Intervista a Nadia Terranova

by Tamara Viola e Giacomo Buratti

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Gli anni al contrario, l’ultimo romanzo di Nadia Terranova, segue la storia dei due protagonisti Giovanni e Aurora per una decina d’anni, da quando si incontrano nel ’77 a più o meno quando siamo nati noi. Ovviamente, noi non siamo nel libro. Noi siamo sul 14 diretto al Pigneto con Tamara che mi chiede quale sapone uso per lavarmi la faccia mentre passiamo davanti al palazzo di CasaPound. Un misto tra la segnaletica asiatica, la pioggia leggera, il suggerimento di usare uno scrub e le nove e mezza di mattina infonde alla scritta di marmo il carattere di reperto archeologico. Sarà il font? Possiamo immaginare decine di migliaia di giovani uniti sotto un CasaPound in Helvetica Neue UltraLight, cortei di ragazzi coi pantaloni arrotolati che sventolano bandiere di CasaPound stampigliate in Futura, ma gli anni, per l’appunto, non vanno al contrario. Giovanni, figlio di un avvocato comunista, comunista (ma di più) a sua volta, lo scopre pagando il prezzo più alto. Aurora, figlia del “fascistissimo”, impegnata per amore e per necessità di sopravvivenza, lo scopre vedendo la sua vita sfuggirle tra le mani. A Mara, la figlia, tutto sommato va meglio: lo capisce in vacanza, a Pantelleria.

La prima domanda è la più stupida.

Quindi si potrà andare solo a migliorare.

Questo è il tuo primo romanzo “per adulti”. È una differenza che per te conta, essere passata dai libri per ragazzi a quelli per i vecchi? Lo vedi come un passaggio importante?

In realtà ho sempre tenuto aperto il doppio binario, nel senso che ho sempre scritto per adulti – anzi, ho cominciato a scrivere prima per adulti, perché i miei primi racconti lo erano – e parallelamente per ragazzi. A questo romanzo lavoro da sette anni. Il mio primo libro per ragazzi è uscito quattro anni fa, nel 2011, e l’ho scritto in pochi mesi, quindi in realtà dopo che questo libro era già in nuce. Sento sicuramente una differenza: una differenza di velocità, soprattutto – sono molto più veloce, mi sono accorta, a scrivere i libri per ragazzi, ma non perché sia più facile – anzi, secondo me è anche più difficile, serve più rigore – è forse più facile per me, nel senso che quella è una voce che ho ben presente. E poi i libri per ragazzi sono anche più brevi. Insomma, mi viene abbastanza spontaneo, mentre sulla narrativa per adulti torno a lavorare molto di più, cioè la limo molto di più, faccio un lavoro di auto-editing di diverse riletture. Adesso per esempio sto finendo un libro per ragazzi che dovrebbe uscire a giugno per Einaudi Ragazzi, ma in effetti non l’ho scritto adesso, l’avevo scritto nell’autunno scorso, e non ci ho messo neanche un anno a scriverlo. È una questione di tempistica del lavoro. Il risultato è molto simile, perché a me piace raccontare delle storie, quindi mi piace catturare l’attenzione sia dei ragazzi che dei grandi – non c’è moltissima differenza in quello. Ovviamente nel linguaggio e nella scelta delle storie c’è, ma lo capisci da solo quando ti rendi conto di quali sono le persone e le cose che vuoi raccontare, più che altro del come vuoi raccontarle.

La parte del come è interessante, perché il tuo romanzo per adulti di debutto è anche la storia della tua infanzia. Insisti molto sull’aspetto storico del libro e meno sulla parte autobiografica, che tra l’altro si scopre solo alla fine del libro in maniera nemmeno troppo chiara. Che tipo di scelta è stata questa, dal punto di vista (se ci perdoni l’uso del termine paratesto) del paratesto?

Io rispondo di solito alle domande che mi vengono fatte. Tendenzialmente non credo che la mia infanzia e la mia biografia in quanto tale siano interessanti. L’aspetto biografico è quello che mi interessa meno, paradossalmente, perché poi lega anche la narrativa a tutto un filone di “parlare di sé come terapia” o altre cose che io assolutamente detesto, le aborro proprio. Diciamo che ho cercato di trarre dal mio vissuto quello che mi sembrava interessante letterariamente, anche concedendomi il lusso di tradirlo, di arricchirlo, di omettere. Non mi interessava dire “A me sono successe queste cose”, forse mi interessava dire “Io sono questa persona e vengo da questo universo”, ma così come lo si può fare in tanti altri libri. Poi è chiaro che, essendo un romanzo che più di altri coincide con il mio vissuto, è stato più difficile, per alcuni aspetti, però anche molto divertente avere tanti episodi da poter saccheggiare, rivoltare, ecc. Ed è vero che non è un caso che scrivo per ragazzi e che nel primo libro per adulti parlo della mia infanzia, perché è sicuramente una parte della vita che io trovo fertilissima, ricca di tutto. Cioè, secondo me io a undici anni ero molto più intelligente di adesso, ero più densa, più piena di cose che magari non avevo parole per descrivere – ecco, questo sicuramente non ce l’hai nell’infanzia: non hai l’alfabeto, però la complessità delle cose che ti sono accadute, la forza e la violenza delle cose che ti sono accadute è molto più viva. Allora forse scriverle è un modo per fare archeologia di quelle sensazioni e tenertele con te, darle agli altri però anche liberartene un po’. Dio, adesso sembro Raffaele Morelli…

È che abbiamo pensato una cosa un po’ maligna: se tu avessi venduto questa storia come la tua, non pensi che avresti venduto di più?

Immaginate la fine del libro e spostatela all’inizio. Arriva questo: Vi voglio raccontare com’è essere figli di questa storia ecc., e lo stesso romanzo raccontato, invece che con quello stile asciutto che ad alcuni è piaciuto molto e altri mi hanno rimproverato addirittura dicendo che era privo di sentimento, mettendo tutti i patetismi possibili, o anche non tutti, però diciamo: una buona parte di patetismi, tipo: Eppure io sono sopravvissuta e il dolore e le piaghe sulla mia pelle ecc… Sicuramente avrebbe avuto un altro tipo di pubblico, e sicuramente non mi avrebbero accusato di essere troppo asciutta, ma proprio non mi interessava farlo. Intanto non mi interessava scrivere un memoir, primo perché chi cavolo sono io, e secondo perché, anche se fossi la prima ballerina della Scala, a me non piacciono i memoir ma i romanzi. Poi non avrei potuto inventare… È tutta un’operazione che mi è passata per la testa solo a romanzo finito. Solo a romanzo finito l’ho vista così: ho visto un po’ quello che era uscito negli ultimi anni e ho pensato “Se avessi fatto questo…”. Ma siamo proprio nel mondo dell’ipotetico, della fantasia più assoluta. Volevo raccontare la storia di due persone che si innamorano e non si trovano: il mio io è davvero quel punto di vista su una nuvoletta che si capisce alla fine, che diventa personaggio piano piano nel corso del libro. Altrimenti sarebbe diventato il racconto di qualcosa che, soprattutto inizialmente, avrei potuto soltanto immaginare. Ma immaginare letterariamente, con la libertà del romanzo, è molto diverso.

Pensando a romanzi recenti tipo Lacci di Starnone, L’invenzione della madre di Peano, quelli della Ferrante, Guarigione di De Majo e anche il tuo, sembra quasi che ci sia l’esigenza di raccontare la famiglia, le cose personali. Pensi che sia vero? La vedi come una nuova tendenza?

Guarigione è proprio un memoir, in Lacci puoi intuire che ci sia una sovrapposizione dell’io narrante ma i nomi sono cambiati, così come anche nel mio. Quello della Ferrante è un romanzo, e L’invenzione della madre è un romanzo, il protagonista si chiama Mattia. Cambiare il nome del protagonista non è soltanto un dettaglio, ti fa comunque entrare in una dimensione letteraria diversa. Io li ho letti tutti questi, perciò parlo con cognizione di causa.

Sì, c’è un’esigenza di raccontare quello che avviene tra le mura di casa, e lo vedo soprattutto negli scrittori maschi, più che nelle donne. Avete citato la Ferrante, anche me, naturalmente, e Luisa Brancaccio, che racconta sempre la vita di una famiglia, ma siamo tre autrici di romanzi. Ho l’impressione che i maschi abbiano scoperto questa cosa, di raccontare la paternità, il tradimento, la malattia, che sono temi tradizionalmente legati alle donne, mentre adesso le donne puntano anche a imprese titaniche – pensate al Cardellino. Poi credo che sia un fatto sociale, e questo c’entra anche con il mio libro: siccome non siamo più negli anni ’70 e il privato non è politico ma neanche il pubblico è politico, che cosa racconti? Noi non abbiamo una dimensione politica dell’esistenza come generazione, c’è anzi un utilizzo della politica molto individuale, tramite Twitter, tramite partiti che fondamentalmente non esistono: non c’è aggregazione sociale. Il grande romanzo sociale è difficilissimo, perché la società è sbrindellata, quindi viene fuori questa storia del privato. Un privato che non è universale se non per sentimenti basilari, da tragedia greca: la morte, la malattia, la scomparsa del padre. Il romanzo sociale è impossibile oggi – è difficile, impossibile no, ma non è la prima cosa che ti viene in mente guardando a quest’epoca.

Tornando ai romanzi per ragazzi, pensavamo a Bruno. Il bambino che imparò a volare (orecchio acerbo, 2012), perché ha molti aspetti in comune con Gli anni al contrario: entrambi hanno al centro il rapporto tra un padre (Jakob e Giovanni) e un figlio (Bruno e Mara) dove il figlio è un narratore. Ci chiedevamo se tra i due libri ci fosse un rapporto di filiazione, se Bruno fosse stato un modello o se le due storie fossero parallele.

Assolutamente sì. Intanto questo rapporto padre-figlio che c’è in entrambi non c’è in tutti i miei libri, per esempio in Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro c’è il rapporto con la sorella, in Caro diario ti scrivo non c’è, e anche nel Cavedio c’è poco il rapporto col padre. Però per questi due, Bruno e Gli anni al contrario, il paragone è azzeccatissimo. Sono assolutamente fratelli. Anzi, vi dirò di più: per me, il mio vero romanzo autobiografico è Bruno, perché lì, attraverso l’empatia totale con Bruno Schulz, io veramente mi sentivo me stessa. Lo dicevo spesso alle presentazioni: “Questo è il mio libro autobiografico su Bruno Schulz”. E lì la parola autobiografico aveva un senso, perché nella narrazione più totale, nell’invenzione, e anche leggendo Bruno Schulz, avevo provato quell’empatia che provi coi pochi libri nella vita che al di là del gusto, al di là di tutto, ti fanno dire “questo sono io”. Anche se viveva in una piccola città della Galizia e tu vivevi in Sicilia, anche se era un secolo prima e lui era ebreo, era maschio, ha avuto una vita completamente diversa, di quello sguardo sul mondo che leggi avidamente te ne impadronisci. Sono assolutamente simili, tutti e due i libri. Effettivamente mi piaceva, e nel 2012 un po’ lo sognavo, il fatto che Bruno sopperisse alla mancanza del padre raccontando, scrivendo: speravo di essere anche io così.

Quindi hai scritto Gli anni al contrario per sopperire a una mancanza? La daresti come una delle motivazioni principali?

Un po’ sì. Si scrive perché ti manca qualcuno, si scrive perché vuoi fare un dispetto a qualcuno, si scrive per prendersi delle piccole rivincite, si scrive per tutte queste cose insieme. Per dire delle cose che non sai dire in altro modo, per mandare un pizzino a qualcuno…

Soprattutto vendetta allora.

Vendetta non è male. Piuttosto che strozzare qualcuno meglio scrivere un libro, è legale.

Abbiamo parlato di Bruno. Un altro libro che ci ha ricordato tantissimo Gli anni al contrario è Revolutionary road di Yates perché, a ruoli invertiti, la storia della coppia è molto simile. C’è un’ambientazione precisa, la periferia, in un determinato contesto storico. Ci stanno tante ambizioni che poi falliscono. C’è un tentativo di fuggire che finisce male. Ci chiedevamo appunto se quel libro fosse stato un’ispirazione.

Sì! Ho amato molto Revolutionary Road, anche il film, e quel tipo di rapporto di dipendenza reciproca, di ambizioni frustrate dell’uno che si nutrono della frustrazione dell’altro, mi ha assolutamente ispirato, nel senso che era già la storia che volevo raccontare. Forse l’unica cosa veramente diversa è lo stile, perché Yates – a parte essere molto più bravo di me, questo è evidente – anche solo per descrivere la scena di un litigio ci mette sei pagine e io invece magari mezza: non sono brava come lui, ma è anche il mio stile che in questo libro è stato più essenziale.

Venendo proprio al romanzo, abbiamo notato che è pieno di spunti narrativi che lasciano immaginare al lettore altre storie possibili. Ad esempio, quando leggiamo che il padre di lei è “il fascistissimo” e il padre di lui è un comunista pensiamo subito a una storia di Montecchi e Capuleti che poi non succede. Anche Aurora e Giovanni si aspettano sempre che accada qualcosa che poi non accade. È la struttura narrativa che riflette la loro storia o sono loro condizionati dalla struttura in cui vivono?

Credo che siano vere tutte e due le cose, con una leggera predominanza della seconda, cioè del fatto che questa storia è raccontata in questa maniera e molte “cose politiche” restano sullo sfondo perché il punto di vista è quello di una provincia in cui arrivano soltanto echi di avvenimenti. Il focus della storia è questo non riuscire ad afferrare ciò che avviene politicamente. Quello che ad alcuni può sembrare soltanto un cenno frettoloso in realtà serve a restituire come Aurora e Giovanni lo sentivano. Per quanto riguarda la storia Montecchi-Capuleti, quello è un artificio voluto, mi premeva di sottolineare che alla fine, nella vita in provincia, le ideologie del fascistissimo e del comunista non erano così forti da scavalcare l’unica cosa che interessava loro, questa sì molto siciliana: sistemare i figli. Poi sono due personaggi della generazione dei padri. Il ’77 è l’anno in cui i ventenni si rivoltano contro i padri, di destra o di sinistra poco importa – anzi, se sono di sinistra ancora peggio. Sarebbe stato anche meglio per Giovanni avere un padre fascista contro cui si poteva scagliare, invece quella sorta di comunismo ammorbidito lo fa arrabbiare ancora di più.

Secondo te è la provincia che assopisce le passioni politiche?

Sì, in buona parte. La provincia e la vita anche, perché loro sono due cinquantenni, hanno già dato, il loro eroismo l’hanno vissuto a vent’anni, l’avvocato iscrivendosi al partito comunista in un momento secondo lui difficile – quando poi nel partito si è sistemato come qualsiasi altro –, invece il fascistissimo ha fatto sì la guerra in Africa, ma è tornato, si è sposato e ha fatto sei figli. Non è il tipo di rivoluzione che cercano i figli, Aurora e Giovanni – soprattutto Giovanni, che vuole fare qualcosa a vent’anni che cambi la sua vita per sempre. In effetti lo fa, solo che non è quello che aveva sperato.

A proposito di passioni politiche sopite, abbiamo fatto questa riflessione. Spesso si guarda agli anni ’70, al ’77 in particolare, come ad anni mitici di lotta politica tra opposizioni granitiche che si scontrano, con tutto il corollario delle stragi ecc., e che noi tendiamo a guardare con una nostalgia anche fuori luogo. Ma in realtà, negli anni in cui siamo stati giovani— 

Ma se avete dodici anni, che volete?

No, ma tra la metà degli anni ’90 e i primi ’00, gli anni ruggenti del berlusconismo, abbiamo avuto la nostra dose di grandi scontri – super provinciali, tipo le manifestazioni a Viterbo contro la guerra in Iraq –, scontri e passioni che sono finiti in barzelletta, più che assopiti. Come dicevi anche tu prima, oggi il pubblico non è più politico. Ci chiedevamo se la tua lettura di quegli anni sia influenzata in un certo senso da questo atteggiamento scettico, se questa visione non canonica degli anni ’70 sia condizionata dal tuo vissuto o una scelta precisa, di mostrare appunto un altro ’77, provinciale, diverso da quello che si racconta di solito.

È stata una scelta precisa.

C’è stata una volontà di smitizzare quegli anni?

Certo, è stata una scelta precisa, dove naturalmente il vissuto mi veniva incontro. Mi interessava di quegli anni l’aspetto provinciale, perché comunque mi sembrava che mancasse un romanzo con protagonisti che avevano visto la storia corrergli accanto, che ne erano stati travolti di riflesso. Quanto al mio rapporto con la politica, sicuramente anche io ne ho fatta. Negli anni ’90, quando ero già vostra nonna, non è che non si è fatto niente. A quindici anni mi sono iscritta alla sinistra giovanile, andando a rompere le scatole perché ero troppo piccola e non mi potevano iscrivere: ho dovuto aspettare sei mesi, che ne facessi sedici, per essere iscritta. Andavo in sezione, facevo le manifestazioni. Però mi sono accorta – e lì per lì ovviamente non lo sapevo – che in realtà quel modo di fare politica, come poi quello che è arrivato all’ultimo fino agli anni ’90, era ancora la lunga coda di quello degli anni ’70. Ed è vero che le manifestazioni erano di provincia – sei a Viterbo, manifesti per la pace nel mondo, poi torni a casa e la mamma ti ha fatto il minestrone: è straniante. Però questo avveniva anche negli anni ’70. La piazza era fatta di grandi ideali. In Sicilia si manifestava contro, che ne so, le occupazioni americane, e poi appunto stavi a Messina. Non è questa la differenza. Secondo me è che in quelle piazze lì si cercava veramente un’identità, erano nuove. Vent’anni dopo non erano più nuove, era il modo di fare politica che avevamo imparato dai nostri genitori, di cui avevamo sentito parlare ecc., ma non siamo riusciti né a farlo fruttare veramente – prendendone anzi buona parte del fallimento –, né ci siamo inventati qualcosa di nuovo. In fondo era la stessa piazza, solo che a poco a poco c’era sempre meno gente. Prima c’erano dei cortei enormi, poi gli ultimi, negli anni ’00, poi basta. Le piazze adesso, anche quando si dice che sono piene, non sono piene a quei livelli. La gente che cammina dietro agli striscioni è una simbologia vecchissima, a cui io comunque voglio bene, mi piace. Però è come se ci saremmo dovuti inventare qualcosa di diverso, questa cosa riempirla di contenuti diversi.

Quindi trovare un’identità nella piazza è una cosa che tu rimpiangi, alla fine.

Sì sì, a me manca. A me la dimensione pubblica manca. Cioè, io sono un’individualista sfrenata, assolutamente anarchica, per carità, però ammetto che tante volte una dimensione di confronto, anche culturale, più ampia, come poteva essere negli anni ’70 la sede di un partito – che non era soltanto quel posto chiuso e ideologico che oggi pensiamo: comunque nella sede di un partito spesso si facevano i corsi di computer, di inglese, i cineforum… Cioè, adesso ci fa ridere, però dov’è che andiamo a parlare di cose che non siano “mi sono mollata col fidanzato”? A me manca questa cosa, la cerco, quando la trovo mi ci appiglio.

Ma c’è Twitter!

C’è Twitter e infatti lo uso, mi piace. Non sono contro Twitter e Facebook, è bello che ci siano degli ambienti così, è una cosa bellissima. Sarebbe bello se ci fossero anche di persona.

Tornando a Gli anni al contrario, abbiamo visto che le descrizioni idilliache dei luoghi naturali (Stromboli, Pantelleria, la fattoria in cui va Giovanni a disintossicarsi) fanno da sfondo a eventi positivi. Al contrario la città (Milano o la stessa Messina) viene raccontata come quasi deleteria della persona. È un espediente retorico o c’è per te questo potere nei luoghi?

Non è solo un espediente retorico. Per Giovanni e Aurora Messina è spettrale. Diciamo che non è una verità in assoluto, se no sembro quella bucolica per cui la campagna è la panacea di tutti i mali. Non è così, però dal loro punto di vista, per come loro vivono quegli anni, Messina è il sottofondo spettrale di ogni loro azione, non è né positiva né negativa. C’è la giornata di sole – guardare il mare, quella cosa che ti culla, che ha a che fare col rapporto quotidiano con un paesaggio ma che non ha in realtà una bellezza in sé, una bellezza schiacciante: ha una bellezza perché ti ricorda l’infanzia, una tua abitudine… è come uno Xanax, quel mare, ti calma. Invece la bellezza del vulcano, di quando loro si arrampicano sul vulcano di Stromboli, o quando si lasciano sorprendere da Pantelleria, è una bellezza selvaggia, che ti ricorda la tua Sicilia però te ne fa vedere un’altra faccia. E Milano è la città straniera. Io non essendo milanese l’ho descritta con gli occhi che potevo immaginare di una persona, un siciliano, tossico, che negli anni ’80 finiva a Milano a lavorare. Una città neanche ostile, perché per alcuni aspetti Messina era più ostile di Milano per Giovanni, alla fine lì lui sta bene, si sente finalmente lontano dalla cappa famigliare, ma è sicuramente una città che non sente sua, che utilizza perché in quel momento gli serve: è più facile comprarsi l’eroina e tutto sommato anche vivere, con meno gente che gli sta addosso. Per tornare alla domanda, il posto influenza Giovanni: a Milano si perde completamente, a Pantelleria è felice di una felicità malinconica, a Stromboli è felice di una felicità attiva e propositiva. Forse chi legge segue questo percorso e vede questi posti con quegli occhi là. Sono gli occhi con cui li ho visti io scrivendo.

Hai detto “cappa famigliare”. Abbiamo notato che quasi sempre la casa dove vivono insieme Giovanni e Aurora viene chiamata “casa in miniatura”, un’espressione che ha secondo noi una doppia connotazione: qualcosa di “carino” – la casa in miniatura fa pensare alle fiabe, o alla casa delle bambole – e d’altra parte soffocante – ci viene in mente soprattutto poi il soppalco dove dorme Giovanni, che è letteralmente soffocante. Questo doppio aspetto della casa in miniatura che ricorda qualcosa di bello ma è anche claustrofobica riflette un’idea di famiglia come positiva in teoria ma che in pratica inibisce l’individuo?

Sì. Oddio, io spero di essere un po’ più ottimista, altrimenti non si sopravvive! Ma Ibsen non a caso l’ha raccontato benissimo in Casa di bambola, appunto. La casa di Ibsen è perfetta, però ci sono un marito e una moglie che non si dicono le cose più importanti, poi c’è un fatto di soldi, quindi dietro il perfettino c’è un incubo che riguarda debiti, cose pesanti che gravano sull’orgoglio dei protagonisti… Ibsen è stato un riferimento mentre pensavo alla definizione di “casa in miniatura”, sicuramente. Invece le due case di provenienza, quella dei Silini e quella dei Santatorre, che non sono in miniatura, dovevano comunque avere un aspetto soffocante: uno è il soppalco e l’altro è il bagno. Anche una casa molto grande, se dentro ci metti sei figli, è una casa soffocante. Era necessario che lo spazio li facesse sentire costretti: i miei personaggi sono assolutamente claustrofobici in questo romanzo – i due personaggi adulti, non la bambina. Lei non vive questo problema: quando ha pochi mesi o anni la casa in miniatura è su misura per lei, e più in là vive con la madre in una casa abbastanza grande e svuotata, quindi semmai ha il problema del vuoto, della casa troppo grande, di un corridoio troppo lungo che le fa paura e che invece è lo stesso corridoio dove si ammassavano sei figli, prima. La descrizione geometrica degli spazi, degli spazi chiusi, era importantissima per me, metaforica delle condizioni famigliari che si attraversavano.

Abbiamo capito che non vorresti sembrare pessimista, però nel romanzo i due protagonisti, quando si sentono soffocare dall’ambiente famigliare e in due modi diversi cercano altrove quello che non trovano a casa, non fanno una fine bellissima. Di Giovanni sappiamo, e Aurora si sente lei stessa svuotata, finita.

Muoiono, tutti e due. I personaggi che abbiamo conosciuto all’inizio muoiono alla fine del libro. Anzi, Guccini direbbe forse che lei muore di una morte un po’ peggiore, che però è l’unica che le permette di sopravvivere fisicamente. Ma quella storia si chiude, e quindi quelle due persone non esistono più, dopo.

Questa cosa che loro quello che non trovano in famiglia non lo trovano nemmeno fuori non è proprio ottimistica al cento per cento.

Mi rendo conto. Avete ragione, lo devo ammettere. Devo ammettere che no, non posso salvarla. Vi posso offrire un altro cappuccino e dire che nel prossimo romanzo scriverò una storia bucolica famigliare, ma non sarebbe interessante… È vero, ho una certa sfiducia di principio verso la famiglia, ma non è biografica, di vita reale. Basterebbe pensare che sto con la stessa persona da undici anni, figuratevi. Non è biografica ma è proprio filosofica. Cioè, credo che il prezzo che ti chiede la famiglia per farne parte è sempre altissimo, sia della famiglia di provenienza che di quella di arrivo.

Un prezzo che si paga in che termini?

Di rinuncia della propria personalità. Nella tua famiglia di provenienza comunque fai fatica a essere accettato e se lo sei, anche negli anni più complessi, devi sempre nascondere delle parti di te, dalle più piccole – “non mi piacciono i carciofi però me li mangio se no la zia Pina si offende” – ai tuoi gusti sessuali, la tua vita più vera, come ti senti. C’è spesso nelle famiglie borghesi qualcosa che ti comprime. Nella famiglia di arrivo dici “Finalmente sono libera, ho scelto questa persona”, poi ci vai a vivere e ti trovi in delle situazioni che ti soffocano: lui vuole un figlio e tu no, o tu vuoi un figlio e lui no, lui si vuole sposare e tu no e viceversa. È sempre un aggiustarsi. E delle volte però c’è del bello in entrambe le cose: può essere che tu ti senta soffocato in famiglia ma al contempo non ti senta mai più amato da nessuno come ti hanno amato i tuoi genitori, nonostante tutto. C’è sempre molto da bilanciare. Però la claustrofobia sì, io la lego alla famiglia, sempre. Io la lego un po’ a tutto, però alla famiglia… Anche i figli, per esempio: io non ne ho, però credo che anche loro possano farti sentire molto claustrofobico, perché, come descrivo poi nel romanzo, hai un essere che a un certo punto ti guarda, pianta quegli occhi negli occhi tuoi, e tu devi badare a lui, devi essere responsabile di questo individuo, non solo tenerlo in vita ma anche controllare i tuoi comportamenti… È inquietante.

La figlia di Giovanni e Aurora, la sua innocenza, per tutto il romanzo vengono per quanto possibile preservate, vive un po’ all’oscuro di quello che ha intorno. Addirittura in qualche occasione la vediamo scocciata quando si accorge che c’è qualcosa che non va. Allo stesso tempo è lei che alla fine si rivela come narratrice della storia, quindi si trova a rivivere attraverso la scrittura quello che ha vissuto in un certo senso inconsapevolmente. Come si coniugano queste due esigenze? 

Lei è sì preservata dagli avvenimenti peggiori dalla protezione di Aurora e anche da quella di Giovanni, però non è che non sappia nulla. Non è che è scocciata perché non si accorge di quello che sta succedendo. Quando alla fine del libro è scocciata perché non vuole andare a trovare il padre lo è in realtà perché ne ha viste già troppe. C’è quell’episodio in cui lei ha pochi anni e Giovanni la porta in giro e poi si impasticca, e anche dopo, l’episodio dei gettoni del luna park, e quando sente i genitori dell’amica che parlano del padre… Cioè, lei è perfettamente consapevole. È sempre lo stesso discorso di prima sull’infanzia: lei vede tutto ma non lo sa raccontare. E ha quella fiducia tipica dei bambini per cui può credere, a un certo punto, che è normale così. Da piccolo, anche quando ti succedono le cose più terribili, ad esempio episodi di bullismo, tu pensi che è normale, cioè pensi: “come è successo a me succederà anche agli altri”. Lei per un certo periodo non ha un altro confronto: quella è la sua famiglia, suo padre è così, sua madre è così. Poi piano piano comincia a capire che non tutte le famiglie sono così, comincia a bilanciare, e quindi a raccontare, a raccontarsi le cose e a trovare l’alfabeto. E contemporaneamente, siccome è ancora piccola, non una scrittrice di trentasette anni, dice “Voglio vivere la mia infanzia”. Anche perché tutti gli sforzi di Aurora per farle vivere una vita normale, accompagnarla alle feste ecc., qualcosa hanno fatto. Lei non è stata emarginata o trattata come la figlia un tossicodipendente, viene comunque considerata la figlia di una famiglia borghese di sinistra un po’ strana, con dei problemi ecc. – è sempre quel detto-non detto della provincia che ritorna anche qua: sei come loro ma non sei veramente come loro. Lei vive questo. Quel momento lì, quando non vuole andare dal padre in ospedale, è il momento in cui finalmente si regala di essere bambina, cioè di dire “Non me ne frega più niente di quello che sta succedendo, io adesso voglio giocare”.

Siccome abbiamo parlato fino ad ora di cose un po’ deprimenti…

Il libro mi rendo conto che non aiuta.

… abbiamo pensato di concludere con una nota di allegria cretina. Un quiz. Queste sono tutte cose successe tra il ’77 e il ’78, tu ci devi dire cosa salvi e cosa no. Cominciamo: la morte di Elvis o la nascita di Giorgia Meloni?

Devo sceglierne una soltanto? Se salvo la morte di Elvis, Elvis muore, quindi scelgo la nascita di Giorgia Meloni. La salvo: guardiamo al futuro.

La fine di Carosello o l’uscita nelle sale di Guerre Stellari?

Io voglio Carosello: guardiamo al passato.

Dicci pure che non hai mai visto Guerre Stellari.

Mai. Forse ho visto il primo e mi sono addormentata.

Ecce bombo o La febbre del sabato sera?

Ecce bombo. Con dolore, perché La febbre del sabato sera è divertente, ma Ecce bombo tutta la vita.

Pelé o Giorgio Chinaglia?

Purché Chinaglia non passi al Frosinone. La citazione la devo esplicare o è chiara a voi che avete undici anni?

È una canzone di Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico.

Bee Gees o Donna Summer?

[Riflette]

Vedila così: uomini bianchi che cantano in falsetto contro il popolo nero.

Vabbè, come siete ricattatori di sinistra! Guardate che il ’77 è finito! Uomini bianchi! Bee Gees!

Quindi non hai mai visto Guerre Stellari e sei una razzista.

E guardo anche Uomini e Donne.

Guardi veramente Uomini e Donne?

Lo guarda il mio compagno che è un sociologo, ancora peggio. Io di solito a quell’ora scrivo, però la mia scrivania è sotto il televisore e ogni tanto mi affaccio per dare un volto alle voci.

Questo è interessante. Quanto entra di Uomini e Donne in quello che scrivi?

La narrativa la scrivo la mattina. Di solito a quell’ora rispondo alle interviste.

L’ultima: pantaloni a zampa o giacca di pelle?

Tutti e due.

Insieme?

No. Tutti e due purché i due fenomeni non si presentino nello stesso individuo. Mi piacciono i pantaloni a zampa, sempre mi sono piaciuti.

Questo è il Pigneto che parla.

Anche Messina ci mette del suo.


Tamara Viola e Giacomo Buratti

Tamara fa parte di inutile. Vorrebbe tanto che Giacomo ci tornasse: così lo coinvolge in avventure folli, come intervistare scrittori argentini che passano in Italia.