Fabrizio De André: L’archivio RAI

Pubblicammo questo articolo l’11 gennaio 2009, in occasione del decimo anniversario della morte di Fabrizio De André. La versione del sito su cui comparve è andata perduta: ma dal momento che rimane uno dei motivi per cui un sacco di gente arriva su questo sito, abbiamo deciso di ripescarlo e riproporlo oggi, ché De André compirebbe 75 anni.

fabriziodeandre_1_1343928697

La prima apparizione televisiva di De André è del 1969. Se avete a casa il cofanetto Einaudi, Parole e canzoni, conoscete sicuramente alcuni estratti. Il programma si chiama Incontro con… ed è condotto da Enza Sampò. Sei anni prima dell’esordio alla Bussola di Viareggio, De André liquida il discorso sul rifiuto di fare esibizioni live dicendo semplicemente: «non sono preparato a fare spettacolo». La Sampò incalza con un’intervista piuttosto approfondita, si parla addirittura dei Viaggi di Gulliver, uno spettacolo per bambini di cui De André aveva scritto a gran velocità le musiche e le filastrocche («ho scritto 22 canzoni in 22 giorni», FDA), di cui non esiste una registrazione reperibile. Nella mezz’ora di programma i discorsi vengono intervallati da un discreto numero di canzoni tratte da Tutti morimmo a stento (tra cui Girotondo, con tanto di coro di bambini e De André al centro), La guerra di PieroPreghiera in GennaioAmore che vieni amore che vai. La vera chicca è che in studio ci sono anche i New Trolls che fanno Tom Flaherty, scritta un anno prima da De André e Mannerini.

Un salto temporale di quasi dieci anni ci porta a L’altra domenica di Renzo Arbore. È il 1978, Rimini è appena uscito nei negozi e De André ha cominciato i lavori di ristrutturazione della cascina in Sardegna. Il servizio è fatto dalla troupe di Fabrizio Zampa, inviata per l’occasione a Tempio Pausania. Da lì, dopo un’introduzione divertente in cui un passante è convinto di vedere De André su una panchina e lo segnala a Zampa (si tratta invece di un uomo con lo stesso taglio di capelli), la troupe si inerpica per le colline sulle note di una versione casalinga di Sally. Arrivati a destinazione, comincia l’intervista. Si parla strettamente di lavoro: De André spiega che la cascina è stata comprata con l’idea di ricavarne degli utili, in modo da evitare che l’unico mezzo per fare un po’ di soldi siano le canzoni. Mentre i due parlano, all’esterno si cucinano i maialini da latte e si cantano canzoni in lingua sarda. Il tutto finisce con una mangiata, la stessa che potete vedere nel frammento contenuto nel documentario di Minoli passato in tv. A tavola c’è anche Massimo Bubola («questo è il ragazzo con cui ho scritto le canzoni del mio ultimo disco. Si chiama Rimini… Non lui, il disco», FDA). Poi, accompagnato da Cristiano e da Dori, De André canta Andrea e Rimini. Si finisce con un brindisi ad Arbore e, come d’abitudine, con lo stacchetto delle Sorelle Bandiera.

Il servizio di Emilio Uberti e Luzzatto Fegiz viene trasmesso all’interno di Variety, nel 1980. A ricordarci che il fatto del sequestro è ancora “fresco”, una piccola scenetta introduttiva ci mostra De André, Dori e un gruppo di amici che cantano distesi su una roccia, mentre dei loschi figuri – che sembrano usciti da un film di Leone più che dalle schiere del banditismo sardo – li tengono d’occhio accarezzando tra le mani delle pistole. Per dovere di cronaca, bisogna dire che non c’è un solo caso in cui De André (e compagnia) e banditi occupano la stessa inquadratura. L’idea, di discutibile efficacia, potrebbe essere quindi venuta in mente solo in fase di montaggio, e non so fino a che punto abbia avuto l’approvazione dei protagonisti.
Si parla ovviamente del sequestro, anche se con un certo riserbo. Il 1980 è l’anno in cui De André lavora all’Indiano e Dori Ghezzi a Mamadodori. Fegiz allude al fatto che pubblicare due dischi all’indomani del sequestro possa essere interpretato come una trovata pubblicitaria: «Vi hanno sequestrati, adesso fate il disco». De André, piuttosto seccato, risponde: «Noi siamo due cantanti a cui è successo di essere sequestrati, non viceversa».
Un altro momento di tensione si registra quando Fegiz chiede chiarimenti riguardo al fischio del treno che si sentiva dalla grotta in cui venivano tenuti in ostaggio, elemento che poteva aiutare le indagini. De André dice: «Non è sede per parlarne».
Dopo questo inizio un po’ turbolento, il servizio si rilassa. Si provano un po’ di canzoni tratte da Mamadodori (Mio signoreMamadodoriEra notte) e si ironizza un po’ sul rapporto di coppia. Fegiz chiede: «Non c’è il rischio che il vostro amore si trasformi in una società per azioni?», De André: «Nel nostro caso penso di no. Penso che si andrebbe a far benedire la società per azioni. E poi dopo quattro mesi di collaudo in cui vivevamo in mezzo metro, credo che la cosa da rilevare sia che stiamo bene assieme».

Il documento del concerto a Sarzana del 1981 è segnalato negli archivi Rai, ma è assente. Si possono tuttavia trovare degli estratti in mezzo ai vari documentari fatti di recente, e su youtube.

Lo speciale di «Mixer» del 1982 è a cura di Mario Mariani. Si tratta di una breve intervista fatta prima del concerto al Teatro Tenda di Firenze. Ritorna fuori ancora un volta il rapporto con il pubblico: «Il fatto che ancora adesso il pubblico crei una certa emotività nei miei confronti credo che derivi dalle stesse origini educative, che in qualche maniera risalgono ad un’educazione, diciamo, cattolica autorepressiva». Lintervista è inframezzata da alcune immagini degne di nota: De André che canta un Fado (non so dirvi quale), Hotel Supramonte cantata per intero durante le prove, Quello che non ho utilizzata per dare gli ultimi ritocchi al mixer prima del concerto, e l’apertura affidata ai Tempi Duri (il gruppo di Cristiano De André e Carlo Facchini).

Due anni dopo, Mixer rinnova l’interesse verso De André con uno speciale di mezz’ora tutto dedicato a Creuza de ma, reperibile per intero su youtube.

Di particolare interesse è una puntata di Linea diretta di Enzo Biagi del 1985. Il tema è il Festival di Sanremo e si confrontano le posizioni di diversi cantautori (Dalla, De Gregori, Paoli, Vanoni, Guccini e altri). De André spiega perché si è sempre rifiutato di partecipare: «Non essendo attrezzato per una gara di ugole, per me si tratterebbe di esprimere i miei sentimenti con la tecnica attraverso cui io riesco ad esprimerli. E credo che questo non possa essere argomento di competizione». La spiegazione continua con un riferimento a Tenco: «Quando si mettono in competizione i propri sentimenti si può correre il rischio di avere delle reazioni magari esageratamente dilatate di fronte ad un’eventuale sconfitta, più morale che professionale. Anche questa tragedia mi ha fatto decidere di non partecipare a Sanremo».
E poi un ultimo scambio di battute. Biagi: «La vita di cantante riesce a rendere ragionevolmente felice un uomo?» De André: «Credo che la sintesi migliore l’abbia fatta Pirandello quando dice che la vita c’è chi la vive e c’è chi la scrive. A me, fino ad adesso, è capitato più di scriverla. E l’ho vissuta un po’ troppo poco».

Nel 1991 Gianni Minà conduce in diretta dal Palazzo del Gruppo Ferruzzi, dedicato a Mauro De André (fratello di Fabrizio), la serata di gala Momenti di gloria. In linea da Porto San Giorgio, prima di un concerto, De André parla un po’ di suo fratello e chiude con una spiegazione de Le nuvole: «È un tentativo di satira sociale. Se non ho raggiunto i vertici dei grandi classici, da Apuleio a Petronio, credo che sia soltanto per carenza di capacità descrittiva, non per carenza di materiale aberrante, di cui siamo abbastanza dotati in questo momento».
Minà: «Va bene, Fabrizio, ti ringrazio per non aver abbandonato il tuo ruolo di “stimolatore”».
De André: «Diciamo così».
Canta Don Raffaè.

Sempre del ‘91 è il lungo servizio di Notte rock, a cura – tra gli altri – di Ernesto Assante, in cui De André suona e spiega alcune sue canzoni. La vera rarità è che una delle canzoni è Giugno ‘73. «È la storia di un amore felicissimo… Finché è durato è stato meraviglioso. Quando poi è diventato, come diceva Flaubert, una comunione di cattivi umori il giorno e di cattivi odori la notte, si è felicemente concluso. Quindi un amore felice in tutti i sensi».

Tra Le nuvole (1990) e Anime salve (1996) le presenze televisive sono ridotte a zero. Significativo il fatto che sia il protagonista (assente) di un programma intitolato «Aspettando… Fabrizio De André, in cui si intervistano collaboratori e conoscenti, nomi come Cesare Romana e Mauro Pagani. Segnalo anche l’imitazione (mal riuscita) che ne fa un giovanissimo Gigi Sabani a Ci siamo del 1993 (però, guardatevi quella di De Gregori, che gli veniva bene!). E per ultima, l’apparizione nel 1996 all’interno di Tg2 – Costume e società, all’indomani dell’uscita di Anime Salve, in cui si parla quasi esclusivamente della cascina di Tempio Pausania, ormai completamente restaurata e trasformata in agriturismo, con tanto di listino prezzi e caratteristiche generali.

Va da sé che la mia ricerca si sia limitata al 1999. Dopo quella data tutto ciò che è uscito è stato debitamente pubblicizzato, e non credo che abbia senso rincarare la dose. Mi limito a segnalare (sempre che ci sia ancora) un interessantissimo documentario che ho visto su youtube, in cui si va ad intervistare tutta la gente che stava attorno a De André, al di fuori del mondo dello spettacolo.

Costume vorrebbe che dopo una semplice elencazione del contenuto di archivio si traessero delle conclusioni sul personaggio. Io non le so trarre. Mi limito semplicemente a considerare il fatto che, col passare degli anni, la costante di tutta la produzione di De André è stata quella di portare la scrittura delle canzoni sempre più nella direzione di territori (economicamente) disinteressati. E la scoperta che nel 1996 preferisse promuovere il suo agriturismo piuttosto che il suo ultimo disco mi sembra piuttosto significativa in questo senso. A mio avviso in questa scelta c’è un nodo non ancora del tutto sciolto e compreso da chi nel 2008, in Italia, decide di mettersi a scrivere canzoni. Un nodo che allo stesso tempo addita un problema e una sua possibile soluzione.
Detto questo, ognuno ha il diritto di farsi la sua opinione personale su De André, come su ogni altra cosa. Il consiglio che, però, mi sento di dare è quello di limare questa opinione non per mezzo dei documentari televisivi che nei prossimi giorni faranno a gara ad accaparrarsi il consenso di pubblico, ma per mezzo dei documenti. Come si fa per qualsiasi fatto storico. I documenti sono reperibili e gratuiti, all’interno di una qualsiasi mediateca Rai. Bastano la carta d’identità e un paio di ore libere.

(Si ringrazia calorosamente la Mediateca RAI di Torino. AR)

Napoli, capitale della miseria

ferrante

Nessuno sa chi si nasconda dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante, addirittura si mette in discussione che sia veramente una donna. Il critico James Wood ha scritto che, in confronto a Ferrante, Thomas Pynchon è un fanatico delle apparizioni in pubblico. Il poco che si sa è che è nata a Napoli e che è diventata uno dei nomi fondamentali della letteratura italiana contemporanea. La sua voce e i suoi romanzi hanno così forza che poco importa come sia fatto l’autore.

Lumen raccolse in un solo volume, come fecero gli editori italiani, sotto il titolo Cronache del mal d’amore, tre romanzi duri e potenti che affrontano le relazioni umane da tre punti di vista diversi: L’amore molesto (AmazoniTunes), I giorni dell’abbandono (AmazoniTunes) e La figlia oscura (AmazoniTunes). Dai primi due sono stati tratti dei film. Dei tre, il migliore, o comunque quello che rimane impresso con più forza nella memoria, è probabilmente I giorni dell’abbandono, il diario di una separazione e il recupero da una delusione amorosa. A questo volume segue il “trittico napoletano” del quale sono state tradotte (in spagnolo) le due prime opere: L’amica geniale (AmazoniTunes) e Storia del nuovo cognome (AmazoniTunes). Il trittico comincia con la scomparsa di Lila, la quale è stata la migliore amica dell’infanzia e adolescenza di Lenù, la narratrice. Tutte e due hanno sessantasei anni, e Lenù ricostruisce la loro storia d’infanzia in un quartiere disgraziato di Napoli. Tutte e due sono buone studentesse, sono sempre insieme, temono don Archile, il macellaio, e i Solara, i ricchi del quartiere; sognano le stesse cose: andarsene da lì, lasciare la povertà e studiare. Tuttavia, prenderanno strade diverse: Lila, la figlia del calzolaio, si sposerà a sedici anni, mentre Lenù, figlia del portiere, continuerà a studiare grazie a una professoressa che le paga i libri e nonostante la debole opposizione di sua madre. Storia del nuovo cognome riprende la storia dove finisce il romanzo precedente: con il matrimonio di Lila. Ma sappiamo qualcosa in più: sappiamo che Lenù si sbarazza del diario di Lila, pagine e pagine dentro una scatola, buttandolo nel fiume Arno dal ponte Solferino, a Pisa. Il che significa che Lenù ha avuto accesso ai pensieri più intimi di Lila.

In Storia del nuovo cognome le due amiche perdono la virginità, hanno rapporti all’epoca mal visti per diversi motivi, imparano, crescono e prendono decisioni con importanti conseguenze. Conoscono l’amore, il crepacuore e la violenza, e il difficile rapporto che mantengono si fa ancora più complesso. Scoprono e soffrono la distanza che c’è tra i poveri e i ricchi, e l’importanza dell’educazione. È un romanzo che scava nell’amicizia tra due ragazze, e quel rapporto, che si esplora e che ha delle sfumature e delle giravolte, è un pretesto per parlare di un paese nel quale le differenze tra il nord e il sud sembrano inconciliabili; di una città, Napoli, corrotta e miserabile; di un momento nel quale la violenza, verbale e fisica, impregna tutto, nel quale il linguaggio, dialetto o italiano, marca una differenza; del quartiere di una città nel quale la miseria non è sempre materiale e i rapporti sono pieni di odio, rancore, invidia e risentimento.

Oltre a Napoli, l’altro grande tema del romanzo è la paura: paura di crescere, paura di non essere quello che si spera, paura di essere quello che si vuole essere, paura di innamorarsi, paura del proprio corpo e dei sentimenti, paura di scegliere e sbagliare nella decisione, paura di fallire e paura di vivere. La paura fa parte del processo di crescita e apprendimento, e Ferrante lo descrive molto bene. È capace di raccontarlo così bene che a volte succede come quando guardiamo il nostro riflesso nello specchio dell’ascensore: l’immagine che riflette assomiglia così tanto a noi che non vogliamo riconoscerci. I libri di Ferrante hanno la qualità di non cadere nelle risposte facili o evidenti, e affrontare argomenti complessi e universali attraverso trame apparentemente banali, quasi da melodramma. D’altronde, Ferrante non giudica i suoi personaggi né li protegge eccessivamente: lascia che siano le loro azioni, le loro parole, le loro reazioni a raccontare come sono, lasciandoli sbagliare.

Storia del nuovo cognome è quasi una discesa agli inferi della narratrice che si riprende verso la fine del romanzo. Si trova così concentrata sulle sue disgrazie e i suoi timori che non si rende conto dei problemi della sua amica (la quale vede sempre di più come una nemica): un matrimonio senza amore e un marito che la violenta dopo averla picchiata la notte di nozze. Tuttavia, è un romanzo luminoso perché i personaggi evolvono e la sua situazione migliora: Lenù riesce ad andare in università e vede pubblicato il suo primo romanzo, Lila conosce l’amore e qualcosa di simile a una stabilità quasi felice.

Per leggere Storia del nuovo cognome non è necessario aver letto L’amica geniale, ma è difficile non affezionarsi ai personaggi, non voler sapere cosa è successo loro, com’erano da piccoli. D’altra parte, L’amica geniale racconta l’estraneità che provocano i mutamenti fisici nelle ragazze e come riescono a influenzare il loro rapporto con il mondo. La narratrice si addentra nell’intimità della pubertà femminile senza pudore né paura. Quest’attitudine onesta è la stessa che guida anche Storia del nuovo cognome, dove, senza timore che il personaggio possa risultare antipatico in certe occasioni, Lenù viene messa a confronto con Lila in tutti gli aspetti, prova invidia e rancore, si sente finta e inquieta sul fatto che la gente possa rendersi conto che in realtà quella intelligente è l’altra. Tutto questo in mezzo a un miscuglio d’amori non ricambiati e rubati, pestaggi, fughe e abbandoni.

Elena Ferrante ti prende, ha un che di assuefacente: vuoi sapere cosa succede, come continuerà. Sa portare a buon termine l’intreccio, la suspense, la trama quasi da romanzo d’appendice, e allo stesso tempo racconta la storia dell’Italia della seconda metà del XX secolo. Come dicevo, si può leggereStoria del nuovo cognome senza aver letto L’amica geniale, ma sarà quasi impossibile finire il secondo volume di questo trittico senza voler saper perché Lila è sparita, perché Lenù abiti a Torino e cosa sia successo a suoi aneliti e sogni di gioventù.

(Questa recensione è stata pubblicata originariamente nel dicembre 2013 su letraslibres.com, e fa parte del nostro numero 58.
)