nucleo di popolazione civile più vicino, costava quindici sterline. Il paesaggio di questa zona dell’Inghilterra è quello ritratto negli adattamenti dei romanzi di Jane Austen che realizza la BBC. Un sentiero sterrato attraversava questo scenario in maniera ininterrotta per i 15 chilometri che univano la nostra residenza georgiana con la base militare. Un pomeriggio misi il Cheddar in frigo, comprai delle scarpe di marca nel negozio della British Heart Foundation e cominciai il mio allenamento.

Quando penso a correre penso sopratutto al dolore. Alle irritazioni (ai piedi, alle cosce, nella parte interna delle braccia; anche le cuciture del reggiseno sono riuscite a procurarmi vesciche), ai muscoli sovraccarichi che diventano di pietra e sembrano distendere la pelle che li avvolge; alle contratture alla schiena dovute all’impatto sul terreno; a quella goccia di sudore che ti si infila nell’occhio e ti fa piangere. Ma penso anche all’Inghilterra; a quella volta che uscii di casa tremando dal freddo, in pieno inverno, e in cinque minuti mi ero scaldata e attraversavo sudando un paesaggio innevato; avevo invertito i termometri e magari stavo celebrando il Natale in California o nell’emisfero sud, dove in quelle date ricorrono spesso alla neve artificiale.
Quelle prime corse del 2011 duravano quaranta minuti e alla fine ero esausta. Testarda com’ero, nel 2012 mi ero abituata a sopportare un’ora sul tapis roulant. Di ritorno a Bilbao, l’anno dopo, tracciai un percorso lungo 10 chilometri esatti verso l’argine della riva, dal municipio fino al punto più estremo della penisola di Zorrozaurre dove la città smette di essere un grande simbolo architettonico della riconversione industriale e torna alle sue origini, torna a Detroit con tanta di quella classe e fascino. C’erano mostri marini a riva; palazzi abbandonati coperti di graffiti di un altro decennio; un’installazione artistica che denuncia la decrepitudine del quartiere con dei cartelli ironici che denominano “Parco giochi” un terreno abbandonato; vendita di figurine di marmo in un mercato inaspettato le cui bancarelle hanno dei tetti di lamiera; taverne come quelle che si trovano in un qualsiasi paesino di pescatori; un giardino giapponese improvvisato in una darsena. Dopo aver percorso questa curiosa geografia per un po’ di mesi, mi sentii pronta a iscrivermi alla mia prima corsa ufficiale e a ottobre riuscii a finire la mezza maratona notturna di Bilbao. Il mio numero di pettorina era il 4466.

Morale della favola/Appendice/Commento da libro di auto-aiuto:
In un mondo in cui non esiste il karma né sussistono le premesse della favola della cicala e la formica, mi dedico alle attività che seguono formule semplici come sforzo = ricompensa. Sono così semplici. I 15 chilometri che ho guadagnato tra il 2011 e il 2013 con perseveranza e spirito di autolesionismo sono la mia idea di giustizia poetica. Non c’è stato bisogno di un maestro zen bensì di un paio di scarpe per rassegnarmi a questa idea: che non ho il controllo – né aspiro ad averlo – su qualcosa che non siano i miei piedi.

(Pubblicato originariamente qui.)