Il Multiplayer per asociali

by Claudio Serena

Nonostante io sia un accanito giocatore di ruolo, cosa che per sua stessa definizione prevede l’interazione sociale con altri membri di un gruppo, ho un grosso problema con i MMORPG (Massive Multiplayer Online Role Play Game). Il mio problema è che odio avere a che fare con gli altri giocatori.

Che sia per offrire una resurrezione a chi è stato tanto avventato da avventurarsi in zone troppo pericolose per lui, o per la compravendita di qualche oggetto magico o, peggio ancora, chi insiste a tutti i costi per convincerti a unirti al suo party o alla sua gilda, non posso sopportare l’insistenza degli estranei, né tanto meno sopporto morire a causa delle azioni di qualcun altro.

Non è che non ci abbia provato. Ho iniziato con Silkroad, MMORPG gratuito Coreano del 2006 ambientato lungo la via della Seta. Aveva tutto: un’ambientazione orientale molto carina, armi tamarre… Era anche gratuito, cosa che me l’aveva fatto preferire a World of Warcraft, ma il mio amore per Silkroad durò poco. Come molti MMORPG gratuiti, in realtà, per giocare “bene” è necessario pagare, comprando crediti da usare in gioco per acquistare oggetti altrimenti introvabili. Questo era un problema, ma era un problema tutto sommato affrontabile, bastava andare con calma e pazienza. Quello che non potevo sopportare erano, ovviamente, gli altri giocatori.

Silkroad Online

Raggiunsi il punto di rottura durante una carovana. Essendo ambientato lungo la via della Seta, Silkroad prevedeva che le gilde affrontassero dei viaggi da una città all’altra, con mercanti e mercenari che dovevano riuscire a difendere la carovana e portare più ricchezze possibili da un punto all’altro. Il che voleva dire organizzare un gruppo di 15/20 persone che a un orario stabilito dovevano affrontare la missione insieme. Fallimmo tre volte di seguito perché c’era gente che si dimenticava se era mercante o mercenario, gente che non voleva consumare le sue pozioni, gente che semplicemente andava AFK (away from keyboard) e lasciava il suo personaggio in balia delle tigri mentre si faceva uno spuntino.

Lasciai la gilda, disinstallai il gioco e decisi che sarebbe stato meglio provare un gioco più famoso, in cui l’interazione con le altre persone non comportasse la morte del mio avatar.

Che io sapessi, l’unico MMORPG in cui era probabile che io non morissi era Second Life, di cui tutti parlavano, nel 2007.

Second Life

Second Life, in realtà, non è mai stato un MMORPG, non era nemmeno un gioco vero e proprio, era una specie di grande forum tridimensionale il cui scopo era essere il più bizzarri possibile, mentre qualcuno cercava di ricavare dollari veri dai Linden Dollars vendendo magliette, appezzamenti virtuali e offrendo servizi sessuali virtuali a pagamento.
Arrivai poco oltre la creazione del personaggio, cioè quando arrivò il primo messaggio non richiesto da parte di qualche sconosciuto che chiedeva se fossi maschio o femmina e se avessi una webcam.

Ero così deluso che decisi che forse l’unico modo per poter godere di un’appagante esperienza MMORPG fosse scegliere un gioco a pagamento. Installai World of Warcraft e creai il mio primo Warlock Non-morto.

World of Warcraft

La mia prima sessione a WoW durò non meno di 9 ore filate. Il sistema di gioco di Warcraft non lascia mai il personaggio senza una missione da portare a termine, c’è sempre qualcosa da uccidere o da portare a qualcuno o da recuperare in qualche rovina.
Mi sembrò di aver trovato l’Eden, la terra promessa, un mondo di infinite ore di gioco che mi avrebbero portato sempre più lontano dai murloc. Come potete immaginare, mi sbagliavo anche in questo caso.

Essendo World of Warcraft il titano dei MMORPG, c’è un limite a quello che un giocatore può fare da solo: alcune quest vanno affrontate con qualcuno. Dopo essermi spostato da un server PVP (Player versus Player) a un server PVE (Player versus Environment) per evitare una gang di giocatori russi che si divertiva a uccidere i personaggi di basso livello, arrivai al momento in cui Varimathras, un gigantesco demone che risiedeva nella capitale dei Non-morti sotto alle rovine di Lordaeron, mi chiese di unirmi alle forze che cercavano di assalire Wrathgate. Nel frattempo continuavo a ignorare le richieste di unirmi alle gilde o di unirmi a un party o di comprare qualcosa. Era di nuovo Silkroad!

Presi Bastone, spallacci e cavalcatura e abbandonai Azeroth per l’ultima volta, nella calda estate del 2008. Da allora mi sono sempre tenuto ben lontano da giochi Multiplayer, compresi gli sparatutto come Quake Wars e Unreal Tournament, in cui ragazzini di 10 anni sono macchine da guerra molto più feroci di me e mi chiamano Newbie, quando va bene.

Mi ci sono voluti quasi sette anni per trovare il gioco che mi desse la sensazione di giocare a un MMORPG senza dover odiare il resto del mondo. Conoscevo Kingdoms of Amalur: Reckoning perché la storia è scritta da R. A. Salvatore, uno dei più famosi autori di romanzi di Dungeons & Dragons e creatore di uno dei suoi più iconici personaggi, Drizzt Do’Urden.

Kingdoms of Amalur Reckoning-XBOX-360

Appena avviato, tutto mi ha ricordato World of Warcraft: l’estetica, le centinaia di quest che sembra impossibile possano terminare, le lunghe distanze da percorrere a piedi, i combattimenti rapidi e in un certo senso ripetitivi, gli alberi delle abilità, tutto insomma urla MMORPG. Eppure sono da solo, non ci sono nemici troppo forti che debbano essere affrontati da 25 persone contemporaneamente, non ci sono aste pubbliche di oggetti magici e non ci sono gilde che richiedono un minimo di ore di gioco settimanali, perchè è un gioco esclusivamente Single Player, senza nessuna possibilità di Multiplayer.

Kingdoms of Amalur è il MMORPG perfetto per chi, come me, si sente un po’ asociale.

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L’importante non è il viaggio, ma la mappa che usi

by Claudio Serena

Questa è una storia di molti anni fa, che forse non ho mai raccontato a nessuno. Ho appena scoperto che Diablo è stato liberato dalla sua prigione di cristallo e sto per avventurarmi per la prima volta nelle catacombe di Tristram. Non ci sono luci se non poche torce lungo le pareti e l’unico sopravvissuto dell’avanguardia che ha cercato di esplorare queste rovine è morto tra le mie braccia, svelando il tradimento dell’arcivescovo Lazarus, che ha liberato altri demoni nelle catacombe, tra cui il Macellaio.
Mentre mi avventuro tra le tombe sotto la Cattedrale cerco segni del passaggio di questo demone sadico, per evitare che la mia testa venga tagliata di netto dal mio corpo con un singolo colpo di mannaia. Non esistono mappe di questi caotici cunicoli, o almeno così penso, e spesso un rumore improvviso mi rivela per il codardo che sono e corro verso l’uscita.

Diablo_menu

Ogni volta che rientro mi perdo nuovamente nelle tenebre, da cui pare non esserci altra uscita che le scale che portano al villaggio, fino a quando non sento la sua voce.
“Ah, carne fresca…”
Il sangue mi si congela nelle vene e faccio solo in tempo a lanciargli una palla di fuoco che lascia il Macellaio praticamente intonso, prima di correre nuovamente verso la salvezza. Un’azione molto sciocca, perchè una volta tornato di sotto mi rendo conto di non avere una mappa e di non avere idea di dove avessi incontrato quel mostro sanguinario.

La mia prima avventura nelle catacombe fu terribile, ma scoprii, dopo aver sconfitto il Macellaio, di poter visualizzare una mappa delle catacombe, che a ogni nuova partita venivano generate a caso. Da allora, per quanto spaventosi fossero i mostri che dovevo affrontare, sapevo sempre quali fossero le zone sicure e dove fossero i nemici più forti. Non avevo più paura.

Mi ricordo di un’altra volta, quando mi sono perso nelle rovine di Niryastare, nella zona a nord-ovest rispetto a Kvatch. Alcuni orchi mi avevano spinto troppo in profondità e per sfuggire ad alcuni spettri scivolai in una zona da cui non sapevo come uscire.
Per mia fortuna avevo una mappa delle rovine e in poco tempo sono riuscito a tornare sui miei passi, abbastanza silenziosamente da non risvegliare altri morti.
Senza mappa e bussola sarei probabilmente rimasto bloccato fino a quando spettri e scheletri non avrebbero avuto la meglio su di me, ma sono strumenti così dati per scontati che non ho ringraziato gli dei della cartografia, nè tanto meno il buon Tolomeo, senza cui oggi non avremmo probabilmente così tante mappe.

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Ogni mappa non parla di una zona, ma racconta una storia ben precisa. Le mappe sono vitali per spostarsi attraverso grandi distanze come in Dragon Age o in Fallout, ma sono anche necessarie per decidere quale tattica usare in battaglia.

Se non avete mai provato ad assaltare una città messicana presieduta da terroristi con una piccola squadra di soli quattro uomini, forse non vi renderete conto dell’importanza tattica di una mappa satellitare del posto, ma se anche una sola volta avete accompagnato la squadra Ghost in missione sapete che per sopravvivere l’unico modo è sapere esattamente dove poter piazzare un cecchino e quali strade evitare per non essere scoperti dalle pattuglie.

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Non mi sono però reso conto fino in fondo nemmeno io quanto le mappe fossero diventate lo strumento più importante per la mia sopravvivenza fino a che non mi sono trovato circondato da necromorfi e unitologisti su Tau Volantis.
Immersi nella neve fino al ginocchio, la temperatura corporea in rapido calo e la visibilità ridotta quasi a zero a causa di una bufera di neve: l’unico modo per salvarsi è sapere dove andare… e andarci presto.
Peccato che nessuno abbia mai mappato questa palla di ghiaccio e che l’unico segnale sia la bussola che mi indirizza verso il più vicino edificio.
In quel momento, avanzando controvento con la pistola puntata al terreno, senza la certezza che il bivio che ho scelto fosse quello giusto, ho solo desiderato una mappa.
Non ho desiderato che la bufera si calmasse o che i miei compagni riuscissero a trovarmi. Non ho nemmeno desiderato che quest’incubo finisse e che potessimo tornare tutti a casa. Ho solo desiderato sapere dove fossi e quanti metri ci fossero tra me e la salvezza.

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Non c’è paura più profonda di quella di essersi persi.

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Una cosa è leggere dei draghi e un’altra è incontrarli

by Claudio Serena

Da piccolo i miei genitori mi raccontavano storie di draghi nobili, pronti a donare il proprio cuore a chi ne avesse bisogno e a difendere il regno dalle forze del male, ma si sbagliavano. I draghi, quelli veri, sono come raccontano le antiche leggende: esseri crudeli e intelligenti che provano piacere nel caos e nella distruzione.

Su una cosa però le storie che leggevo da piccolo avevano ragione: a volte il cuore di un drago viene dato a un eroe. Io sono l’Arisen, e mentre nel mio petto batte il cuore di un mostro, il mio batte sotto le sue scaglie.

Io, Krubal e i due mercenari che ci stanno seguendo abbiamo dato la caccia a Grigori per quattro mesi prima di riuscire a trovarlo, sulla cima del Monte Impuro. Il viaggio per arrivare qui da Gran Soren è stato lungo, difficile, alcuni compagni non sono più tra noi e anche noi siamo deboli e stanchi, prossimi alla fine. Read More

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Le decisioni giuste vengono dall’esperienza, l’esperienza viene dalle decisioni sbagliate

by Claudio Serena

Senza saperlo, mi ero innamorato dei giochi di ruolo ancora prima di prenderne in mano uno.
Era il 1994, credo, e sul 386 di casa avevo appena installato Indiana Jones and the fate of Atlantis. A quel tempo divoravo qualunque avventura grafica, meglio se della Lucas Arts, in pochi giorni e Indiana Jones si rivelò una delle più ostiche. La cosa che mi costrinse a rigiocarlo più volte fu scoprire che, con mio immenso stupore, c’erano ben tre finali diversi, che seguivano le scelte fatte nell’ultima parte del gioco, quella ambientata, appunto, ad Atlantide.

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Per parlare di Dungeon World, tira +CAR

by Claudio Serena

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La prima volta che ho giocato a un vero gioco di ruolo è stato qualche mese dopo aver comprato in un piccolo negozio di Brescia Baldur’s Gate. Avevo letto e riletto il manualetto delle regole allegato al gioco e l’idea di poter fare il mio proprio personaggio con una sua storia decisa solo ed esclusivamente da me mi affascinava.

Il mio allora professore di storia e filosofia si offrì di far provare a me e ad alcuni amici la prima edizione di Dungeons & Dragons, dalla cui versione Advanced era preso proprio Baldur’s Gate. Fotocopiò quindi per me e gli altri volenterosi tutto il contenuto della famosa Scatola Rossa, in modo che potessimo leggerlo e  iniziare a capire bene le regole, per spiegarle a chi non aveva tutta quella passione. Lui avrebbe fatto il Master per il nostro folto gruppo (eravamo addirittura in 7, numero che da allora ho capito essere eccessivo per una buona partita.) e quindi ci ritrovammo nel sud del Granducato di Karameikos, per la precisione nella baronia dell’Aquila Nera. Read More

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Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti

by Claudio Serena

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Ok, ho un problema con gli RPG e ne ho uno ancora più grande con le escursioni virtuali. Purtroppo con i JRPG non riesco mai a soddisfare le mie ambizioni geografiche per un motivo molto semplice: è impossibile godersi in tranquillità una gita verso la Torre di Cristallo se ogni 10 passi vieni interrotto da qualche incontro casuale.
Per questo in genere sono molto restio a comprare giochi di ruolo giapponesi, perché odio il grinding e voglio potermi prendere il tempo che mi serve per esplorare senza dover ripetere miglia di volte lo stesso identico combattimento.

Due anni fa era appena uscito in Europa Xenoblade Chronicles ed era impossibile trovarlo nei negozi, perché era andata esaurito quasi subito. La Monolith Soft, che aveva già prodotto due Xenosaga, due Robot Wars e uno spin-off di Final Fantasy VII si era ritrovata tra le mani un gioiello che ripagava i 5 anni di programmazione che sono stati necessari per completarlo. Read More

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Il mio miglior amico si chiama Morte e non ha un corpo

by Claudio Serena

Il mio ben noto amore per i giochi di ruolo è iniziato un pomeriggio di luglio del 1998. Io e un mio compagno di classe stavamo passeggiando in via Trieste a Brescia e mentre passavamo davanti a un negozio di videogiochi che ormai ha chiuso da parecchi anni, l’occhio è caduto ad entrambi sulla stessa scatola, che ho ritrovato ancora intatta l’altro giorno mentre riordinavo la soffitta: era Baldur’s Gate + Tales of the Sword Coast in edizione deluxe. Il giorno seguente, dopo aver recuperato abbastanza soldi dai rispettivi salvadanai/conti in banca, ci siamo fiondati in due a comprarne una copia ciascuno.

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Final Fantasy: A MMORPG Reborn?

by Claudio Serena

Prima che ve lo chiediate, la risposta che troverete in fondo a questo articolo è: Meh!

Ma partiamo da più indietro. Ho conosciuto Cloud Strife nel 1993, a casa del mio solito amico che aveva la Playstation e che aveva comprato Final Fantasy VII.
Era il primo episodio della saga della Square che mi capitasse tra le mani, nonchè il primo vero JRPG a cui avessi giocato. Diamine, era il primo RPG in generale.
Non sapevo niente sui precedenti 6 capitoli, di cui solo alcuni erano in realtà arrivati in Occidente, ma Final Fantasy VII aveva tutto quello che si potesse chiedere: una trama complessa, personaggi molto diversi tra loro, magie, statistiche, armi gigantesche, oggetti da raccogliere e tutte quelle cose che fanno della serie di Final Fantasy una serie e non un insieme di giochi completamente separati gli uni dagli altri: gli Antichi, i cristalli, le musiche, i Chocobo…

E qui arriviamo al primo punto di Final Fantasy XIV: A realm reborn: è esattamente quello che ci si aspetterebbe dalla serie. Intendo dire che la musica con cui si viene accolti è il classico Title Theme che ricordavo da FF7 (e 3, 4 ecc…). E per non destare dubbi sulla Final-Fantasyosità di A realm reborn, dopo aver creato il proprio personaggio c’è un filmato introduttivo in cui troneggia un gigantesco cristallo, un elemento ricorrente di Final Fantasy. Read More

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La paura più antica è quella dell’Ignoto

by Claudio Serena

Ricordo esattamente la prima volta in cui ho avuto paura. Paura vera, di qualcosa che non esiste. Era estate, i miei genitori erano fuori e io ero a casa con mia sorella e il suo ragazzo. Avevo 10 anni, mia sorella ne aveva 8 in più e il piano per la serata era lasciarmi guardare qualcosa in televisione mentre lei e il suo ragazzo se ne stavano tranquilli senza di me in camera loro. Quella sera, su Italia 1, davano Aliens, o come molti hanno imparato a conoscerlo, Alien 2. Non potevo certo rinunciare a guardare qualcosa che non avrei potuto e per essere sicuro che mia sorella non venisse a interrompere la mia visione me ne stavo con la luce spenta. Ricordo mia sorella passare davanti al salotto per andare a prendere da bere in cucina e chiedermi se andava tutto bene mentre i facehugger correvano sul pavimento del laboratorio medico della nave e ricordo di non essere riuscito a rispondere se non facendo cenno con la testa, senza staccare gli occhi dallo schermo per paura che un facehugger scappasse dalla nave e si nascondesse sotto il divano di casa.
Non ho dormito più di 30 minuti consecutivi per una settimana, ma quella sera mi sono spaventato così tanto che nessun film horror mi ha più spaventato da allora. Nemmeno il fottuto Pennywise di It mi ha causato il minimo sconquasso. Read More

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Grandi responsabilità – Ovvero perché alle 2 di notte devo assolutamente finire di salvare il mondo

by Claudio Serena

Non gioco a giochi di macchine, di simulazione e raramente mi sollazzo con casual games che richiedano meno di 40 minuti minimo per iniziare a divertirsi. Allo stesso modo non gioco in multiplayer, ad eccezione di quel tipo di multiplayer per cui uno ha in mano il controller e i suoi amici guardano lo schermo e gli urlano “Attento!”, girati girati girati!” come facevamo da piccoli.
Quando gioco devo sentirmi come Kenshiro che da solo deve attraversare un continente e salvare (o uccidere, dipende dal gioco) tutti quelli che si trovano sul suo percorso.

Non importa che siano giochi di ruolo, action/platform o strategici, io sono sempre il solo che possa fare la differenza ed è mio dovere raddrizzare più torti possibile prima di salvare ed uscire dal gioco.
È una grave sindrome a metà tra la crocerossina e il supereroe, probabilmente dovuta allo zio Ben e alla grande quantità di fumetti che leggo, che mi porta a trasformare una veloce partita in una maratona notturna di tre ore, alla fine della quale non sono sicuro di avere già premuto il tasto “salva” perché mi sto praticamente addormentando col controller in mano. Read More

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