L’importante non è il viaggio, ma la mappa che usi

by Claudio Serena

Questa è una storia di molti anni fa, che forse non ho mai raccontato a nessuno. Ho appena scoperto che Diablo è stato liberato dalla sua prigione di cristallo e sto per avventurarmi per la prima volta nelle catacombe di Tristram. Non ci sono luci se non poche torce lungo le pareti e l’unico sopravvissuto dell’avanguardia che ha cercato di esplorare queste rovine è morto tra le mie braccia, svelando il tradimento dell’arcivescovo Lazarus, che ha liberato altri demoni nelle catacombe, tra cui il Macellaio.
Mentre mi avventuro tra le tombe sotto la Cattedrale cerco segni del passaggio di questo demone sadico, per evitare che la mia testa venga tagliata di netto dal mio corpo con un singolo colpo di mannaia. Non esistono mappe di questi caotici cunicoli, o almeno così penso, e spesso un rumore improvviso mi rivela per il codardo che sono e corro verso l’uscita.

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Ogni volta che rientro mi perdo nuovamente nelle tenebre, da cui pare non esserci altra uscita che le scale che portano al villaggio, fino a quando non sento la sua voce.
“Ah, carne fresca…”
Il sangue mi si congela nelle vene e faccio solo in tempo a lanciargli una palla di fuoco che lascia il Macellaio praticamente intonso, prima di correre nuovamente verso la salvezza. Un’azione molto sciocca, perchè una volta tornato di sotto mi rendo conto di non avere una mappa e di non avere idea di dove avessi incontrato quel mostro sanguinario.

La mia prima avventura nelle catacombe fu terribile, ma scoprii, dopo aver sconfitto il Macellaio, di poter visualizzare una mappa delle catacombe, che a ogni nuova partita venivano generate a caso. Da allora, per quanto spaventosi fossero i mostri che dovevo affrontare, sapevo sempre quali fossero le zone sicure e dove fossero i nemici più forti. Non avevo più paura.

Mi ricordo di un’altra volta, quando mi sono perso nelle rovine di Niryastare, nella zona a nord-ovest rispetto a Kvatch. Alcuni orchi mi avevano spinto troppo in profondità e per sfuggire ad alcuni spettri scivolai in una zona da cui non sapevo come uscire.
Per mia fortuna avevo una mappa delle rovine e in poco tempo sono riuscito a tornare sui miei passi, abbastanza silenziosamente da non risvegliare altri morti.
Senza mappa e bussola sarei probabilmente rimasto bloccato fino a quando spettri e scheletri non avrebbero avuto la meglio su di me, ma sono strumenti così dati per scontati che non ho ringraziato gli dei della cartografia, nè tanto meno il buon Tolomeo, senza cui oggi non avremmo probabilmente così tante mappe.

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Ogni mappa non parla di una zona, ma racconta una storia ben precisa. Le mappe sono vitali per spostarsi attraverso grandi distanze come in Dragon Age o in Fallout, ma sono anche necessarie per decidere quale tattica usare in battaglia.

Se non avete mai provato ad assaltare una città messicana presieduta da terroristi con una piccola squadra di soli quattro uomini, forse non vi renderete conto dell’importanza tattica di una mappa satellitare del posto, ma se anche una sola volta avete accompagnato la squadra Ghost in missione sapete che per sopravvivere l’unico modo è sapere esattamente dove poter piazzare un cecchino e quali strade evitare per non essere scoperti dalle pattuglie.

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Non mi sono però reso conto fino in fondo nemmeno io quanto le mappe fossero diventate lo strumento più importante per la mia sopravvivenza fino a che non mi sono trovato circondato da necromorfi e unitologisti su Tau Volantis.
Immersi nella neve fino al ginocchio, la temperatura corporea in rapido calo e la visibilità ridotta quasi a zero a causa di una bufera di neve: l’unico modo per salvarsi è sapere dove andare… e andarci presto.
Peccato che nessuno abbia mai mappato questa palla di ghiaccio e che l’unico segnale sia la bussola che mi indirizza verso il più vicino edificio.
In quel momento, avanzando controvento con la pistola puntata al terreno, senza la certezza che il bivio che ho scelto fosse quello giusto, ho solo desiderato una mappa.
Non ho desiderato che la bufera si calmasse o che i miei compagni riuscissero a trovarmi. Non ho nemmeno desiderato che quest’incubo finisse e che potessimo tornare tutti a casa. Ho solo desiderato sapere dove fossi e quanti metri ci fossero tra me e la salvezza.

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Non c’è paura più profonda di quella di essersi persi.


Claudio Serena

È un social nerd col feticismo dell’immagine, un web-designer, uno speaker radio, un quasi food blogger, un fotografo e un accanito giocatore. Sul ciglio dei 30 anni non ha ancora smesso di giocare, sia in radio che a casa. Passa il resto del suo tempo libero su Tumblr. Vive e lavora a Milano da ormai 10 anni. Per inutile cura la rubrica Continue.