Musica dallo spazio profondo

Poco più di un anno fa la Poppy Disc ha ristampato I hear a new world di Joe Meek e un’intera generazione di appassionati di sonorità vintage ha scoperto che la svolta della musica pop avvenuta su scala mondiale nella seconda metà degli anni Sessanta ha avuto in realtà un precedente all’inizio di quello stesso decennio, grazie al lavoro di un ingegnere del suono inglese affetto da manie di persecuzione.

musica dallo spazio profondo 1

A fronte della sua importanza storica, la rimozione di I hear a new world dall’immaginario pop in realtà non sorprende. Prima della timida riedizione avvenuta agli inizi degli anni Novanta, questo disco non ha infatti mai conosciuto una distribuzione ufficiale, ma solo una diffusione in novanta copie tra gli addetti ai lavori come esempio dimostrativo delle potenzialità delle registrazioni stereo contro quelle mono diffuse negli anni Sessanta. Contestualmente è invece sopravvissuta una forma di devozione “sotterranea” che va ricondotta sia alla lungimiranza che effettivamente traspare dal “nuovo mondo” intravisto da Joe Meek sia, purtroppo, allo sconvolgente epilogo che troncò la sua esistenza mentre il resto del mondo consumava le puntine del giradischi su Pet Sounds e Sgt. Pepper.
La pistola con cui Joe Meek, il 3 febbraio del 1967 uccise prima Violet Shenton, la padrona di casa del suo appartamento al 304 di Holloway Road, e poi se stesso, apparteneva al suo “protetto” Heinz Burt, bassista dei Tornados, il primo gruppo inglese a raggiungere la vetta delle classifiche statunitensi grazie al singolo Telstar.

A metà degli anni Cinquanta Joe Meek si era trasferito a Londra per realizzare il sogno di diventare un famoso produttore, forte dell’esperienza maturata nel campo della manipolazione sonora a spese della Midlands Electricity Board, la compagna elettrica di Newent per la quale aveva lavorato fino a quel momento. A Londra, dopo una gavetta di alcuni anni come ingegnere del suono a Radio Luxembourg, era riuscito a collaborare con le etichette discografiche più importanti della città e ad aprirne una propria nel 1960, la Triumph Records, naufragata di lì a poco per una serie di incomprensioni con il socio William H. B. Cope.

Anche se con qualche difficoltà, le cose si muovevano per il verso giusto e una serie di discreti successi gli permetteva ormai di godere della fiducia di Wilfred Alonzo Banks, un finanziatore disponibile nel foraggiare economicamente tutte le sue iniziative. Nel 1959 Meek si era messo al lavoro sui materiali di I hear a new world con l’aiuto di una band di musicisti di fiducia, chiamata per l’occasione The Blue Men, che componeva e suonava i pezzi basandosi sulle atmosfere descritte a parole da Meek. Il sottotitolo, “an outer space music fantasy”, deriva da proprio da una di queste descrizioni: mentre il mondo intero si abituava all’idea che l’universo fosse uno spazio esplorabile — la missione dello Sputnik, il primo satellite artificiale a orbitare attorno alla Terra, era terminata l’anno prima — Meek provava a immaginare che musica si potesse ascoltare là fuori, in quello spazio del tutto nuovo. Il resto del lavoro era condotto in solitaria: il materiale veniva rielaborato e filtrato, venivano aggiunti echi e delay, e sovraincise le tracce ottenute dalla registrazione di spugne strizzate e liquidi versati da un contenitore all’altro. Nella primavera del 1960 fu pubblicato per la Triumph Records un EP contenente solo quattro di queste tracce, e vennero stampate le copertine di un secondo EP mai pubblicato per via del fallimento dell’etichetta.

musica dallo spazio profondo 2

Pensare a I hear a new world come al frutto della più pura sperimentazione può essere fuorviante: si tratta piuttosto di una raccolta di canzoni molto strane. Il territorio in cui queste si muovono è sempre quello del pop anni Cinquanta, solo annacquato nelle atmosfere e stravolto negli arrangiamenti. Il lavoro di Meek si concentra sul suono, più che sull’originalità della composizione: canzoni normali, quindi, a volte semplici motivetti da avanspettacolo, presentati però in una maniera fino ad allora inedita.

musica dallo spazio profondo 3

Gli anni Sessanta sono stati segnati dal passaggio dalla produzione come fase tecnica della realizzazione di un disco alla produzione come fase creativa. Se fino ad allora i tecnici del suono avevano indossato anonimi camici bianchi, alla fine del decennio erano delle vere e proprie rock star, assimilabili in tutto ai gruppi che custodivano sotto la propria ala. L’evoluzione del disco, inteso come supporto, seguiva questa trasformazione di pari passo: da semplice contenitore a vera e propria opera d’arte seriale, con le copertine che non si limitavano a spiegare didascalicamente il contenuto del disco ma diventavano il primo assaggio di un’atmosfera unica.

musica dallo spazio profondo 4

La breve vita della Triumph Record ebbe un ruolo decisivo nella svolta autarchica che Meek avrebbe intrapreso di lì a poco. Il mercato discografico dell’epoca era già sufficientemente grande da mettere i bastoni tra le ruote a chi volesse emergere con le proprie forze. Il problema principale erano i costi di stampa e di distribuzione, che costringevano le piccole etichette a tirature piuttosto limitate. Per aumentare gli investimenti nella distribuzione bisognava ottimizzare i costi di produzione, così Meek nel 1960 decise di allestire uno studio di registrazione all’avanguardia nel suo nuovo appartamento al 304 di Holloway Road, futuro teatro della sua tragica fine. La scelta fu premiata dalla sorte (e dal solido sostegno economico di Wilfred Alonzo Banks) e l’attività dello studio divenne frenetica. Marcato dall’esigenza di piazzare singoli nei piani alti delle classifiche, Meek svolgeva da solo un lavoro da équipe: dalla scrittura dei brani alla postproduzione, passando per la ricerca degli esecutori e la scoperta di nuovi talenti.

In questa fase straordinariamente intensa della sua vita, le manie di persecuzione cominciarono a interferire con il lavoro. Quello che stupisce è come queste ossessioni si muovessero, in fondo, sullo stesso terreno della deformazione professionale. La loro natura era esclusivamente acustica. Ad esempio era convinto che la Decca avesse fatto sistemare delle cimici dietro la carta da parati del suo studio per rubargli le idee; per lo stesso motivo riagganciò a Phil Spector che tentava di mettersi in contatto con lui da tempo. Ossessionato dall’occulto, sistemava microfoni vicino alle tombe nella speranza di incidere voci dall’aldilà, e vicino ai gatti, per isolare le urla delle anime dannate in mezzo ai loro miagolii.

A rompere il precario equilibrio ci si misero di mezzo la difficoltà di essere gay in un’Inghilterra che considerava l’omosessualità un reato, e il sospetto di implicazioni nella vicenda dell’omicidio del tredicenne Bernard Olivier (caso tuttora irrisolto, e riaperto l’anno scorso), il cui corpo mutilato fu ritrovato all’interno di due valige abbandonate in un campo vicino a Ipswich due settimane prima dell’omicidio-suicidio di Holloway Road.
La sera del 3 febbraio 1967 Joe Meek era nel suo studio assieme al suo assistente Patrick Pink. Quest’ultimo lasciò lo studio all’arrivo di Violet Shenton e aspettò al piano di sotto che Meek finisse di litigare con la padrona di casa a proposito di un libro prestato e mai restituito. Dopo un primo colpo di pistola, Pink vide il corpo della Shenton rotolare giù dalla rampa di scale privo di vita. Non ebbe nemmeno il tempo di avvicinarsi al cadavere che il frastuono di un secondo colpo riempì tutta la casa.

L’esperienza di Joe Meek ha segnato la nascita di una nuova figura, ibrida, e fino ad allora sconosciuta nel mondo musicale, quella del produttore indipendente, che nelle incarnazioni dei successivi decenni sarà determinante per la messa a fuoco del sound di moltissime band (basti pensare a cosa è stato Alan Parson per i Pink Floyd, Brian Eno per i Talking Heads e gli U2 o Steve Albini per i Pixies e i Nirvana); ma soprattutto ha aperto le porte a un modo di intendere lo studio di registrazione non più legato alla semplice incisione, ma come vero e proprio laboratorio capace di offrire più possibilità di quante ne offrano i semplici strumenti musicali in sé.
Il nuovo mondo di Joe Meek è, innanzitutto, un nuovo modo di concepire il suono. Voglio essere chiaro su questo punto. Meek non ha anticipato gli anni Sessanta, anzi, le sue produzioni rimanevano saldamente legate alla musica che si suonava nel decennio precedente, ma è stato il pioniere di un’innovazione tecnica, prima che culturale: l’abbandono nelle fasi di registrazione dell’approccio “naturalistico” (in presa diretta) in virtù di quello rielaborativo (mixato).

Mi spiego. Negli anni Cinquanta e all’inizio dei Sessanta incidere un disco significava registrare il gruppo al completo mentre suonava “dal vivo” in studio; solo successivamente si cominciò a operare in sessioni distinte, lavorando su tracce diverse rielaborabili più tardi in fase di missaggio. Se nel 1965 i Beatles smetteranno di suonare live per l’impossibilità di portare sul palco un disco come Revolver, due anni dopo il celebre accordo di pianoforte che chiude A day in a life sarà registrato dodici giorni dopo il resto della canzone. Il concetto di canzone come opera componibile, stratificata e rielaborabile nasce in questo contesto, ed è evidente come questo cambio di prospettiva caratterizzi la musica che ascoltiamo oggi.

musica dallo spazio profondo 5

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, imparando la lezione dei Kraftwerk e della musica sperimentale, la new-wave troverà la sua estetica proprio grazie alla postproduzione dei suoni, ripuliti e filtrati in sala di registrazione; e il campionamento, cioè l’isolamento di un breve frammento musicale replicabile, sta alla base di tutta la musica elettronica e hip hop degli anni Ottanta e Novanta; se nel 1996 dj Shadow darà alle stampe un disco, Endtroducing, fatto interamente di campionamenti, nel 2001 i tempi sono maturi per giocare la strategia inversa, quella che mette in atto Cornelius per Point, dove una serie di pezzi in apparenza composti di campionamenti sono in realtà realizzati da strumenti analogici suonati in maniera non convenzionale.

musica dallo spazio profondo 6

Sono solo alcuni esempi tra i molti possibili, che hanno però in comune una stessa idea di suono in qualche modo materiale, interessante proprio perché malleabile.
Lo “spazio là fuori” non era altro che un nuovo punto da cui guardare le cose.

I hear a new world, di Joe Meek (AmazoniTunes)

(Pubblicato originariamente qui.)

Fabrizio De André: L’archivio RAI

Pubblicammo questo articolo l’11 gennaio 2009, in occasione del decimo anniversario della morte di Fabrizio De André. La versione del sito su cui comparve è andata perduta: ma dal momento che rimane uno dei motivi per cui un sacco di gente arriva su questo sito, abbiamo deciso di ripescarlo e riproporlo oggi, ché De André compirebbe 75 anni.

fabriziodeandre_1_1343928697

La prima apparizione televisiva di De André è del 1969. Se avete a casa il cofanetto Einaudi, Parole e canzoni, conoscete sicuramente alcuni estratti. Il programma si chiama Incontro con… ed è condotto da Enza Sampò. Sei anni prima dell’esordio alla Bussola di Viareggio, De André liquida il discorso sul rifiuto di fare esibizioni live dicendo semplicemente: «non sono preparato a fare spettacolo». La Sampò incalza con un’intervista piuttosto approfondita, si parla addirittura dei Viaggi di Gulliver, uno spettacolo per bambini di cui De André aveva scritto a gran velocità le musiche e le filastrocche («ho scritto 22 canzoni in 22 giorni», FDA), di cui non esiste una registrazione reperibile. Nella mezz’ora di programma i discorsi vengono intervallati da un discreto numero di canzoni tratte da Tutti morimmo a stento (tra cui Girotondo, con tanto di coro di bambini e De André al centro), La guerra di PieroPreghiera in GennaioAmore che vieni amore che vai. La vera chicca è che in studio ci sono anche i New Trolls che fanno Tom Flaherty, scritta un anno prima da De André e Mannerini.

Un salto temporale di quasi dieci anni ci porta a L’altra domenica di Renzo Arbore. È il 1978, Rimini è appena uscito nei negozi e De André ha cominciato i lavori di ristrutturazione della cascina in Sardegna. Il servizio è fatto dalla troupe di Fabrizio Zampa, inviata per l’occasione a Tempio Pausania. Da lì, dopo un’introduzione divertente in cui un passante è convinto di vedere De André su una panchina e lo segnala a Zampa (si tratta invece di un uomo con lo stesso taglio di capelli), la troupe si inerpica per le colline sulle note di una versione casalinga di Sally. Arrivati a destinazione, comincia l’intervista. Si parla strettamente di lavoro: De André spiega che la cascina è stata comprata con l’idea di ricavarne degli utili, in modo da evitare che l’unico mezzo per fare un po’ di soldi siano le canzoni. Mentre i due parlano, all’esterno si cucinano i maialini da latte e si cantano canzoni in lingua sarda. Il tutto finisce con una mangiata, la stessa che potete vedere nel frammento contenuto nel documentario di Minoli passato in tv. A tavola c’è anche Massimo Bubola («questo è il ragazzo con cui ho scritto le canzoni del mio ultimo disco. Si chiama Rimini… Non lui, il disco», FDA). Poi, accompagnato da Cristiano e da Dori, De André canta Andrea e Rimini. Si finisce con un brindisi ad Arbore e, come d’abitudine, con lo stacchetto delle Sorelle Bandiera.

Il servizio di Emilio Uberti e Luzzatto Fegiz viene trasmesso all’interno di Variety, nel 1980. A ricordarci che il fatto del sequestro è ancora “fresco”, una piccola scenetta introduttiva ci mostra De André, Dori e un gruppo di amici che cantano distesi su una roccia, mentre dei loschi figuri – che sembrano usciti da un film di Leone più che dalle schiere del banditismo sardo – li tengono d’occhio accarezzando tra le mani delle pistole. Per dovere di cronaca, bisogna dire che non c’è un solo caso in cui De André (e compagnia) e banditi occupano la stessa inquadratura. L’idea, di discutibile efficacia, potrebbe essere quindi venuta in mente solo in fase di montaggio, e non so fino a che punto abbia avuto l’approvazione dei protagonisti.
Si parla ovviamente del sequestro, anche se con un certo riserbo. Il 1980 è l’anno in cui De André lavora all’Indiano e Dori Ghezzi a Mamadodori. Fegiz allude al fatto che pubblicare due dischi all’indomani del sequestro possa essere interpretato come una trovata pubblicitaria: «Vi hanno sequestrati, adesso fate il disco». De André, piuttosto seccato, risponde: «Noi siamo due cantanti a cui è successo di essere sequestrati, non viceversa».
Un altro momento di tensione si registra quando Fegiz chiede chiarimenti riguardo al fischio del treno che si sentiva dalla grotta in cui venivano tenuti in ostaggio, elemento che poteva aiutare le indagini. De André dice: «Non è sede per parlarne».
Dopo questo inizio un po’ turbolento, il servizio si rilassa. Si provano un po’ di canzoni tratte da Mamadodori (Mio signoreMamadodoriEra notte) e si ironizza un po’ sul rapporto di coppia. Fegiz chiede: «Non c’è il rischio che il vostro amore si trasformi in una società per azioni?», De André: «Nel nostro caso penso di no. Penso che si andrebbe a far benedire la società per azioni. E poi dopo quattro mesi di collaudo in cui vivevamo in mezzo metro, credo che la cosa da rilevare sia che stiamo bene assieme».

Il documento del concerto a Sarzana del 1981 è segnalato negli archivi Rai, ma è assente. Si possono tuttavia trovare degli estratti in mezzo ai vari documentari fatti di recente, e su youtube.

Lo speciale di «Mixer» del 1982 è a cura di Mario Mariani. Si tratta di una breve intervista fatta prima del concerto al Teatro Tenda di Firenze. Ritorna fuori ancora un volta il rapporto con il pubblico: «Il fatto che ancora adesso il pubblico crei una certa emotività nei miei confronti credo che derivi dalle stesse origini educative, che in qualche maniera risalgono ad un’educazione, diciamo, cattolica autorepressiva». Lintervista è inframezzata da alcune immagini degne di nota: De André che canta un Fado (non so dirvi quale), Hotel Supramonte cantata per intero durante le prove, Quello che non ho utilizzata per dare gli ultimi ritocchi al mixer prima del concerto, e l’apertura affidata ai Tempi Duri (il gruppo di Cristiano De André e Carlo Facchini).

Due anni dopo, Mixer rinnova l’interesse verso De André con uno speciale di mezz’ora tutto dedicato a Creuza de ma, reperibile per intero su youtube.

Di particolare interesse è una puntata di Linea diretta di Enzo Biagi del 1985. Il tema è il Festival di Sanremo e si confrontano le posizioni di diversi cantautori (Dalla, De Gregori, Paoli, Vanoni, Guccini e altri). De André spiega perché si è sempre rifiutato di partecipare: «Non essendo attrezzato per una gara di ugole, per me si tratterebbe di esprimere i miei sentimenti con la tecnica attraverso cui io riesco ad esprimerli. E credo che questo non possa essere argomento di competizione». La spiegazione continua con un riferimento a Tenco: «Quando si mettono in competizione i propri sentimenti si può correre il rischio di avere delle reazioni magari esageratamente dilatate di fronte ad un’eventuale sconfitta, più morale che professionale. Anche questa tragedia mi ha fatto decidere di non partecipare a Sanremo».
E poi un ultimo scambio di battute. Biagi: «La vita di cantante riesce a rendere ragionevolmente felice un uomo?» De André: «Credo che la sintesi migliore l’abbia fatta Pirandello quando dice che la vita c’è chi la vive e c’è chi la scrive. A me, fino ad adesso, è capitato più di scriverla. E l’ho vissuta un po’ troppo poco».

Nel 1991 Gianni Minà conduce in diretta dal Palazzo del Gruppo Ferruzzi, dedicato a Mauro De André (fratello di Fabrizio), la serata di gala Momenti di gloria. In linea da Porto San Giorgio, prima di un concerto, De André parla un po’ di suo fratello e chiude con una spiegazione de Le nuvole: «È un tentativo di satira sociale. Se non ho raggiunto i vertici dei grandi classici, da Apuleio a Petronio, credo che sia soltanto per carenza di capacità descrittiva, non per carenza di materiale aberrante, di cui siamo abbastanza dotati in questo momento».
Minà: «Va bene, Fabrizio, ti ringrazio per non aver abbandonato il tuo ruolo di “stimolatore”».
De André: «Diciamo così».
Canta Don Raffaè.

Sempre del ‘91 è il lungo servizio di Notte rock, a cura – tra gli altri – di Ernesto Assante, in cui De André suona e spiega alcune sue canzoni. La vera rarità è che una delle canzoni è Giugno ‘73. «È la storia di un amore felicissimo… Finché è durato è stato meraviglioso. Quando poi è diventato, come diceva Flaubert, una comunione di cattivi umori il giorno e di cattivi odori la notte, si è felicemente concluso. Quindi un amore felice in tutti i sensi».

Tra Le nuvole (1990) e Anime salve (1996) le presenze televisive sono ridotte a zero. Significativo il fatto che sia il protagonista (assente) di un programma intitolato «Aspettando… Fabrizio De André, in cui si intervistano collaboratori e conoscenti, nomi come Cesare Romana e Mauro Pagani. Segnalo anche l’imitazione (mal riuscita) che ne fa un giovanissimo Gigi Sabani a Ci siamo del 1993 (però, guardatevi quella di De Gregori, che gli veniva bene!). E per ultima, l’apparizione nel 1996 all’interno di Tg2 – Costume e società, all’indomani dell’uscita di Anime Salve, in cui si parla quasi esclusivamente della cascina di Tempio Pausania, ormai completamente restaurata e trasformata in agriturismo, con tanto di listino prezzi e caratteristiche generali.

Va da sé che la mia ricerca si sia limitata al 1999. Dopo quella data tutto ciò che è uscito è stato debitamente pubblicizzato, e non credo che abbia senso rincarare la dose. Mi limito a segnalare (sempre che ci sia ancora) un interessantissimo documentario che ho visto su youtube, in cui si va ad intervistare tutta la gente che stava attorno a De André, al di fuori del mondo dello spettacolo.

Costume vorrebbe che dopo una semplice elencazione del contenuto di archivio si traessero delle conclusioni sul personaggio. Io non le so trarre. Mi limito semplicemente a considerare il fatto che, col passare degli anni, la costante di tutta la produzione di De André è stata quella di portare la scrittura delle canzoni sempre più nella direzione di territori (economicamente) disinteressati. E la scoperta che nel 1996 preferisse promuovere il suo agriturismo piuttosto che il suo ultimo disco mi sembra piuttosto significativa in questo senso. A mio avviso in questa scelta c’è un nodo non ancora del tutto sciolto e compreso da chi nel 2008, in Italia, decide di mettersi a scrivere canzoni. Un nodo che allo stesso tempo addita un problema e una sua possibile soluzione.
Detto questo, ognuno ha il diritto di farsi la sua opinione personale su De André, come su ogni altra cosa. Il consiglio che, però, mi sento di dare è quello di limare questa opinione non per mezzo dei documentari televisivi che nei prossimi giorni faranno a gara ad accaparrarsi il consenso di pubblico, ma per mezzo dei documenti. Come si fa per qualsiasi fatto storico. I documenti sono reperibili e gratuiti, all’interno di una qualsiasi mediateca Rai. Bastano la carta d’identità e un paio di ore libere.

(Si ringrazia calorosamente la Mediateca RAI di Torino. AR)

Satelliti

tumblr_ndlwzbT88B1sfie3io1_1280

Ho appena finito di guardare, con un po’ di ritardo, la prima stagione di Masters of sex.
C’è un momento in cui due personaggi, la moglie del rettore e un giovane ortopedico, ex amanti che hanno rinunciato alla loro storia clandestina per tornare alle proprie tiepide esistenze, stanno a mollo nella piscina dell’università dopo il turno di lavoro. Non succede niente di particolare. Galleggiano e chiacchierano. Parlano pigramente del rischio di un attacco russo (la serie è ambientata tra gli anni Cinquanta e Sessanta), e altrettanto pigramente si augurano un’apocalisse che metta fine a tutto questo.
A un certo punto la moglie del rettore dice qualcosa sui satelliti americani che orbitano intorno alla terra. Dice che tutti sono convinti che i satelliti galleggino, mentre in realtà sono sottoposti a una lenta attrazione della gravità terrestre. Lenta, leggera ed esponenziale.
In realtà, spiega, i satelliti non galleggiano: i satelliti cadono.
Dentro questa scena c’è tutto quello che si può pretendere da una narrazione di livello molto alto. È una scena “madre”, anche se riguarda due personaggi secondari. Riassume in maniera simbolica tutto quello che c’è da raccontare. E ci dice anche, questa volta in maniera implicita, una cosa che ci riguarda da vicino e cioè che, in qualunque situazione ci troviamo, abbiamo sempre qualcosa da perdere. Credo sia una cosa bella da condividere con qualcuno a cui siamo legati. Approfondisci

Eravamo in sei, adesso siamo in cinque

(Messaggio strappacòre da Alessandro Romeo)

Ieri sera, a mezzanotte, è finita ufficialmente la mia collaborazione con inutile. Il motivo è semplice: non ho tempo di fare le cose per bene, e siccome a inutile ci tengo come a un figlio, preferisco non farle. Dal 2006, quando abbiamo cominciato, è stata l’unica regola che ci siamo dati: fare le cose bene, ed è giusto rispettarla fino in fondo.

inutile ovviamente continua. A bordo restano, in ordine di apparizione, Matteo “Recchione” Scandolin, Nicolò “Recchione” Porcelluzzi, Leonardo “Recchione” Azzolini, Elisa “Recchione” Sottana, Tamara “Recchione” Viola e Pietro “Recchione” Menozzi. Tutti, rigorosamente, senza, Facebook[footnote]Tranne Tamara.[/footnote].

Sono stati 8 anni belli e pieni, che ora cercherò di raccontare tramite l’uso selvaggio dei tag.

Quella volta che Gabriele ha fatto partire La corrente, rivista prozia di inutile, ed era il 2003, e non ci si vedeva dal ’99 – anno in cui portammo peraltro in trionfo la Mestrina Basket under 15 pur misurando, appoggiati l’uno sulla testa dell’altro, meno di John Stockton – e infatti, in sostanza, avendo sentito di questa cosa de “La corrente” mi sono autoinvitato di brutto.
Quella volta che siamo diventati tutti nipoti acquisiti di Arturo, celebre ginecologo di Gubbio con la passione per Star Trek, che ci ha ospitati a casa sua in dieci, e ci ha fatto grigliare quarti di bue in terrazza, sbronzare a colpi di Margarita, svegliare alle 8 di mattina con i Goblin a tutto volume. Ed è andata avanti così per anni, una volta all’anno.
Quella volta che Andrea, Filippo, Giorgio, Danilo (di Eleanore Rigby) e Ivano (di Frenulo a mano) si sono inventati il B.I.R.R.A, invitando tute le riviste underground d’Italia, e poi siccome il comune di Perugia ha sganciato i soldi, hanno invitato anche quelli di McSweeney’s e di Granta.
Quella volta che a Padova è stata scattata quella foto.
Quella volta che ovunque andassimo incrociavamo Gianluca Morozzi.
Quella volta che abbiamo inventato “Cercare google su google” cinque anni prima della web-serie.
Quella volta che mi sono vestito da Leone di San Marco e ho riscritto il Vangelo.
Quella volta che ci sono arrivati i primi racconti, e poi altri racconti, e quelli che ce li mandavano ascoltavano le nostre dritte, e poi negli anni sono diventati bravi, e hanno pubblicato per minimum fax, Las Vegas edizioni, Giulio Einaudi Editore, Intermezzi Editore, Terre Di Mezzo.
Quella volta che ho incontrato Sara Pavan (Il potere sovversivo della carta), in stazione a Mestre, dopo aver acquistato mezzo catalogo del collettivo Ernestvirgola, e poi abbiamo conosciuto tutti i fumettisti del collettivo, che poi sono diventati famosi e tra una copertina per Internazionale e l’altra ci facevano le copertine per noi.
Quella volta che abbiamo organizzato Wimble.doc, il primo torneo di racconti online, con Enrico Piscitelli e Alessandro Milanese.
Quella volta che gli Offlaga Disco Pax ci hanno scritto un racconto.
Quella volta che hanno cominciato a invitarci ai festival e a un certo punto io e Matteo eravamo sul palco insieme ad Antonio Moresco e altra gente tra cui il Collettivomensa che raccontavano di quella volta che si sono spacciati per i Wu Ming a un festival.
Quella volta che siamo diventati 5, da 10 che eravamo, abbiamo portato in redazione gente sotto i vent’anni, ci siamo schiariti le idee e abbiamo deciso di fare sul serio.
Quella volta che Carlo Pastore e Brenda Lodigiani ci hanno intervistato su Radio 2.
Quella volta che Matteo B Bianchi ci voleva bene. E poi ancora più bene, e poi ancora ancora più bene e alla fine consigliava inutile ai corsi di scrittura creativa.
Quella volta che io e Francesco Sparacino abbiamo scoperto il Vov. E che Colla – Una rivista letteraria in crisi doveva chiamarsi “Supermegawow”.
Quella volta che Peppe Fiore ha scitto uno dei libri più belli degli ultimi anni ed è diventato il nostro fratellone.
Quella volta che abbiamo conosciuto Marta, Sara ed Elena.
Quella volta che poi abbiamo cambiato tutti città.
Quella volta che abbiamo conosciuto Marco Drago, e abbiamo scoperto che Maltese Narrazioni eravamo noi, un po’ più fighi, vent’anni prima.
Quella volta che abbiamo pubblicato Sheila Heti, Daniel B. Wallace, il padre di The Edge degli U2 incontrato da Giulia Zennaro per caso in una chiesa in Irlanda.
Quella volta che abbiamo spedito Gianluca Didino a intervistare Jennifer Egan subito dopo il Pulitzer a Roma e Martina Testa l’ha fatto passare davanti ai giornalisti di la Repubblica e de Il Fatto Quotidiano.
Quella volta che abbiamo capito che i soldi nella vita sono tutto e sulla questione abbiamo intervistato Francesco Pacifico, Giusi Marchetta, Gianluigi Ricuperati e Violetta Bellocchio.
Quella volta che è nato Maciste e non siamo finiti in galera ma su La7, Rockit Tutta Roba Italiana, La Stampa e Dagospia ma non su Wired Italia (qualcuno sa perché).
Quella volta che abbiamo fatto impazzire la talent scout di Masterpiece consigliandoci tutti reciprocamente come grandi promesse della narrativa del futuro.
Quella volta che abbiamo cambiato sito, e siamo diventati bilingue.
Quella volta che abbiamo fatto una selfie, anche se non c’eravamo tutti. E ci è venuta di merda. Ma è l’unica che abbiamo.

selfie

Intervista, “Bootleg experiment”

bootleg10Bootleg Experiment  si presenta come un osservatorio sulla contemporaneità, composto da professionisti del settore design, moda, comunicazione, arte e psicologia. Il tema della pubblicazione è la progettualità in tutte le sue forme, con spiccata attenzione verso la percezione, la sperimentazione, la ricerca e il funzionamento del cervello. Abbiamo intervistato i due fondatori, Paolo Peraro e Cristian Confalonieri.  Approfondisci

Non mi sposti da qui

fabri.fibra10202

Se vi piace Fabri Fibra vi sarete quasi sicuramente trovati a dovervi giustificare per i suoi testi. Se non vi è ancora capitato, state tranquilli, capiterà.
Fibra fa rap da metà degli anni Novanta, prima insieme ad alcuni collettivi, poi in solitaria pubblicando nel 2002 e nel 2004 due dischi fenomenali, Turbe Giovanili e Mr. Simpatia, e pubblicandone altri quattro per la Universal – l’ultimo, Guerra e pace, è uscito a Febbraio – più vari ep fatti circolare tra un disco ufficiale e l’altro. Da un punto di vista storico è tuttora il nome di punta di una generazione che ha saputo trasformare un genere fortemente underground in un fenomeno di massa.

Jovanotti-For-President-cover

In Italia

L’hip hop, inteso come cultura composta da rap, writing, djing e breackdance, è nato in America e c’è rimasto. Nel resto del mondo gli elementi della cultura hip hop sono arrivati per importazione durante gli anni Ottanta e Novanta, slegati l’uno dall’altro, e hanno vissuto di vita propria adattandosi più o meno goffamente alla cultura del paese che li adottava.
In Italia il rap è arrivato con Jovanotti, che ne ha succhiato ritmi e movenze per piegarli al racconto pop dei tipici sabato sera di un ventenne degli anni Ottanta, finendo subito ai primi posti della classifica in quanto nuovo e divertente; i graffiti sono arrivati sugli zaini Invicta e sulle copertine della Smemoranda, prima di raggiungere i muri; la breakdance, almeno in provincia, non è arrivata fino al 2000, quando in una cittadina come Mestre, dove sono cresciuto, alcuni ragazzi hanno cominciato ad occupare permanentemente il portico liscio del Monte dei Paschi, beccandosi purtroppo gli insulti di chi trovava lo spettacolo poco decoroso.
Innestare una cultura dalle radici che affondano fino all’epoca dello schiavismo in una cultura che affonda le radici in tutt’altro terreno vuol dire prepararsi ad affrontare un problema di credibilità. Il rap in Italia non può essere l’emanazione di una cultura: può essere solo un genere, dotato di un immaginario da rispettare.
Prima che Fibra attirasse l’attenzione con il suo fumogeno linguistico pieno di troie, pasticche e cazzi succhiati il problema fondamentale per un rapper italiano era dover giustificare la propria infanzia felice a fronte di testi che raccontavano storie cupe e violente che evidentemente non aveva vissuto, e che invece venivano raccontare con l’espressione impassibile di chi quelle cose le aveva vissute davvero. Una posa, che per alcuni era patetica e per altri era semplicemente parte del gioco e andava accettata come tale.

“Devi credermi quando ti dico che non devi credermi”

Dopo il contratto con la Universal i testi di Fibra non si sono addolciti, ma hanno cominciato a parlare di Fibra stesso. Fabri Fibra viene raccontato come personaggio di fantasia (Bugiardo), creato perché non si può fare altrimenti. Nelle interviste questo concetto è ripetuto di continuo. Fibra non esiste. Una doppia vita, quindi? Non esattamente. Fosse così, non sarebbe nulla di così originale. Ci sarebbe Fabrizio Tarducci appassionato di rap che si inventa Fabri Fibra per poter fare rap ad alto livello. E ci sarebbe Fabri Fibra che smaschera questo meccanismo per mostrarci quanto ridicolo sia il mondo dello spettacolo. È un giochino che fanno tutti i vip, spesso dalle colonne di “Chi”, quando si fanno fotografare abbracciati ai figli sul divano di casa e parlano di quanto sia difficile e ipocrita la vita nel mondo dello spettacolo. Lo sappiamo già tutti quanto sia ipocrita, ma sta di fatto che il divano su cui sono seduti è sempre, comunque, più bello del nostro.
Fosse solo questo i suoi testi parlerebbero da un punto di vista esterno, criticando il criticabile ma senza mischiarsi. Se fosse così però non sarebbe Fibra ma Frankie Hi Nrg, probabilmente con meno eleganza, cultura e spessore. La cosa interessante è che il linguaggio adottato non è quello di chi guarda dall’esterno, ma quello di chi si è buttato nella mischia con un registratore in tasca. Per quanto sia stucchevole affermarlo, è una forma di sacrificio culturale (piuttosto autolesionistico, ma spero di sbagliarmi). Quello che ne esce è un Fabri Fibra a sua volta sdoppiato tra la necessità di criticare un mondo di cui fa parte e la necessità di farne parte per poterlo criticare.
I livelli di cui si compone la gran parte dei testi quindi sono tre. A questo va aggiunto che la scrittura dei testi nell’hip hop lavora di velocità e di pezzi di roba accatastata per creare un’atmosfera. Non può essere didascalica. Conta sulla tua intelligenza e la tua elasticità mentale nel saper cogliere lo spostamento del punto di vista.

tumblr_moqi6a6PgF1ryaii2o1_1280

Primo maggio

È comprensibile che Fibra non piaccia o risulti insostenibile. Qualunque tipo di musica può non dire assolutamente nulla e dare fastidio. Quello che non capisco è come si possa essere guidati in questo giudizio non tanto dalla musica quanto dal (presunto) messaggio dei testi.
Fibra non pone solo un problema di identità, ma anche di caratterizzazione. L’hip hop per sua natura ce l’ha sempre con qualcuno: la denuncia fa parte del suo dna. Il fatto è che abbiamo più dimestichezza con le denunce a indice puntato, che con gli elementi di cui si nutre la materia denunciata. La denuncia, l’indignazione, o anche la più banale incazzatura qui da noi sembra cercare dei portavoce, piuttosto che dei narratori.
Gli organizzatori del concerto del Primo Maggio di quest’anno hanno considerato la presenza di Fibra “inopportuna”.

Il messaggio

C’è un messaggio? Sì, anche se non nelle canzoni. Come dice spesso Fibra: “il rap non giudica, descrive”. Il messaggio è lanciato di persona, durante i concerti e le interviste. Parla Fibra o Tarducci? Direi un po’ tutti e due, ma forse non è importante. L’importante è il messaggio, che per farla breve è “ragazzi, diventate autonomi il prima possibile”. È un buon messaggio, perché è pratico, circoscritto e contestualizzato: contiene in sé tutto quello che deve sapere un ventenne che si trova a dover costruire qualcosa per sé nella situazione economica e sociale che stiamo vivendo.
Un giorno un ragazzo, sposato, chiede a Fibra come ha fatto a diventare Fabri Fibra. La risposta è stata: “Non mi sono sposato.”
Il fatto che Fibra abbia un messaggio da lasciare non c’entra nulla con i suoi dischi. Ne lancia anche altri, non altrettanto intelligenti o utili (“votare non serve a niente”), ma sono affari suoi. Il messaggio che decide lanciare non aggiunge o toglie niente al merito di quello che sta facendo con la sua musica. La cosa che lo differenzia da tanti altri (e in mezzo ci metterei anche scrittori e registi e altri musicisti) è che i suoi dischi mostrano qualcosa senza contenere nessun messaggio. Questo, in Italia, è abbastanza raro.

590x706_Quality97_590x706_Quality97_ob_290513_01

Controcultura

A voler essere mainstream ci vuole capacità e occhio. Bisogna sapersi confrontare col gusto medio, che è una cosa che si può percepire ma non descrivere con precisione. Bisogna imparare a sentirlo, introiettando la sensibilità della parte peggiore della cultura contemporanea, quello più banale e respingente per chi non ne fa parte. Per essere pop – e Fibra, in questo momento, è uno dei pochi esempi di vera popular culture (all’inglese) che abbiamo in Italia, insieme a Saviano – bisogna superare questo rifiuto e avere la forza di rielaborarlo. Bisogna saper fare i conti con Sara Tommasi, con il lunedì che è il giorno peggiore della settimana e il venerdì che è una vera boccata d’ossigeno, con i costi del dentista e dell’idraulico, con Sanremo, Corona, Totti e Fabio Volo, capendo che se poi nella vita privata siamo dei freelance che passano due mesi all’anno a Helsinki postando foto minimaliste su tumblr è perché siamo una minoranza privilegiata non perché quello da cui siamo scappati non esiste più (sia chiaro: vi e mi auguro di farne parte, di questa minoranza, il prima possibile).
Come scrive i suoi pezzi Fibra? Lo racconta nella puntata del Testimone che Pif gli ha dedicato. Gli arriva la base fatta dal produttore e procede isolando gli elementi fondamentali attorno a cui comincia a cucire le rime e i giochi di parole. Ma la prima fase è isolare i concetti fondamentali. Per farlo calpesta il terreno del qualunquismo, della banalità, ma non ci resta invischiato. Concetti brevi che siano comprensibili da tutti e che attirino l’attenzione, concetti come “in Italia”, “tranne te”, “una botta”, “di fretta”, “politici italiani che / perepé-quaqua quaqua-perepé”.

La solitudine dei numeri uno

“Fabri Fibra non passa mai di moda, come la figa.” Un aspetto curioso dei testi di Fibra è il continuo giocare con la propria fortuna. Abituati fin da piccoli a fingere che il compito di matematica sia andato male per paura che possa portare sfortuna dire che ci sembra sia andato bene, spiattellare che ti è andata bene e che sarà così per sempre fa un certo effetto. Non andrà bene per sempre, è chiaro. Il rap qui da noi è un genere costruito su un modo di porsi e di presentarsi che stona con le rughe e i capelli bianchi.
Messa così viene da pensare che, passata la sbornia, il destino di Fibra sarà a un certo punto fare un passo indietro. Sarà interessante vedere come. E vedere soprattutto se dopo vent’anni di rap italiano, anche per il singolo rapper sarà naturale una seconda vita artistica all’interno del rap.
Un modo di fare rap tutto italiano ormai esiste, almeno nei testi e negli argomenti. Resta un genere, ma un genere con una tradizione. C’è una ricerca di strade nuove sia da parte di Fibra sia di altri (mi vengono in mente Dargen D’amico e Uochi Toki, ma chissà quanti ce ne sono). La qualità del lavoro di Fibra sta nel garantire sempre un livello di tensione, di ritmo e di coinvolgimento alto, ma soprattutto sta nel portare avanti un discorso tanto musicale quanto culturale.
E poi sta nel suo rapporto con l’hip hop, che è la cosa più importante: in svariate occasioni ha dato prova di pensare alla scrittura hip hop in una maniera molto allargata e sperimentale, che sconfina verso altri territori musicali. È un opinione personale, per cui lascio parlare i pezzi, così potete farvi un’idea.
Un pezzo da Mr. Simpatia, che si intitola Solo una botta:

E l’ep Casus Belli, che ha anticipato l’uscita di Guerra e pace, e che trovate per intero su Youtube:

Belli, bravi, non necessariamente buoni

Il mese scorso Antonio Moresco ha commentato il discorso che Mo Yan ha tenuto alla consegna del Nobel (tradotto da Luca Lamberti). Il polverone di critiche che è stato sollevato attorno all’atteggiamento connivente di Mo Yan nei confronti della censura cinese, secondo Moresco ha finito per distogliere l’attenzione dalla cosa più importante, i libri, portando acqua al mulino che vuole la letteratura sempre “ancella” di qualche altra cosa («della politica, dell’economia, del mercato, degli interessi dei singoli stati […], dell’edificazione e della denuncia») o duplicazione «speculare e giornalistica della realtà e di un […] realismo di supporto». Approfondisci

Steve Martin, Oggetti di bellezza

oggettidibellezzaSteve Martin non è solo uno degli attori comici più famosi di Hollywood, ma è anche suonatore di banjo, sceneggiatore, saggista e narratore, e Oggetti di bellezza è il suo terzo romanzo.

La storia di Lacey Yeager, l’ambiziosa ragazza che dal Davidson College nel North Carolina si trova catapultata nel mondo delle aste di Sotheby’s a New York e da lì inizia la scalata nell’ambiente del collezionismo e delle gallerie d’arte, ci viene raccontata dal suo migliore amico, Daniel Franks, giornalista di «Art News». Approfondisci

The song remains the same

con2deca

Con due deca, la raccolta di cover indie dei pezzi più famosi degli 883, curata da Pastore, Giorello e Villa, illustrata da Baronciani e liberamente scaricabile da rockit, ha prodotto trend su twitter, valanghe di commenti a caldo e qualche riflessione a freddo.

Giorgio Fontana, sul suo blog, affrontando la questione da un punto di vista sociologico, colloca la raccolta nella «generale tendenza a dire fighe delle cose che erano da sfigati tempo fa» e disapprova la leggerezza con cui due etiche che non hanno nulla da spartire – quella dei gruppi indie di oggi, che in questo frangente coverizzano, e quella degli 883 e della loro epoca, che si fanno coverizzare – si incontrano in una raccolta dove il gusto del recupero di roba vecchia avrebbe come fine la celebrazione dell’hipsterismo stesso, e come destino quello di sprofondare in una spirale di «morte per glaciazione».

Approfondisci

@TQ

DOLOMITI-TRE-CIME-DI-LAVARE

Ciao, TQ.

Come tutti i membri della redazione di inutile, non appartengo anagraficamente alla generazione TQ. Sono più giovane di voi.

Ho letto i tre manifesti e ho seguito il dibattito. Dei tre manifesti sottoscriverei solo il secondo, perché è l’unico che propone qualcosa di preciso. Gli altri due  sono belli, nel senso più banale del termine. Dicono cose belle e sono ben fatti, come può esserlo un quadretto con le tre cime di Lavaredo: c’è dentro tutto, ma non emerge niente.
Non potrei mai sottoscrivere in maniera convinta un grumo di affermazioni così generiche come quelle contenute nel primo manifesto. Potrei farlo per togliermi un peso; oppure sulla fiducia, senza pensarci troppo, come si decide di appendere il suddetto quadro nella camera degli ospiti. Per dare un’illusione di profondità alla stanza: non certo per il valore del quadro. Approfondisci