Da cittadino le notizie sono un mio diritto

by Letizia Sechi

L’evoluzione del consumo delle informazioni e la chiusura di GigaOm

«GigaOm non riesce a pagare i suoi creditori. Di conseguenza la società sta lavorando con i suoi creditori, i quali hanno il controllo del patrimonio dell’azienda. Tutte le attività sono cessate. Al momento non sappiamo cosa i finanziatori faranno con i loro asset, o se ci sarà un futuro per quegli asset. La società non intende per ora dichiarare fallimento. Vogliamo per il momento ringraziare i nostri lettori e la nostra comunità per averci sempre sostenuto.»

Con questo breve messaggio GigaOm ha annunciato il 9 marzo la sua chiusura per mancanza di fondi. La traduzione viene dal breve e puntualissimo Perché GigaOm ha sospeso le pubblicazioni, su Il Post; su Wired e L’Espresso, Antonio Rossano parla di un «medico bravissimo morto per colpa di un raffreddore trascurato»: il brillante analista e ricercatore sull’industria dei media impegnato a fornire idee e suggerimenti per il business ad aziende editoriali che fallisce proprio per un modello di business in cui qualcosa è andato storto.

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GigaOm, dall’interno

«I finanziamenti ottenuti dai Venture Capitalist sono un accordo Faustiano di prim’ordine: danno la libertà di crescere velocemente, ma mettono anche l’azienda sotto pressione. Ci si deve mostrare in grado di una crescita rapidissima, e il prezzo da pagare se non si è all’altezza è molto alto. L’industria dei media non è nota per le crescite fulminee che i Venture Capitalist amano vedere.»

A pochi giorni dall’annuncio, Mathew Ingram scrive un post umanissimo ma non per questo meno lucido sulla chiusura di GigaOm: il modello simile a quello di The Economist, che a un progetto editoriale prestigioso affianca varie strategie per monetizzare la relazione di alta qualità stabilita con i lettori, può funzionare «se tutto va come deve», spiega tra le altre cose. Ma «l’evoluzione spietata dei media online» ha giocato di certo un suo ruolo.

Intrappolati nel mezzo

Difficile definire GigaOm una nicchia, date le dimensioni, eppure in qualche modo lo era, nella scelta editoriale: Internet of Things e Cloud Computing non sono argomenti attraenti se si cerca un pubblico di massa. «In qualche modo Gigaom era troppo piccolo per diventare grande, di massa e di successo come BuzzFeed o Vox o Vice» ma al tempo stesso troppo grande per rimanere sostenibile senza un Venture Capitalist, come propone Danny Sullivan parlando dell’approccio alla “SimCity” per i media. «In qualche modo siamo rimasti intrappolati nel mezzo di queste due dimensioni», dice Ingram in un’intervista per CJR. Anche per Scott C. Yates i capitali dei Venture Capitalist sono un problema per la crescita delle aziende: «costringono a prendere decisioni idiote», scrive ragionando in The Important Lesson Behind the GigaOM Collapse.

«In ogni teoria c’è una verità sottesa, riguardo GigaOm, che ogni editore digitale riconosce», osservano sul Guardian. «Il business ha bisogno di produrre una crescita di dimensioni impressionanti, in termini di audience, oppure di tenersene al riparo. Non ci sono abbastanza persone che comprano le ricerche, né che partecipano alle conferenze. La scala fissata nel mondo dell’editoria non è settata su parametri storici, ma su aspettative digitali. E il giornalismo, a differenza dei network, dipende in modo pesante dal contesto culturale in cui è inserito.»

Un contesto culturale in rapidissima evoluzione

Il contesto culturale in cui ci muoviamo è sicuramente in rapida evoluzione. «Il passaggio al mobile è estremamente dirompente per i nuovi media, perché avviene in modo ancora più veloce rispetto alla transizione dalla carta al digitale (che è ancora in corso)» spiega Tom Foremski. Uno dei problemi maggiori dell’era di Internet, dice, è che non abbiamo ancora trovato un meccanismo per attribuire valore ai contenuti, per distinguere e valorizzare un clic su un contenuto di qualità, in modo da incentivarne la creazione. Ma la qualità qual è? «Non ho mai cliccato su un articolo su GigaOm sentendomi poi tradito», dice Will Oremus su Slate, e potrebbe essere sulla strada giusta, puntando il dito sulla fiducia. Anche se la rispettabilità non paga i conti.

I Millennials dicono che le notizie sono ancora importanti per loro, ma se intendete fargliele pagare buona fortuna: è il titolo di un articolo su NiemanLab, che riporta una ricerca condotta dal Media Insight Project. Un ragazzo che ha partecipato alla ricerca dice: «non pagherei per nessun tipo di news: come cittadino le notizie sono un mio diritto». L’urgenza di capire dove posizioniamo l’asticella del valore e per cosa siamo disposti a pagare — oggi — quando si tratta di informazione e contenuti si è fatta eufemisticamente pressante.

(Pubblicato originariamente qui.)


Letizia Sechi

Lavora in editoria dal 2008 e dal 2010 ha a che fare con l’editoria digitale. Si è occupata dell’intersezione tra aspetti editoriali e tecnologici sotto vari punti di vista per Bookrepublic: come responsabile di produzione per Exlibris, editor e coordinatrice della comunicazione online italiana e internazionale per 40k e If Book Then. Dal 2011 al 2013 ha insegnato Editoria Digitale al Master in Professioni e Prodotti dell’Editoria (Pavia); dal 2010 si occupa di formazione per editori, professionisti dell’editoria, scuole e biblioteche riguardo vari temi legati al digitale. Dall’aprile 2013 collabora con RCS Libri come Social Media Manager per i marchi Rizzoli, BUR, Fabbri Editori e Bompiani. Su Twitter è @letiziasechi.