Intervista a Vanni Santoni

by Federico Di Vita

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È da poco stata inaugurata la collana Solaris di Laterza, la proposta è quella di “una saggistica che desidera cogliere un sentimento della realtà attraverso la qualità letteraria”, con “la disponibilità a ragionare intorno a esperienze e a stati d’animo incerti e sfuggenti”. Uno dei quattro titoli chiamati a battezzare la nuova serie è Muro di casse, di Vanni Santoni. Aprendo il suo profilo Twitter lo si può osservare da circa un mese rimbalzare come un vettore impazzito intento a presentare due, tre, quattro volte al giorno il volume in diverse città d’Italia. È proprio il caso di dire quindi che l’abbiamo intercettato – e costretto – a Firenze a una lunga chiacchierata, che prendendo spunto dai temi del libro ci ha portato a parlare delle “feste” – quelle che la stampa impropriamente definisce rave –, della musica tekno, delle droghe – psichedeliche e non –, e dei rapporti con una diversa percezione dei luoghi e del tempo.

Partiamo dall’inizio: l’epigrafe (Nel mondo divenuto oscuro, voglio battere il tamburo che non è segno di morte, di Siddhartha Gautama) te la sei inventata?

[ride] No, è vera, l’ho trovata in un libro edito da Fazi che tracciava un parallelo tra le figure di Buddha, Confucio e Gesù. E lo faceva senza preoccuparsi troppo di citare le fonti, quindi magari la frase di quel libro è inventata, però quest’epigrafe viene da lì.

Riguardo alla forma nelle prime pagine dichiari che il libro è un romanzo – se ci pensi è una cosa singolare, di solito è un fatto autoevidente, non a caso questo è un romanzo molto ibrido, che esibisce con insistenza le fonti – quello che mi sono domandato da subito è se non ti sarebbe convenuto andare fino in fondo e scrivere veramente un romanzo. 

L’ostensione delle fonti penso che abbia a che fare con il tipo di cose che può offrire un libro oggi, in un contesto di rete. Si vagheggiava una volta di ipertesti, oggi c’è l’ipertesto totale, a parte delle sacche di dark-web tutta la rete è collegata in un enorme ipertesto, parti da Wikipedia e puoi navigare milioni di ore… Questo cambia il rapporto con l’informazione e, soprattutto, rende in partenza fallace la pretesa di un libro di essere esaustivo. Di qui viene l’ostensione delle fonti e l’utilizzo di appendici in parte vere in parte fasulle, scritte ad hoc, che diventano come porte aperte attraverso le quali il lettore può approfondire la questione per cazzi suoi. Più che della volontà di fare un ibrido questo dipende dalla considerazione di dove va a posizionarsi un romanzo oggi. Secondo me internet ha fatto scomparire la necessità della manualistica o del saggio divulgativo, oggi il libro tende a posizionarsi come una sorta di prisma che filtra, seleziona, offre possibili letture e fa da sponda a ulteriori letture del lettore.

In ogni caso essendo un romanzo saremmo in un territorio di finzione – ma comunque vicini al grado zero, visto che il motore del libro gira grazie alla raccolta di dati e agli incontri di un personaggio che vuole a sua volta scrivere un romanzo, un meccanismo che se non sbaglio avevi già impiegato. 

È vero, è la stessa struttura che insieme a Salimbeni abbiamo usato per L’Ascensione di Roberto Baggio, avevamo scritto testi molto eterogenei e per rispondere al dilemma di come metterli insieme siamo arrivati alla conclusione che l’unica forma in grado di accoglierli in modo organico fosse una struttura antica, quella dei Racconti di Canterbury o del Decameron. Muro di casse ha la stessa intelaiatura, magari giocata in modo meno ingenuo, più aderente. Poi c’è una piccola chiave, in quella specie di prologo cui accennavi ci sono dei personaggi che si svegliano, tra cui la voce narrante e il primo dei protagonisti, Iacopo, che dice a Melusine, la sua ragazza – sostenendo l’impossibilità di fare un lavoro documentale su un contesto di sbottati – “Vai da quello, e indicò un tipo svenuto di ketamina, una decina di metri sotto di voi, un lurido bancale per cuscino, e chiedigli di darti una mano […] fai prima a sdoppiarti in tre o quattro e intervistarti da solo”. Questa è una possibile lettura: volendo i personaggi potrebbero non essersi mai spostati da quel divano. Potrebbe essere una cosa tipo Allucinazione perversa [Jacob’s Ladder, n.d.r.], in cui tutte le visioni erano ciò che il protagonista immagina mentre sta morendo…

Temo che avresti dovuto dare una spia un po’ più concreta di questa possibilità, per sostenerlo…

In realtà questo sistema è nato dopo. Il primo nucleo è cresciuto intorno alla messa in forma di romanzo di tutta la ricerca fatta sulla spedizione dei Desert Storm in Bosnia durante la guerra nell’ex-Jugoslavia. Il secondo nucleo viene da un gruppo di testi, abbastanza eterogenei, che costituiscono la parte più vivida del primo capitolo, quindi i teknival in Valdarno, la festa ad Altopascio, con brani anche poetici. E poi, un po’ faticosamente, il libro è arrivato a comporsi intorno a quest’idea della voce narrante esterna che non è nata tanto per fare questo romanzo-non-romanzo ma perché mi serviva una sponda per il pezzo di Cleo [la parte centrale del libro, n.d.r.], dove vengono proposti diversi estratti da testi di musicologia, antropologia e quant’altro, e quei passaggi, se non ci fosse stato un personaggio a dialogare con chi parlava, sarebbero stati molto ostici e anche pallosi. Poi di conseguenza è venuto il prologo e il libro ha preso questa forma.

Nella seconda parte c’è tanto materiale, è quasi come se avessi sentito il bisogno di legittimarti. Esistono molte fonti riguardo la musica, le droghe, l’antropologia… ma sono testi specialistici, invece qui ti rivolgi a un pubblico ampio, da varia. Personalmente non ho notizia di altri libri sulle feste e a volte ho avuto come la sensazione che volessi mettere un po’ le mani avanti, come se dicessi occhio che ’sta roba esiste, c’ho le prove.

È vero che a volte Muro di casse è una tempesta di dati molto concentrati, a volte ho fatto la scelta di condensare roba che avrebbe potuto generare più pagine di testo. Ed è vero che non esiste un romanzo, ma non esiste neanche un saggio onnicomprensivo, esistono dei testi che analizzano le scene locali, dei libri che trattano determinati aspetti ma non il fenomeno in quanto tale. Penso che questo derivi dalla necessità di aggredire molto violentemente vent’anni di narrazioni fasulle. È chiaro che esistono anche degli ottimi paper specifici sul mondo della psy-trance, ma sono studi accademici e usano categorie sociologiche. Invece nel momento in cui scendi in un territorio più ampio, ti scontri con una massa di pregiudizi. La musica tekno, una delle tante forme di musica senza testo, come la musica classica, viene presentata come un tunz-tunz da rincoglioniti, come una cosa ripetitiva e soprattutto stupida – potrei dire la stessa cosa di Bach: è ripetitivo, usa la ricorsività quanto la tekno, ed è tutto uno zàn-zàn-zàn… Di queste banalizzazioni è pieno il mondo del dibattito sull’arte, quanta gente ha detto che Mondrian è una tovaglia? Sulle droghe invece, essendo un argomento tabù, c’è una pregiudiziale. C’è stata una narrazione, ormai di mezzo secolo, che sta cambiando solo ora e che le ha appiattite verso l’alto – questo tra l’altro è interessante. Esclusa la canapa, che a causa della sua enorme diffusione ha sempre difeso il suo status di droga leggera, se fino a pochissimo tempo fa chiedevi a una persona qualunque di collocare in una scala di pericolosità gli psichedelici, come l’LSD o i funghi, o gli entactogeni, come l’MDMA, per non parlare di oggetti misteriosi e di difficile categorizzazione come la ketamina, senz’altro avrebbe appiattito tutto verso cocaina ed eroina. Invece da un punto di vista tossicologico, farmacologico, di assenza di dipendenza e via dicendo, queste sostanze sono per lo più vicine alla canapa, anche se ovviamente c’è una differenza sostanziale: l’enormemente maggiore intensità degli effetti – non è the, evidentemente, anche se i “danni” provocati sono vicini a quelli del the. È una conseguenza anche logica quella di associare al maggior effetto una maggiore dannosità, ed è anche per questo probabilmente che in molti ambienti la pericolosità della cocaina è sottovalutata. È un righino, tipo un caffè ma più buono… e invece anche quella riga di coca fa molto più male delle otto ore di viaggio che puoi fare mangiando i funghi.

Visto che siamo passati alle droghe mi vengono in mente i clamorosi paradossi legislativi tuttora vigenti. Succede per esempio che sotto gli effetti della ketamina – che rendono sostanzialmente immobili, rapiti da un’esperienza extracorporea – per la legge italiana si potrebbe guidare. 

È chiaro che c’è sempre stata una scarsissima reattività del sistema rispetto a queste cose. Tutto è sempre stato gestito in modo arbitrario seguendo le isterie del momento: pensa a quello che è successo con la salvia divinorum. La salvia divinorum è una sostanza stranissima, che arriva dagli altopiani dei Mazatechi, neanche i teorici sono sicuri se sia possibile categorizzarla come uno psichedelico, ha degli effetti proprio singolari, di fatto è una droga con un bassissimo potenziale di abuso, si fuma e si ha un minuto di allucinazioni violentissime, poi basta. Questa roba veniva venduta negli smart-shop, i ragazzini la compravano soprattutto perché era legale, a volte ne rimanevano terrorizzati, perché può scaraventarti in un mondo assurdo e non appena entrò nel radar dei giornali cominciarono subito a titolare cose come è arrivata la salvia allucinogena – e in breve in tutta Europa venne dichiarata illegale senza che nessuno facesse un’analisi tossicologica. L’unico paese che la fece, ma solo dopo averla resa illegale, fu la Danimarca. Lo studio concluse che era completamente innocua, ma comunque non venne ri-legalizzata. Questo ci dice qualcosa, c’è un’azione a priori credo legata a un principio di utilità attesa: anche se innocua la salvia divinorum non è stata ri-legalizzata perché una roba che genera allucinazioni è meglio che sia illegale – siamo in una società che le questioni del sogno, del delirio e della visione le ha definitivamente marginalizzate.

Pur essendo passati quasi vent’anni dal periodo d’oro delle feste in questi mesi, per quanto riguarda le sostanze, assistiamo a un’evidente apertura, addirittura da parte dei media mainstream, oltre che a una rinascita degli studi medici intorno al tema, te lo aspettavi?

Si potrebbe dire era l’ora, visto che questi contenuti sono stati relegati in ambito contro-culturale per decenni. Già negli anni Sessanta che l’LSD non faceva male alcuni studi governativi lo sapevano, e che la canapa non facesse niente è sempre stato sotto gli occhi di tutti. Ma le forze che determinano la percezione pubblica delle cose sono molto potenti e penso che il ruolo delle controculture nel portare la fiaccola della psichedelia sia stato importante, e probabilmente se non ci fosse stato un nuovo linguaggio, la tekno, una musica che si rapporta con la tecnologia digitale assicurando un appeal che dei vecchi barbogi con i sandali non potevano più avere – lasciare gli acidi e tutto quel campionario di sostanze a esclusivo appannaggio dei figli dei fiori non le avrebbe portate lontano: ciò che resta di quel movimento – per quanto bene gli si possa volere – è il residuo di una nicchia ormai grottesca. Figlia di un immaginario che non è più in grado di parlarmi.

È vecchio di cinquant’anni.

Per questo il fatto che qualcosa di nuovo abbia riportato la psichedelia in campo è stato importante, ma non bisogna essere ingenui, la tekno ha solo agevolato un altro processo molto più potente. Internet ha messo a disposizione di tutti informazioni prima non rintracciabili. Mi ricordo che al liceo andavamo a scartabellare dei vecchi libricini di Stampa Alternativa con le interviste a Hofmann che erano davvero l’unica cosa ad avere un barlume di verità rispetto a questi temi, libretti che consultavamo come tavolette babilonesi – perché mancava tutto il contesto intorno. Qualche altra spia arrivava dalla musica: sapevi che ai Beatles all’altezza di Rubber Soul era successo qualcosa. Intuivi un cambiamento nei Grateful Dead, ma il contesto mancava. Invece con internet e con siti www.erowid.com o anche come Wikipedia è tutto diverso. Se vai lì e cerchi informazioni sull’LSD le trovi, magari non eccelse, ma infinitamente migliori di quanto potessi trovare in qualunque libro negli anni Ottanta. Si è sviluppata una nuova consapevolezza dei danni, inoltre il fatto che internet sia stato usato sempre più come fonte, ha fatto sì che anche il giornalista più bieco, che prima si sarebbe fermato al suo pregiudizio, ora si affidi a Wikipedia trovando notizie vere. Se prendi il peggior ragazzino che va alle feste sa cos’è l’MDMA, perché l’ha letto in rete. Se lo prendevi nel ’92 e gli chiedevi che roba era, ciao. C’era gente che pensava che fosse amfetamina tagliata con morfina… uno stimolante e un narcotico, sarebbe stato nocivissimo, potenzialmente mortale [ride].

vanni

Torniamo al libro, la prima parte è scritta con un passo quasi da letteratura di viaggio, e innestati nei viaggi veri e propri c’erano i free party, i rave, e anche i viaggi psichedelici ovviamente – ma l’andamento segue quello di alcuni viaggi fisici: Candasnos, Pratomagno, Altopascio… Parallelamente è come se avesse luogo uno scontro di civiltà, o meglio si assiste al rifluire di una sottocultura tra le macerie di una cultura dominante andata oltre i suoi limiti. 

Riguardo alla mappatura dei luoghi un esempio radicalissimo è la questione di Beauvais. Il primo grande raduno tekno è stato fatto lì, il fatto micidiale è che tutti sono stati a Beauvais. Perché Beauvais è il posto dove c’è l’hub aeroportuale Ryanair per Parigi, chiunque va a Parigi con un volo low cost va lì, ma naturalmente non si ferma, va a Parigi. E invece i teknusi fanno proprio una festa a Beauvais, per cui diecimila persone vanno proprio a Beauvais – non a Parigi che è lì accanto ed è la principale destinazione turistica al mondo. Questa ri-mappatura della periferia, sia all’interno della città che all’interno del continente, è interessante e si inseriva nel momento di transizione tra il turismo dei treni e il turismo degli aerei, quasi come un ultimo anelito verso la riappropriazione della terra.

Una cosa che mi ha colpito sono gli scenari post-atomici che descrivi, luoghi in cui avvengono epifanie capaci di ridare vita alle rovine della società industriale. A un certo punto un personaggio copia la tabella che si trova all’ingresso del tunnel della Manica, dice che il tunnel è usato al 30% delle aspettative iniziali – il tipo di economia che prevedeva quegli spostamenti è scoppiato e, non a caso, c’è un mondo resiliente che ridà vita alle macerie di un’epoca industriale esausta.

Il rapporto tra tekno e società industriale è centrale, non solo la free-tekno si è evoluta andando a occupare questi gusci lasciati vuoti dal capitale novecentesco, se ci pensi Derrick May – l’inventore della techno col ch, quindi non ancora tekno con la k, che è la sua versione più artigianale, autogestita e brutale – viene da Detroit, la città per antonomasia del fordismo nonché dell’abbandono. Oggi Detroit è quasi una città fantasma, è stata interamente in bancarotta, si è spopolata, il sindaco vendeva le case a cinque dollari… La techno è nata in seno a una società industriale in decadimento, e la free tekno, che ne è l’avanguardia, si appropria di questi enormi rifiuti – uno dei paradossi tipici delle feste era il fatto che spesso il giorno dopo leggevi sul giornale i raver hanno lasciato… e c’era la foto di tre sacchetti dalla spazzatura e due bottiglie in terra – intorno c’era un edificio di tre piani in amianto – e quello, chi l’ha lasciato?

Ma che rapporto c’è tra tekno e industrie abbandonate, la consonanza estetica è casuale o cercata?

Immagino che alcune cose si affermino per una sorta di casualità darwiniana: è emersa la tekno perché aveva una cogenza e un’aderenza simbolica a determinati fatti. Non esiste un teoreta che ha detto adesso andremo a portare la tekno che è ritmata come le industrie fordiste all’interno di industrie smesse per un discorso di riappropriazione politica… è più una serie di casualità e contingenze che hanno fatto emergere una cosa più potente simbolicamente rispetto ad altre. Così come probabilmente oggi, col Novecento alle spalle e in piena società post-industriale, la produzione degli oggetti che usiamo non avviene più qui… – ti faccio un esempio, il posto dove sono nato, Montevarchi, è una città industriale dalla fine dell’Ottocento, quando andavo a pescare nei ruscelli lì intorno sembrava di essere sulle rive di un fiume uscito da Kenshiro, c’erano solo cespugli malsani, i pesci erano rari e via dicendo; se vai ora su quegli argini trovi gli aironi, sono diventati bellissimi, ci sono alberi lussureggianti, passano i germani reali e le farfalle colorate, che è successo? Che tutte le industrie hanno chiuso – e forse il fatto che oggi come controculture siano molto forti la goa e la psy-trance, che hanno delle componenti di veganesimo, ecologismo radicale e una spiritualità quasi panteistica, secondo me deriva dalla contingenza che la tekno era, e rimandava, alla pura post-industrialità, mentre ora siamo in una fase di post-post-industrialità e andiamo verso un set di contenuti nuovi.

Tu dici che le feste sono la migliore espressione della nostra generazione, dal punto di vista anche artistico. È un’affermazione forte, come rispondi a chi la contesta?

Il personaggio dice “la cosa più importante fatta dalla nostra generazione, prendila come vuoi” – questo offre anche la sponda a un conservatore di dire la cosa migliore che avete fatto son delle festacce, può essere letta in due modi. L’altro giorno una giornalista dell’area tirrenica, ripensando a quella festa di Altopascio di fine 2007, mi diceva: dobbiamo renderci conto che è stata l’evento culturale più importante dell’intera storia del paese. Che forse è buffo, però è una verità incontrovertibile: Altopascio è una piccolissima città di provincia, il meglio che poteva fare era la fiera del lesso e se venivano tre persone da Pisa era il massimo, un evento per cui arrivano 7000 persone da tutta Europa è una cosa che va al di là delle possibilità di Altopascio, no? Lì per lì non riuscivano neanche a rendersi conto di essere stati quasi benedetti da una cosa che non avrebbero potuto mai fare, la reazione fu la solita: un misto di preoccupazione per la viabilità e l’ordine pubblico e un po’ d’isteria, nemmeno tanta perché gli abitanti del luogo si sono dimostrati tolleranti, il sindaco mandò anche una cisterna d’acqua.

Il fenomeno delle feste è legato da una parte alla cultura europea e dall’altra a territori periferici. Non a caso tu, essendo dell’area fiorentina, hai usato molti toscanismi, una scelta che a qualcuno potrà sembrare spiazzante. 

La ragione per cui ho centralizzato la Toscana è il banalissimo motivo che porta anche Philip Roth a finire sempre a Newark, il tuo luogo è un punto d’osservazione privilegiato, non solo perché lo conosci ma anche perché al tuo luogo sai applicare bene i filtri. Partendo da qui posso fare dei salti e andare a osservare facilmente anche Beauvais o Odessa. Se osservi la mappa che c’è all’inizio di Muro di casse vedi che è come se ci fosse un movimento a spirale che comincia da qua, fa un primo giro un po’ più largo e poi si allarga fino ai confini dell’Europa.

Riguardo alle reazioni impacciate, inadeguate che ha la società nei confronti di questi eventi ho trovato nel testo un esempio tanto felice quanto delirante, quello della legge che regolamentava il jazz da parte del ministero della cultura nazista (Le cosiddette composizioni jazz non devono contenere più del 10% di ritmi sincopati; il resto deve essere composto da un naturale movimento legato … l’andamento non deve andare oltre un certo grado di allegro, commisurato al senso ariano di disciplina e moderazione). Ma la verità è che anche oggi il racconto della stampa è distorto. In realtà le feste sono luoghi dove in fondo non succede niente, la gente balla, certamente drogata ma da droghe che tranquillizzano – se vogliamo dirla in modo banale. Il confronto con altri fenomeni di massa, più violenti ma innestati nel tessuto sociale, è sorprendente: pensiamo per esempio alle partite di calcio.

Una volta parlavo di feste con un mio amico che lavora in un ministero, mi lamentavo della persecuzione che subiscono… Lui mi disse ma che controcultura le feste vengono perseguitate perché sono gratis. Per lui era molto chiara una questione, quello che veramente rendeva le feste indesiderate era la loro gratuità: gli ultras sono funzionali rispetto a un sistema economico attorno a cui girano miliardi, di conseguenza si può tollerare se saccheggiano un autogrill, fanno casino o, anche, si uccidono. Se le stesse cose succedessero a una festa, diversamente, ci sarebbe un’immediata persecuzione. Pensa al modo in cui gli ultras si permettono di trattare gli sbirri, se arriva la polizia a un rave la gente va subito a mediare, non inizia a urlargli lo scemo col casco blu. Semplificando: il punto è se sei antisistema o no, e nella nostra società turbo-capitalista essere pro o contro il sistema riguarda il tuo modo di porti rispetto alla questione economica. A questo si aggiunge il rapporto col tempo, la free-tekno (o il free-party, non è importante che musica ci metti, esistono anche free-party goa) rompe il tempo del divertimento, che fin dal secondo novecento è piuttosto ampio, la gente tendenzialmente ha la sera e i fine settimana liberi – rispetto ad altre epoche è molto, ma rimane comunque funzionale al tempo del lavoro, anzi è stato un tempo in parte conquistato ma in parte liberato dai padroni del vapore per ottimizzare l’efficacia – lo schiavo rende meno del lavoratore soddisfatto. È chiaro che un teknival che dura una settimana, o anche dieci, undici giorni – c’è stato un festival in Inghilterra che è durato quattro mesi, non se ne andavano più… – rompe anche questo. Già la durata della singola serata (che va ben oltre le quattro o le cinque di mattina autorizzate nelle discoteche, che permettono di tornarsene a casa, dormire la domenica e lunedì essere pronti per entrare a lavoro) che arriva fino alle 22 della domenica, rende il lunedì inservibile al lavoro colui che va alle feste. E questo non è gradito.

Per alcuni un diverso rapporto col tempo può essere spia di una diversa concezione del piacere, se non addirittura di un’altra prospettiva di vita. 

Visto che oggi siamo in una società completamente basata sull’impossibilità di appagare desideri sempre nuovi ed eternamente insoddisfatti, rispetto all’edonismo puro e semplice o addirittura alla ricerca spirituale, c’è una forte resistenza: una società fondata sul produci-consuma-crepa, per dirla un po’ vetero, apprezza la religione come mezzo di controllo ma rifiuta l’autogestione spirituale, perché implica la liberazione dallo spazio-tempo del lavoro. Anzi, come ci insegna il Buddha dell’esergo, si può credibilmente presumere che se uno raggiunge uno stato di piena realizzazione spirituale si mette sotto a un albero e vaffanculo a tutti, l’illuminazione non prevede il lavoro!

(La foto di Vanni Santoni l’abbiamo presa da Via Reinach 8, 20159 Milano.)

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Musica dallo spazio profondo

by Alessandro Romeo

Poco più di un anno fa la Poppy Disc ha ristampato I hear a new world di Joe Meek e un’intera generazione di appassionati di sonorità vintage ha scoperto che la svolta della musica pop avvenuta su scala mondiale nella seconda metà degli anni Sessanta ha avuto in realtà un precedente all’inizio di quello stesso decennio, grazie al lavoro di un ingegnere del suono inglese affetto da manie di persecuzione.

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A fronte della sua importanza storica, la rimozione di I hear a new world dall’immaginario pop in realtà non sorprende. Prima della timida riedizione avvenuta agli inizi degli anni Novanta, questo disco non ha infatti mai conosciuto una distribuzione ufficiale, ma solo una diffusione in novanta copie tra gli addetti ai lavori come esempio dimostrativo delle potenzialità delle registrazioni stereo contro quelle mono diffuse negli anni Sessanta. Contestualmente è invece sopravvissuta una forma di devozione “sotterranea” che va ricondotta sia alla lungimiranza che effettivamente traspare dal “nuovo mondo” intravisto da Joe Meek sia, purtroppo, allo sconvolgente epilogo che troncò la sua esistenza mentre il resto del mondo consumava le puntine del giradischi su Pet Sounds e Sgt. Pepper.
La pistola con cui Joe Meek, il 3 febbraio del 1967 uccise prima Violet Shenton, la padrona di casa del suo appartamento al 304 di Holloway Road, e poi se stesso, apparteneva al suo “protetto” Heinz Burt, bassista dei Tornados, il primo gruppo inglese a raggiungere la vetta delle classifiche statunitensi grazie al singolo Telstar.

A metà degli anni Cinquanta Joe Meek si era trasferito a Londra per realizzare il sogno di diventare un famoso produttore, forte dell’esperienza maturata nel campo della manipolazione sonora a spese della Midlands Electricity Board, la compagna elettrica di Newent per la quale aveva lavorato fino a quel momento. A Londra, dopo una gavetta di alcuni anni come ingegnere del suono a Radio Luxembourg, era riuscito a collaborare con le etichette discografiche più importanti della città e ad aprirne una propria nel 1960, la Triumph Records, naufragata di lì a poco per una serie di incomprensioni con il socio William H. B. Cope.

Anche se con qualche difficoltà, le cose si muovevano per il verso giusto e una serie di discreti successi gli permetteva ormai di godere della fiducia di Wilfred Alonzo Banks, un finanziatore disponibile nel foraggiare economicamente tutte le sue iniziative. Nel 1959 Meek si era messo al lavoro sui materiali di I hear a new world con l’aiuto di una band di musicisti di fiducia, chiamata per l’occasione The Blue Men, che componeva e suonava i pezzi basandosi sulle atmosfere descritte a parole da Meek. Il sottotitolo, “an outer space music fantasy”, deriva da proprio da una di queste descrizioni: mentre il mondo intero si abituava all’idea che l’universo fosse uno spazio esplorabile — la missione dello Sputnik, il primo satellite artificiale a orbitare attorno alla Terra, era terminata l’anno prima — Meek provava a immaginare che musica si potesse ascoltare là fuori, in quello spazio del tutto nuovo. Il resto del lavoro era condotto in solitaria: il materiale veniva rielaborato e filtrato, venivano aggiunti echi e delay, e sovraincise le tracce ottenute dalla registrazione di spugne strizzate e liquidi versati da un contenitore all’altro. Nella primavera del 1960 fu pubblicato per la Triumph Records un EP contenente solo quattro di queste tracce, e vennero stampate le copertine di un secondo EP mai pubblicato per via del fallimento dell’etichetta.

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Pensare a I hear a new world come al frutto della più pura sperimentazione può essere fuorviante: si tratta piuttosto di una raccolta di canzoni molto strane. Il territorio in cui queste si muovono è sempre quello del pop anni Cinquanta, solo annacquato nelle atmosfere e stravolto negli arrangiamenti. Il lavoro di Meek si concentra sul suono, più che sull’originalità della composizione: canzoni normali, quindi, a volte semplici motivetti da avanspettacolo, presentati però in una maniera fino ad allora inedita.

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Gli anni Sessanta sono stati segnati dal passaggio dalla produzione come fase tecnica della realizzazione di un disco alla produzione come fase creativa. Se fino ad allora i tecnici del suono avevano indossato anonimi camici bianchi, alla fine del decennio erano delle vere e proprie rock star, assimilabili in tutto ai gruppi che custodivano sotto la propria ala. L’evoluzione del disco, inteso come supporto, seguiva questa trasformazione di pari passo: da semplice contenitore a vera e propria opera d’arte seriale, con le copertine che non si limitavano a spiegare didascalicamente il contenuto del disco ma diventavano il primo assaggio di un’atmosfera unica.

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La breve vita della Triumph Record ebbe un ruolo decisivo nella svolta autarchica che Meek avrebbe intrapreso di lì a poco. Il mercato discografico dell’epoca era già sufficientemente grande da mettere i bastoni tra le ruote a chi volesse emergere con le proprie forze. Il problema principale erano i costi di stampa e di distribuzione, che costringevano le piccole etichette a tirature piuttosto limitate. Per aumentare gli investimenti nella distribuzione bisognava ottimizzare i costi di produzione, così Meek nel 1960 decise di allestire uno studio di registrazione all’avanguardia nel suo nuovo appartamento al 304 di Holloway Road, futuro teatro della sua tragica fine. La scelta fu premiata dalla sorte (e dal solido sostegno economico di Wilfred Alonzo Banks) e l’attività dello studio divenne frenetica. Marcato dall’esigenza di piazzare singoli nei piani alti delle classifiche, Meek svolgeva da solo un lavoro da équipe: dalla scrittura dei brani alla postproduzione, passando per la ricerca degli esecutori e la scoperta di nuovi talenti.

In questa fase straordinariamente intensa della sua vita, le manie di persecuzione cominciarono a interferire con il lavoro. Quello che stupisce è come queste ossessioni si muovessero, in fondo, sullo stesso terreno della deformazione professionale. La loro natura era esclusivamente acustica. Ad esempio era convinto che la Decca avesse fatto sistemare delle cimici dietro la carta da parati del suo studio per rubargli le idee; per lo stesso motivo riagganciò a Phil Spector che tentava di mettersi in contatto con lui da tempo. Ossessionato dall’occulto, sistemava microfoni vicino alle tombe nella speranza di incidere voci dall’aldilà, e vicino ai gatti, per isolare le urla delle anime dannate in mezzo ai loro miagolii.

A rompere il precario equilibrio ci si misero di mezzo la difficoltà di essere gay in un’Inghilterra che considerava l’omosessualità un reato, e il sospetto di implicazioni nella vicenda dell’omicidio del tredicenne Bernard Olivier (caso tuttora irrisolto, e riaperto l’anno scorso), il cui corpo mutilato fu ritrovato all’interno di due valige abbandonate in un campo vicino a Ipswich due settimane prima dell’omicidio-suicidio di Holloway Road.
La sera del 3 febbraio 1967 Joe Meek era nel suo studio assieme al suo assistente Patrick Pink. Quest’ultimo lasciò lo studio all’arrivo di Violet Shenton e aspettò al piano di sotto che Meek finisse di litigare con la padrona di casa a proposito di un libro prestato e mai restituito. Dopo un primo colpo di pistola, Pink vide il corpo della Shenton rotolare giù dalla rampa di scale privo di vita. Non ebbe nemmeno il tempo di avvicinarsi al cadavere che il frastuono di un secondo colpo riempì tutta la casa.

L’esperienza di Joe Meek ha segnato la nascita di una nuova figura, ibrida, e fino ad allora sconosciuta nel mondo musicale, quella del produttore indipendente, che nelle incarnazioni dei successivi decenni sarà determinante per la messa a fuoco del sound di moltissime band (basti pensare a cosa è stato Alan Parson per i Pink Floyd, Brian Eno per i Talking Heads e gli U2 o Steve Albini per i Pixies e i Nirvana); ma soprattutto ha aperto le porte a un modo di intendere lo studio di registrazione non più legato alla semplice incisione, ma come vero e proprio laboratorio capace di offrire più possibilità di quante ne offrano i semplici strumenti musicali in sé.
Il nuovo mondo di Joe Meek è, innanzitutto, un nuovo modo di concepire il suono. Voglio essere chiaro su questo punto. Meek non ha anticipato gli anni Sessanta, anzi, le sue produzioni rimanevano saldamente legate alla musica che si suonava nel decennio precedente, ma è stato il pioniere di un’innovazione tecnica, prima che culturale: l’abbandono nelle fasi di registrazione dell’approccio “naturalistico” (in presa diretta) in virtù di quello rielaborativo (mixato).

Mi spiego. Negli anni Cinquanta e all’inizio dei Sessanta incidere un disco significava registrare il gruppo al completo mentre suonava “dal vivo” in studio; solo successivamente si cominciò a operare in sessioni distinte, lavorando su tracce diverse rielaborabili più tardi in fase di missaggio. Se nel 1965 i Beatles smetteranno di suonare live per l’impossibilità di portare sul palco un disco come Revolver, due anni dopo il celebre accordo di pianoforte che chiude A day in a life sarà registrato dodici giorni dopo il resto della canzone. Il concetto di canzone come opera componibile, stratificata e rielaborabile nasce in questo contesto, ed è evidente come questo cambio di prospettiva caratterizzi la musica che ascoltiamo oggi.

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A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, imparando la lezione dei Kraftwerk e della musica sperimentale, la new-wave troverà la sua estetica proprio grazie alla postproduzione dei suoni, ripuliti e filtrati in sala di registrazione; e il campionamento, cioè l’isolamento di un breve frammento musicale replicabile, sta alla base di tutta la musica elettronica e hip hop degli anni Ottanta e Novanta; se nel 1996 dj Shadow darà alle stampe un disco, Endtroducing, fatto interamente di campionamenti, nel 2001 i tempi sono maturi per giocare la strategia inversa, quella che mette in atto Cornelius per Point, dove una serie di pezzi in apparenza composti di campionamenti sono in realtà realizzati da strumenti analogici suonati in maniera non convenzionale.

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Sono solo alcuni esempi tra i molti possibili, che hanno però in comune una stessa idea di suono in qualche modo materiale, interessante proprio perché malleabile.
Lo “spazio là fuori” non era altro che un nuovo punto da cui guardare le cose.

I hear a new world, di Joe Meek (AmazoniTunes)

(Pubblicato originariamente qui.)

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Quando siete felici fateci caso

by Licia Ambu

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Quando siete felici fateci caso dovrebbero leggerlo nelle scuole, per le strade e al posto della messa. Per quelli che vanno a messa.

Consigli: compratelo adesso, regalatelo, fatevelo prestare, fotocopiate una sola pagina e diffondetela alla fermata dell’autobus, annotatelo su foglietti sparsi da infilarvi in borsa o attaccare sul frigo, imparatelo, rovinatelo di appunti, dormiteci insieme, spiegazzatelo, coccolatelo, apritelo a caso e iniziate a leggerlo due minuti al giorno, chiamate qualcuno al telefono e leggetelo anche a lui, abbandonatelo su una panchina per il primo che arriva, consumatelo. Potete anche parlargli se ritenete. Magari la mattina, prima di andare al lavoro.

A messa io non ci vado mai, confesso. Ho smesso parecchio tempo fa. Come di andare a scuola. Ho messo insieme le due cose perché frequentavo una scuola cattolica e quindi avvenivano contestualmente. La scuola cattolica, oltre alla messa e alla mensa buona, mi ha dato questo insegnamento: tutto quello che si dice su Gesù, spesso non c’entra niente con quello che ha detto Gesù. Certo, non l’ho mai incontrato di persona per cui conosco a grandi linee le cose ma, si sa, le versioni riportate spesso sono molto distanti dall’originale. Mi sembra di notare una certa discrepanza, ecco, con quelli che in origine dovevano essere concetti piuttosto semplici da conservare caramente. Ad esempio, prendiamo il Discorso della Montagna, molto caro a Vonnegut. Un giorno Gesù si alza e fa questo discorso di fronte a moltissime persone. Sembra sia stato una cosa fantastica. Un’oratoria piena di concetti interessantissimi, un’esplicitazione dei valori portanti del cristianesimo la cui etica è, al contempo, anche la base di principi universali validi per tutti; diverse beatitudini ne rappresentano la parte più conosciuta:

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Poi sono arrivati gli uomini e hanno rimescolato molto male le cose.

In tema di oratoria fantastica, Quando siete felici fateci caso è la raccolta di nove discorsi tenuti da Kurt Vonnegut nelle università. In America, hanno questa pratica splendida di far tenere a persone di un certo rilievo politico e culturale un discorso ufficiale ai laureandi. Si chiama commencement speech. Leggendo Vonnegut ho capito che quello di Gesù è stato una specie di commencement speech senza i laureandi. E che sarebbe cosa buona e giusta portarsi dietro qualche insegnamento senza rimescolare molto male le cose. Un esempio? “Di regola io ne conosco una sola: bisogna essere buoni, cazzo”. Questo è Vonnegut ma anche un po’ Gesù.

Leggendo Vonnegut, poi, mi è venuta in mente una parola bellissima di undici lettere che indica l’elemento minimo riconoscibile, il nucleo, di un mito. Questo materiale mitico viene continuamente rivisitato, malmenato, plasmato, confezionato, ma c’è di bello che al cuore rimane sempre identico. Anche se passa per religioni, sceneggiature, soap, fiabe o pubblicità. La parola è Mitologhèma (o mitologèma): racconto favoloso. Con le stesse undici lettere, si indicano anche quelle idee o formule che assumono valore di mito sociale, stimolo, diventando una sorta di guida. Prendiamo in prestito il concetto un momento e mettiamolo insieme all’altro per capire meglio perché, a questo punto, ho pensato a un meta-mitologèma.

Il commencement speech, come si diceva, è un’invenzione splendida: esseri umani che hanno vissuto come si deve raccontano (e si raccontano) la loro esperienza per ispirare altre menti. Vonnegut porta in questo contesto una narrazione di se stesso, fatta con i crismi, su temi importanti e fondamentali della sua vita, ma al contempo trasversali rispetto alla vita in generale, quindi mitici. Facendo questo produce un ulteriore mito, cioè di fatto rende la sua storia una mitologia per chi ascolta (o legge). Mitologia della mitologia: un meta mitologhèma. Il commencement speech, appunto. E questo libro.

Naturalmente lo fa benissimo. Soprattutto lo fa da essere umano. Un uomo con il suo bagaglio di esperienze che parla ad altri uomini: il punto di vista è differente ma la prospettiva è identica, e questo fa una bella differenza.  Ci raccomanda di tralasciare i fantasmi invisibili di internet e cercare persone reali, allargare la famiglia, credere nella comunità e fare in modo di accorgercene quando siamo felici. Riprende la Montagna, aggiunge Bush, la funzione sociale dei Mespoulets, Hitler e la folk society. Chiama in causa Adamo ed Eva e infine parla di quel suo zio fondamentale che gli aveva insegnato ad avere coscienza dei momenti in cui le cose vanno a gonfie vele:

“Mi diceva che era importante in quei momenti, dire ad alta voce: Cosa c’è di più bello di questo?”.

Kurt Vonnegut l’avrei voluto come insegnante, zio, vicino di casa (nulla contro gli attuali: uno canta davvero molto bene l’Opera e l’altro mantiene in vita piante che altrimenti ucciderei), barista, psicologo, amico, mentore. Non ero a Fredonia, Houston, Indianapolis, tanto meno sulla Montagna, ma in qualità di mitologhèma vale anche al bar, sul divano, in metro. Prendiamolo in prestito! E propongo una mozione per battezzare il commencement speech format migliore di sempre del mitologhèma. Omaggiamo il mitologhèma e che qualcuno inizi dicendo: una volta ho letto un libro che racchiudeva nove discorsi di Vonnegut…  Oppure: una volta ho trovato un libro su una panchina e dentro c’era un discorso con questa storia:

Da quanto ho letto nel libro della Genesi, Dio non donò ad Adamo ed Eva un pianeta intero. Gli donò una proprietà di dimensioni gestibili, diciamo, tanto per intenderci, ottanta ettari. E io consiglio a voi, Adami ed Eve, di proporvi come obiettivo quello di prendere una piccola parte del pianeta e metterla in ordine, rendendola sicura, sana di mente e onesta.

Questo libro fa bene. Nel peggiore dei casi non vi farà niente. Ma ne dubito. Rischiate. Applicare Vonnegut sarebbe meraviglioso! Citando Meacci: “Vonnegut a tutti!”.

Siamo animali fatti per danzare.

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Monty Python per la generazione Y

by River Clegg

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CLIENTE: Questo contenuto è morto.

NEGOZIANTE: No, non lo è, sta riposando.

CLIENTE: Riposando? Guardi un po’ qua, ho cliccato su questo contenuto neanche due minuti fa e sono stato rassicurato dal vostro titolo di testa che avrei ricevuto – e cito – “6 motivi per cui Topanga di Crescere, che fatica! sarà per sempre la vostra più grande cotta televisiva.”

NEGOZIANTE: Un titolo davvero delizioso.

CLIENTE: Sarà anche delizioso, ma dopo aver cliccato, il vostro articolo, lungi dal fornire una qualsiasi intuizione ponderata o umoristica sul fascino unico della Signorina Topanga, inanellava semplicemente un paio di righe di prevedibile banalità su quanto attraente sia l’attrice. Non tollererò queste sciocchezze!

NEGOZIANTE: Beh, è carina.

CLIENTE: Certo che è carina, qualsiasi blogger diciannovenne potrebbe dirmelo! Far notare che è di bell’aspetto non costituisce di per sé il “contenuto”. Quest’articolo è spirato! Ha cessato di essere! È senza vita, un insulto all’intelligenza, un’esca per click di infimo livello! Questo è un ex-contenuto!

NEGOZIANTE: Allora dovrò cambiarlo. Cosa le pare di “4 gatti che indossano maglioni”?

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RE ARTÙ: Chi siete?

CAVALIERE: Siamo i Cavalieri che dicono… TWEE!

TUTTI I CAVALIERI: Twee! Twee! Twee!

RE ARTÙ: No, non i Cavalieri che dicono Twee!

CAVALIERE: È uguale. Siamo i custodi della sacra parola Twee e di qualsiasi film di Wes Anderson. Ci piace anche Zooey Deschanel e la colonna sonora di Juno, e qualche volta ce ne andiamo in giro con quelle graziose biciclette olandesi.

TUTTI I CAVALIERI: Twee! Twee! Biciclette! Twee!

RE ARTÙ: Oh Cavalieri, ma siamo solo semplici viaggiatori che vogliono attraversare questo quartiere per arrivare al caffè dall’altro lato.

CAVALIERE: I Cavalieri che dicono TWEE richiedono un sacrificio.

RE ARTÙ: Che cosa vorreste?

CAVALIERE: Vogliamo…. un arbusto!

TUTTI I CAVALIERI: Twee! Twee! Arbusto! Twee! Jason Schwartzman!

RE ARTÙ: Un arbusto? Come quelli che vende il fiorista sull’altro lato della strada, tra NaturaSì e quella cooperativa­galleria d’arte?

CAVALIERE: Sì, quelli andranno bene.

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CLIENTE: Buongiorno, vorrei iniziare una discussione Facebook. È la stanza giusta?

IMPIEGATO: Gliel’ho già detto.

CLIENTE: Mi spiace, ma temo che non l’abbia fatto.

IMPIEGATO: Certo che sì.

CLIENTE: No, invece.

CLIENTE: Aspetti un attimo, mi sta solo contraddicendo!

IMPIEGATO: No, non lo sto facendo.

CLIENTE: Sì che lo sta facendo! Una discussione su Facebook non è solamente contraddirsi. È una serie di affermazioni sempre più appassionate e poco informate – supportate da un qualsiasi articolo che può essere rilevante o meno – che perde rapidamente di vista l’argomento iniziale e si trasforma invece in accesi attacchi personali.

IMPIEGATO: No, non lo è.

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[UOMO cammina in maniera stramba lungo il marciapiede.]

PASSANTE: Perché cammina in modo così strambo?

UOMO: Mi piacciono gli iPhone e interagire con i miei brand preferiti!

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CLIENTE: Vorrei comprare del formaggio.

NEGOZIANTE: Fantastico. Che cosa vorrebbe, signore?

CLIENTE: Circa cento grammi di gorgonzola biologico, grazie.

NEGOZIANTE: Purtroppo abbiamo terminato la varietà biologica, signore.

CLIENTE: Che peccato. Che mi dice della mozzarella a chilometro zero?

NEGOZIANTE: Mi dispiace, ci è rimasta solamente quella industriale.

CLIENTE: Non importa. In questo caso penso che prenderò un quarto di formaggio di capra proveniente da una capra a cui non sono mai stati somministrati ormoni artificiali e che non ha mai provato dolore di alcun tipo.

NEGOZIANTE: Di solito ce l’abbiamo, ma oggi il furgoncino ibrido si è rotto.

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UOMO: Non mi aspettavo una specie di Inquisizione Spagnola.

[Tre cardinali irrompono dalla porta.]

CARDINALE #1: Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola! La nostra arma principale è la paura. La paura e la sorpresa. Le nostre arme principali sono la paura e la sorpresa, e un vasto impatto sui social media su cui condividiamo ogni confessione ottenuta. Tre armi! La paura, la sorpresa, un vasto impatto sui social media su cui condividiamo ogni confessione ottenuta, e una forte nostalgia per le Tartarughe Ninja – rifaccio la mia entrata.

UOMO: Non mi spettavo una specie di Inquisizione Spagnola.

[I cardinali irrompono nuovamente.]

CARDINALE #1: Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola! Tra le nostre armi ci sono vari elementi come la paura, la sorpresa, un vasto impatto sui social media su cui condividiamo ogni confessione ottenuta, la parola “fighissimo” – Mannaggia! C’ero così vicino… Cardinale, deve dirlo lei.

CARDINALE #2: Che cosa?

CARDINALE #1: Deve dire lei la parte riguardante le nostre armi.

CARDINALE #2: No, non potrei…

CARDINALE #1: Deve.

UOMO: … Non mi aspettavo una specie di Inquisizione Spagnola.

[I cardinali irrompono nuovamente.]

CARDINALE #2: Nessuno, mmm, nessuno si aspetta, mmm, l’Inquisizione
Spagnola. Infatti coloro che si aspettano-

CARDINALE #1 (sussurrando): Le nostre armi principali sono…

CARDINALE #2: Le nostre armi principali, eh, vede, sono la paura, mmm, la sorpresa, e, mmm, un numero di follower piuttosto ampio su Twitter, Twitter infatti è un mezzo importante che noi, mmm-

CARDINALE #1: Oh, basta così! Cardinale, legga le accuse.

CARDINALE #3: Siete accusato di non possedere alcun vasetto Bormioli.

UOMO: Chiedo scusa, è un crimine?

CARDINALI (diabolicamente): Ha! Ha ha ha! Ha ha ha ha ha!

CARDINALE #1: Si. Procuratevene alcuni o vi tortureremo. Per davvero.

(Pubblicato originariamente qui.)

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Fabrizio De André: L’archivio RAI

by Alessandro Romeo

Pubblicammo questo articolo l’11 gennaio 2009, in occasione del decimo anniversario della morte di Fabrizio De André. La versione del sito su cui comparve è andata perduta: ma dal momento che rimane uno dei motivi per cui un sacco di gente arriva su questo sito, abbiamo deciso di ripescarlo e riproporlo oggi, ché De André compirebbe 75 anni.

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La prima apparizione televisiva di De André è del 1969. Se avete a casa il cofanetto Einaudi, Parole e canzoni, conoscete sicuramente alcuni estratti. Il programma si chiama Incontro con… ed è condotto da Enza Sampò. Sei anni prima dell’esordio alla Bussola di Viareggio, De André liquida il discorso sul rifiuto di fare esibizioni live dicendo semplicemente: «non sono preparato a fare spettacolo». La Sampò incalza con un’intervista piuttosto approfondita, si parla addirittura dei Viaggi di Gulliver, uno spettacolo per bambini di cui De André aveva scritto a gran velocità le musiche e le filastrocche («ho scritto 22 canzoni in 22 giorni», FDA), di cui non esiste una registrazione reperibile. Nella mezz’ora di programma i discorsi vengono intervallati da un discreto numero di canzoni tratte da Tutti morimmo a stento (tra cui Girotondo, con tanto di coro di bambini e De André al centro), La guerra di PieroPreghiera in GennaioAmore che vieni amore che vai. La vera chicca è che in studio ci sono anche i New Trolls che fanno Tom Flaherty, scritta un anno prima da De André e Mannerini.

Un salto temporale di quasi dieci anni ci porta a L’altra domenica di Renzo Arbore. È il 1978, Rimini è appena uscito nei negozi e De André ha cominciato i lavori di ristrutturazione della cascina in Sardegna. Il servizio è fatto dalla troupe di Fabrizio Zampa, inviata per l’occasione a Tempio Pausania. Da lì, dopo un’introduzione divertente in cui un passante è convinto di vedere De André su una panchina e lo segnala a Zampa (si tratta invece di un uomo con lo stesso taglio di capelli), la troupe si inerpica per le colline sulle note di una versione casalinga di Sally. Arrivati a destinazione, comincia l’intervista. Si parla strettamente di lavoro: De André spiega che la cascina è stata comprata con l’idea di ricavarne degli utili, in modo da evitare che l’unico mezzo per fare un po’ di soldi siano le canzoni. Mentre i due parlano, all’esterno si cucinano i maialini da latte e si cantano canzoni in lingua sarda. Il tutto finisce con una mangiata, la stessa che potete vedere nel frammento contenuto nel documentario di Minoli passato in tv. A tavola c’è anche Massimo Bubola («questo è il ragazzo con cui ho scritto le canzoni del mio ultimo disco. Si chiama Rimini… Non lui, il disco», FDA). Poi, accompagnato da Cristiano e da Dori, De André canta Andrea e Rimini. Si finisce con un brindisi ad Arbore e, come d’abitudine, con lo stacchetto delle Sorelle Bandiera.

Il servizio di Emilio Uberti e Luzzatto Fegiz viene trasmesso all’interno di Variety, nel 1980. A ricordarci che il fatto del sequestro è ancora “fresco”, una piccola scenetta introduttiva ci mostra De André, Dori e un gruppo di amici che cantano distesi su una roccia, mentre dei loschi figuri – che sembrano usciti da un film di Leone più che dalle schiere del banditismo sardo – li tengono d’occhio accarezzando tra le mani delle pistole. Per dovere di cronaca, bisogna dire che non c’è un solo caso in cui De André (e compagnia) e banditi occupano la stessa inquadratura. L’idea, di discutibile efficacia, potrebbe essere quindi venuta in mente solo in fase di montaggio, e non so fino a che punto abbia avuto l’approvazione dei protagonisti.
Si parla ovviamente del sequestro, anche se con un certo riserbo. Il 1980 è l’anno in cui De André lavora all’Indiano e Dori Ghezzi a Mamadodori. Fegiz allude al fatto che pubblicare due dischi all’indomani del sequestro possa essere interpretato come una trovata pubblicitaria: «Vi hanno sequestrati, adesso fate il disco». De André, piuttosto seccato, risponde: «Noi siamo due cantanti a cui è successo di essere sequestrati, non viceversa».
Un altro momento di tensione si registra quando Fegiz chiede chiarimenti riguardo al fischio del treno che si sentiva dalla grotta in cui venivano tenuti in ostaggio, elemento che poteva aiutare le indagini. De André dice: «Non è sede per parlarne».
Dopo questo inizio un po’ turbolento, il servizio si rilassa. Si provano un po’ di canzoni tratte da Mamadodori (Mio signoreMamadodoriEra notte) e si ironizza un po’ sul rapporto di coppia. Fegiz chiede: «Non c’è il rischio che il vostro amore si trasformi in una società per azioni?», De André: «Nel nostro caso penso di no. Penso che si andrebbe a far benedire la società per azioni. E poi dopo quattro mesi di collaudo in cui vivevamo in mezzo metro, credo che la cosa da rilevare sia che stiamo bene assieme».

Il documento del concerto a Sarzana del 1981 è segnalato negli archivi Rai, ma è assente. Si possono tuttavia trovare degli estratti in mezzo ai vari documentari fatti di recente, e su youtube.

Lo speciale di «Mixer» del 1982 è a cura di Mario Mariani. Si tratta di una breve intervista fatta prima del concerto al Teatro Tenda di Firenze. Ritorna fuori ancora un volta il rapporto con il pubblico: «Il fatto che ancora adesso il pubblico crei una certa emotività nei miei confronti credo che derivi dalle stesse origini educative, che in qualche maniera risalgono ad un’educazione, diciamo, cattolica autorepressiva». Lintervista è inframezzata da alcune immagini degne di nota: De André che canta un Fado (non so dirvi quale), Hotel Supramonte cantata per intero durante le prove, Quello che non ho utilizzata per dare gli ultimi ritocchi al mixer prima del concerto, e l’apertura affidata ai Tempi Duri (il gruppo di Cristiano De André e Carlo Facchini).

Due anni dopo, Mixer rinnova l’interesse verso De André con uno speciale di mezz’ora tutto dedicato a Creuza de ma, reperibile per intero su youtube.

Di particolare interesse è una puntata di Linea diretta di Enzo Biagi del 1985. Il tema è il Festival di Sanremo e si confrontano le posizioni di diversi cantautori (Dalla, De Gregori, Paoli, Vanoni, Guccini e altri). De André spiega perché si è sempre rifiutato di partecipare: «Non essendo attrezzato per una gara di ugole, per me si tratterebbe di esprimere i miei sentimenti con la tecnica attraverso cui io riesco ad esprimerli. E credo che questo non possa essere argomento di competizione». La spiegazione continua con un riferimento a Tenco: «Quando si mettono in competizione i propri sentimenti si può correre il rischio di avere delle reazioni magari esageratamente dilatate di fronte ad un’eventuale sconfitta, più morale che professionale. Anche questa tragedia mi ha fatto decidere di non partecipare a Sanremo».
E poi un ultimo scambio di battute. Biagi: «La vita di cantante riesce a rendere ragionevolmente felice un uomo?» De André: «Credo che la sintesi migliore l’abbia fatta Pirandello quando dice che la vita c’è chi la vive e c’è chi la scrive. A me, fino ad adesso, è capitato più di scriverla. E l’ho vissuta un po’ troppo poco».

Nel 1991 Gianni Minà conduce in diretta dal Palazzo del Gruppo Ferruzzi, dedicato a Mauro De André (fratello di Fabrizio), la serata di gala Momenti di gloria. In linea da Porto San Giorgio, prima di un concerto, De André parla un po’ di suo fratello e chiude con una spiegazione de Le nuvole: «È un tentativo di satira sociale. Se non ho raggiunto i vertici dei grandi classici, da Apuleio a Petronio, credo che sia soltanto per carenza di capacità descrittiva, non per carenza di materiale aberrante, di cui siamo abbastanza dotati in questo momento».
Minà: «Va bene, Fabrizio, ti ringrazio per non aver abbandonato il tuo ruolo di “stimolatore”».
De André: «Diciamo così».
Canta Don Raffaè.

Sempre del ‘91 è il lungo servizio di Notte rock, a cura – tra gli altri – di Ernesto Assante, in cui De André suona e spiega alcune sue canzoni. La vera rarità è che una delle canzoni è Giugno ‘73. «È la storia di un amore felicissimo… Finché è durato è stato meraviglioso. Quando poi è diventato, come diceva Flaubert, una comunione di cattivi umori il giorno e di cattivi odori la notte, si è felicemente concluso. Quindi un amore felice in tutti i sensi».

Tra Le nuvole (1990) e Anime salve (1996) le presenze televisive sono ridotte a zero. Significativo il fatto che sia il protagonista (assente) di un programma intitolato «Aspettando… Fabrizio De André, in cui si intervistano collaboratori e conoscenti, nomi come Cesare Romana e Mauro Pagani. Segnalo anche l’imitazione (mal riuscita) che ne fa un giovanissimo Gigi Sabani a Ci siamo del 1993 (però, guardatevi quella di De Gregori, che gli veniva bene!). E per ultima, l’apparizione nel 1996 all’interno di Tg2 – Costume e società, all’indomani dell’uscita di Anime Salve, in cui si parla quasi esclusivamente della cascina di Tempio Pausania, ormai completamente restaurata e trasformata in agriturismo, con tanto di listino prezzi e caratteristiche generali.

Va da sé che la mia ricerca si sia limitata al 1999. Dopo quella data tutto ciò che è uscito è stato debitamente pubblicizzato, e non credo che abbia senso rincarare la dose. Mi limito a segnalare (sempre che ci sia ancora) un interessantissimo documentario che ho visto su youtube, in cui si va ad intervistare tutta la gente che stava attorno a De André, al di fuori del mondo dello spettacolo.

Costume vorrebbe che dopo una semplice elencazione del contenuto di archivio si traessero delle conclusioni sul personaggio. Io non le so trarre. Mi limito semplicemente a considerare il fatto che, col passare degli anni, la costante di tutta la produzione di De André è stata quella di portare la scrittura delle canzoni sempre più nella direzione di territori (economicamente) disinteressati. E la scoperta che nel 1996 preferisse promuovere il suo agriturismo piuttosto che il suo ultimo disco mi sembra piuttosto significativa in questo senso. A mio avviso in questa scelta c’è un nodo non ancora del tutto sciolto e compreso da chi nel 2008, in Italia, decide di mettersi a scrivere canzoni. Un nodo che allo stesso tempo addita un problema e una sua possibile soluzione.
Detto questo, ognuno ha il diritto di farsi la sua opinione personale su De André, come su ogni altra cosa. Il consiglio che, però, mi sento di dare è quello di limare questa opinione non per mezzo dei documentari televisivi che nei prossimi giorni faranno a gara ad accaparrarsi il consenso di pubblico, ma per mezzo dei documenti. Come si fa per qualsiasi fatto storico. I documenti sono reperibili e gratuiti, all’interno di una qualsiasi mediateca Rai. Bastano la carta d’identità e un paio di ore libere.

(Si ringrazia calorosamente la Mediateca RAI di Torino. AR)

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Napoli, capitale della miseria

by Aloma Rodriguez

ferrante

Nessuno sa chi si nasconda dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante, addirittura si mette in discussione che sia veramente una donna. Il critico James Wood ha scritto che, in confronto a Ferrante, Thomas Pynchon è un fanatico delle apparizioni in pubblico. Il poco che si sa è che è nata a Napoli e che è diventata uno dei nomi fondamentali della letteratura italiana contemporanea. La sua voce e i suoi romanzi hanno così forza che poco importa come sia fatto l’autore.

Lumen raccolse in un solo volume, come fecero gli editori italiani, sotto il titolo Cronache del mal d’amore, tre romanzi duri e potenti che affrontano le relazioni umane da tre punti di vista diversi: L’amore molesto (AmazoniTunes), I giorni dell’abbandono (AmazoniTunes) e La figlia oscura (AmazoniTunes). Dai primi due sono stati tratti dei film. Dei tre, il migliore, o comunque quello che rimane impresso con più forza nella memoria, è probabilmente I giorni dell’abbandono, il diario di una separazione e il recupero da una delusione amorosa. A questo volume segue il “trittico napoletano” del quale sono state tradotte (in spagnolo) le due prime opere: L’amica geniale (AmazoniTunes) e Storia del nuovo cognome (AmazoniTunes). Il trittico comincia con la scomparsa di Lila, la quale è stata la migliore amica dell’infanzia e adolescenza di Lenù, la narratrice. Tutte e due hanno sessantasei anni, e Lenù ricostruisce la loro storia d’infanzia in un quartiere disgraziato di Napoli. Tutte e due sono buone studentesse, sono sempre insieme, temono don Archile, il macellaio, e i Solara, i ricchi del quartiere; sognano le stesse cose: andarsene da lì, lasciare la povertà e studiare. Tuttavia, prenderanno strade diverse: Lila, la figlia del calzolaio, si sposerà a sedici anni, mentre Lenù, figlia del portiere, continuerà a studiare grazie a una professoressa che le paga i libri e nonostante la debole opposizione di sua madre. Storia del nuovo cognome riprende la storia dove finisce il romanzo precedente: con il matrimonio di Lila. Ma sappiamo qualcosa in più: sappiamo che Lenù si sbarazza del diario di Lila, pagine e pagine dentro una scatola, buttandolo nel fiume Arno dal ponte Solferino, a Pisa. Il che significa che Lenù ha avuto accesso ai pensieri più intimi di Lila.

In Storia del nuovo cognome le due amiche perdono la virginità, hanno rapporti all’epoca mal visti per diversi motivi, imparano, crescono e prendono decisioni con importanti conseguenze. Conoscono l’amore, il crepacuore e la violenza, e il difficile rapporto che mantengono si fa ancora più complesso. Scoprono e soffrono la distanza che c’è tra i poveri e i ricchi, e l’importanza dell’educazione. È un romanzo che scava nell’amicizia tra due ragazze, e quel rapporto, che si esplora e che ha delle sfumature e delle giravolte, è un pretesto per parlare di un paese nel quale le differenze tra il nord e il sud sembrano inconciliabili; di una città, Napoli, corrotta e miserabile; di un momento nel quale la violenza, verbale e fisica, impregna tutto, nel quale il linguaggio, dialetto o italiano, marca una differenza; del quartiere di una città nel quale la miseria non è sempre materiale e i rapporti sono pieni di odio, rancore, invidia e risentimento.

Oltre a Napoli, l’altro grande tema del romanzo è la paura: paura di crescere, paura di non essere quello che si spera, paura di essere quello che si vuole essere, paura di innamorarsi, paura del proprio corpo e dei sentimenti, paura di scegliere e sbagliare nella decisione, paura di fallire e paura di vivere. La paura fa parte del processo di crescita e apprendimento, e Ferrante lo descrive molto bene. È capace di raccontarlo così bene che a volte succede come quando guardiamo il nostro riflesso nello specchio dell’ascensore: l’immagine che riflette assomiglia così tanto a noi che non vogliamo riconoscerci. I libri di Ferrante hanno la qualità di non cadere nelle risposte facili o evidenti, e affrontare argomenti complessi e universali attraverso trame apparentemente banali, quasi da melodramma. D’altronde, Ferrante non giudica i suoi personaggi né li protegge eccessivamente: lascia che siano le loro azioni, le loro parole, le loro reazioni a raccontare come sono, lasciandoli sbagliare.

Storia del nuovo cognome è quasi una discesa agli inferi della narratrice che si riprende verso la fine del romanzo. Si trova così concentrata sulle sue disgrazie e i suoi timori che non si rende conto dei problemi della sua amica (la quale vede sempre di più come una nemica): un matrimonio senza amore e un marito che la violenta dopo averla picchiata la notte di nozze. Tuttavia, è un romanzo luminoso perché i personaggi evolvono e la sua situazione migliora: Lenù riesce ad andare in università e vede pubblicato il suo primo romanzo, Lila conosce l’amore e qualcosa di simile a una stabilità quasi felice.

Per leggere Storia del nuovo cognome non è necessario aver letto L’amica geniale, ma è difficile non affezionarsi ai personaggi, non voler sapere cosa è successo loro, com’erano da piccoli. D’altra parte, L’amica geniale racconta l’estraneità che provocano i mutamenti fisici nelle ragazze e come riescono a influenzare il loro rapporto con il mondo. La narratrice si addentra nell’intimità della pubertà femminile senza pudore né paura. Quest’attitudine onesta è la stessa che guida anche Storia del nuovo cognome, dove, senza timore che il personaggio possa risultare antipatico in certe occasioni, Lenù viene messa a confronto con Lila in tutti gli aspetti, prova invidia e rancore, si sente finta e inquieta sul fatto che la gente possa rendersi conto che in realtà quella intelligente è l’altra. Tutto questo in mezzo a un miscuglio d’amori non ricambiati e rubati, pestaggi, fughe e abbandoni.

Elena Ferrante ti prende, ha un che di assuefacente: vuoi sapere cosa succede, come continuerà. Sa portare a buon termine l’intreccio, la suspense, la trama quasi da romanzo d’appendice, e allo stesso tempo racconta la storia dell’Italia della seconda metà del XX secolo. Come dicevo, si può leggereStoria del nuovo cognome senza aver letto L’amica geniale, ma sarà quasi impossibile finire il secondo volume di questo trittico senza voler saper perché Lila è sparita, perché Lenù abiti a Torino e cosa sia successo a suoi aneliti e sogni di gioventù.

(Questa recensione è stata pubblicata originariamente nel dicembre 2013 su letraslibres.com, e fa parte del nostro numero 58.
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Vacci su dietro

by Jacopo Cirillo

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In Romagna, le nonne hanno un metodo infallibile per risolvere qualsiasi tipo di problema, anche il più complicato: il “vacci su dietro”. Tipo: nonna, ho perso il lavoro. Vacci su dietro. Nonna, ho messo incinta la morosa. Vacci su dietro. Ad libitum.

Questa formula magica, perché di magia stiamo parlando quando parliamo dei vecchi di quelle parti, è una arrotolata sintesi di: guarda, nipotino mio, ormai è inutile disperarsi, l’inghippo è già successo e chiudere gli occhi non lo farà andare via. Dunque fai così: prendi la narrazione del tuo problema, manipolala, scomponila in micro narratemi progressivi e percorrili uno dopo l’altro in ordine (crono)logico. Se lo articoli in questo modo, se “ci vai su dietro”, qualsiasi cosa diventa risolvibile e qualsiasi cosa si risolverà senza apparente sforzo, semplicemente, attraverso la sua suddivisione in un insieme di microtraumi.

Oh, funziona.

Ecco, i libri di Lee Child e del suo protagonista preferito, Jack Reacher, operano esattamente così, come le nonne. Bisogna dire una cosa, prima. Lee Child è uno scrittore stratosferico che troppo spesso viene relegato allo scaffale del supermercato, vicino alle Big Babol e a Di Più TV, snobbato da quelli-che-di-letteratura-ci-capiscono-sul-serio, considerato un semplice autore di intrattenimento spiccio e consumabile senza troppo sforzo. Un easy listening letterario, un pianobar narrativo.

Mai percezione fu più sbagliata, forse si è capito. Lee Child è un piacere per gli occhi e per il cervello e tutte le nonne romagnole del mondo – dunque tutte le nonne romagnole della Romagna, visto che nessuna di loro ha mai varcato i sacri confini – sarebbero d’accordo con me, se non fossero impegnate a srotolare il concetto esposto precedentemente a tutto il nipotame. E Jack Reacher sarebbe sicuramente il loro nipotino preferito al quale smazzare ovini Kinder, pizzicotti sulle guance e tagliatelle fatte in casa. Prima di venire neutralizzate da una mossa segreta al plesso solare, si capisce.

Lee Child ha scritto, a oggi, sedici storie incentrate su Jack Reacher, ex ufficiale della polizia militare americana che, a un certo punto, molla tutto e diventa un vagabondo, percorre in lungo e in largo gli Stati Uniti e aiuta più o meno chiunque gli capiti sulla strada, sconfiggendo i cattivoni così, pro bono. Perché lo fa, direte voi. Nelle varie quarte di copertina, di solito, si leggono cose tipo: spinto da un innato senso della giustizia, oppure: un cavaliere solitario d’altri tempi. Secondo me, tuttavia, la domanda è mal posta. Non bisogna chiedersi tanto il perché, quanto il come. E il resto viene da sé.

Perché, signori, Jack Reacher ci va su dietro, on so many levels. A partire dal fondamento della sua estetica: un passo dopo l’altro. Reacher cammina. Sempre. Le tappe che fa, solitamente costellate da sparatorie, investigazioni e situazioni di pericolo assurde, sono l’equivalente della nostra pennichella dopo una lunga passeggiata. Lui cammina, va avanti – anzi, va dietro ai suoi piedi. Se questo è il suo imprinting, allora tutte le declinazioni della sua vita funzionano allo stesso modo. E anche la scrittura che lo ha messo al mondo.

Prendi l’ultimo romanzo: La verità non basta, uscito per Longanesi a novembre scorso (AmazoniTunes). È un prequel, ambientato nel 1997, l’ultima missione di Reacher prima di mollare l’esercito e diventare un lone ranger. Qui effettivamente si spiega il perché Jack abbia abbandonato il potere costituito trasformandosi in un hippy senza margherite, ma le motivazioni, in realtà, sono poca cosa e si perdono all’interno del paradigma quasi sillogistico di Child: succede una cosa, poi ne succede un’altra e così via. Allora Jack Reacher fa una cosa di conseguenza, poi un’altra e così via. La struttura narrativa sopravanza la sua attualizzazione, gli eventi procedono imperterriti e ineluttabili e il buon militare/ex-militare/investigatore/giustiziere/vigilante è furbo, non perora contro la struttura (come diceva Barthes) ma la asseconda, decide di funzionare come funziona il mondo attorno a lui, lo ricalca fino a superarlo proprio all’ultima curva e a risolvere il caso (nel libro, quello dell’assassinio di alcune ragazze in un paesino vicino a una base militare) o a sgominare la banda di turno.

Se ci pensi, l’investigazione perfetta, l’azione perfetta, è quando la sintassi supera la grammatica. Quando ti interessa secondariamente il perché e punti dritto al come. Quando le regole per costruire una situazione perdono terreno rispetto alle modalità con le quali quella situazione produce significato. E il significato è auspicabile proprio perché è risolvibile (nel senso, anche, di risoluzione musicale, per esempio). Reacher segue le tracce dell’investigazione senza guizzi o intuizioni extradiegetiche. Non ci sono eureka, né lampadine che si accendono, ma un semplice e rigoroso avanzamento logico che costituisce, alla fine della fiera, il vero piacere della lettura. Quando tutte le cose vanno al proprio posto. L’aspirazionalità legata al protagonista (tutti vorremmo essere come lui) è data dal fatto che, sì, ci saremmo potuti arrivare anche noi ma ci è arrivato prima lui, e va bene così. È appagante che sia così.

Bene. E la scrittura? Puoi dire tutto di Lee Child, ma non che non predichi esattamente come razzoli, e cioè benissimo. La sua scrittura funziona come Jack Reacher e come la logica che muove Jack Reacher. La sua scrittura è una mano aperta che spintona il protagonista lungo la strada, è il pensiero impercettibilmente più avanti dell’azione e, soprattutto, è modesta, è quella parola che non riesco a trovare e che rappresenta l’esatto contrario di egocentrismo. Non dice mai nulla attorno a sé stessa, non riflette né mai si ripiega su sé stessa. Se Reacher deve salire le scale, sale le scale, non si inerpica in un dedalo di vertigini circolari come il tumulto dei suoi pensieri.

La scrittura di Lee Child è come quella ragazza che quando la vedi pensi: sarebbe bella anche senza trucco, poi ti avvicini e noti che il trucco non ce l’ha nemmeno adesso.

E allora ci vai su dietro.

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Dove tutti sanno chi sei?

by James Taylor

Un paio di anni fa ho scritto un pezzo su quella che mi sembrava essere una tendenza crescente a Hollywood: inserire nel titolo di un film il nome del personaggio principale. Questa moda non è ancora del tutto finita, ma negli ultimi tempi ho cominciato a notare altri metodi usati da produttori televisivi o cinematografici (specialmente per commedie) che fanno ben poco per dissipare la percezione che la loro fonte creativa si sia ormai prosciugata. Non mi considero più parte dell’avido pubblico della TV né un assiduo frequentatore di cinema (credo che questo dica di più sulla sempre più scarsa qualità di questi due mezzi che su di me). Ma vivo a New York e sono dotato di vista, quindi sono decisamente consapevole di cosa viene proiettato sia sul piccolo che sul grande schermo, anche se non mi sorbirei la maggior parte di quelle produzioni. Read More

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Satelliti

by Alessandro Romeo

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Ho appena finito di guardare, con un po’ di ritardo, la prima stagione di Masters of sex.
C’è un momento in cui due personaggi, la moglie del rettore e un giovane ortopedico, ex amanti che hanno rinunciato alla loro storia clandestina per tornare alle proprie tiepide esistenze, stanno a mollo nella piscina dell’università dopo il turno di lavoro. Non succede niente di particolare. Galleggiano e chiacchierano. Parlano pigramente del rischio di un attacco russo (la serie è ambientata tra gli anni Cinquanta e Sessanta), e altrettanto pigramente si augurano un’apocalisse che metta fine a tutto questo.
A un certo punto la moglie del rettore dice qualcosa sui satelliti americani che orbitano intorno alla terra. Dice che tutti sono convinti che i satelliti galleggino, mentre in realtà sono sottoposti a una lenta attrazione della gravità terrestre. Lenta, leggera ed esponenziale.
In realtà, spiega, i satelliti non galleggiano: i satelliti cadono.
Dentro questa scena c’è tutto quello che si può pretendere da una narrazione di livello molto alto. È una scena “madre”, anche se riguarda due personaggi secondari. Riassume in maniera simbolica tutto quello che c’è da raccontare. E ci dice anche, questa volta in maniera implicita, una cosa che ci riguarda da vicino e cioè che, in qualunque situazione ci troviamo, abbiamo sempre qualcosa da perdere. Credo sia una cosa bella da condividere con qualcuno a cui siamo legati. Read More

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Parliamo delle piscine dai

by Nicolò Porcelluzzi

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Nella letteratura

Inizio citando uno dei più grandi scrittori italiani viventi, Giorgio Vasta. È un’opinione – invito a controllare le ghiandole sudoripare. In Quando il tuffo in piscina è un capolavoro, uscito lo scorso 17 luglio su minima&moralia Vasta definisce la piscina come

uno spazio di desiderio. In quanto tale convoca percezioni, sollecita racconto.

Quanto è vero, e quanto bene riesce a esprimerlo. La piscina di racconti ne ha sollecitati diversi, una reading list non proprio sterminata ma sicuramente sufficiente a occupare il tempo di chi ha un po’ d’estate tutta per sé. Non trovo ragionevole riassumere le trame delle opere citate da Vasta che conosco (Il nuotatore di Cheever) e le aspettative su quello che ancora ignoro (tutto il resto). Per quelle rimando alla lettura del suo articolo.
A me invece viene in mente un saggio della Didion sull’acqua, Holy Water (dal White Album), un saggio che come la maggior parte delle sue cose lascia in bocca il retrogusto quasi amaro – le sue ossessioni, i grumi nevrotici in filigrana – e quasi redentivo di un’ostia – il suo desiderio di respirare l’aria più pura, di trovare una colla per i suoi cocci. L’acqua, in questo caso – dove la vita inizia. Read More

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