Vacci su dietro

by Jacopo Cirillo

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In Romagna, le nonne hanno un metodo infallibile per risolvere qualsiasi tipo di problema, anche il più complicato: il “vacci su dietro”. Tipo: nonna, ho perso il lavoro. Vacci su dietro. Nonna, ho messo incinta la morosa. Vacci su dietro. Ad libitum.

Questa formula magica, perché di magia stiamo parlando quando parliamo dei vecchi di quelle parti, è una arrotolata sintesi di: guarda, nipotino mio, ormai è inutile disperarsi, l’inghippo è già successo e chiudere gli occhi non lo farà andare via. Dunque fai così: prendi la narrazione del tuo problema, manipolala, scomponila in micro narratemi progressivi e percorrili uno dopo l’altro in ordine (crono)logico. Se lo articoli in questo modo, se “ci vai su dietro”, qualsiasi cosa diventa risolvibile e qualsiasi cosa si risolverà senza apparente sforzo, semplicemente, attraverso la sua suddivisione in un insieme di microtraumi.

Oh, funziona.

Ecco, i libri di Lee Child e del suo protagonista preferito, Jack Reacher, operano esattamente così, come le nonne. Bisogna dire una cosa, prima. Lee Child è uno scrittore stratosferico che troppo spesso viene relegato allo scaffale del supermercato, vicino alle Big Babol e a Di Più TV, snobbato da quelli-che-di-letteratura-ci-capiscono-sul-serio, considerato un semplice autore di intrattenimento spiccio e consumabile senza troppo sforzo. Un easy listening letterario, un pianobar narrativo.

Mai percezione fu più sbagliata, forse si è capito. Lee Child è un piacere per gli occhi e per il cervello e tutte le nonne romagnole del mondo – dunque tutte le nonne romagnole della Romagna, visto che nessuna di loro ha mai varcato i sacri confini – sarebbero d’accordo con me, se non fossero impegnate a srotolare il concetto esposto precedentemente a tutto il nipotame. E Jack Reacher sarebbe sicuramente il loro nipotino preferito al quale smazzare ovini Kinder, pizzicotti sulle guance e tagliatelle fatte in casa. Prima di venire neutralizzate da una mossa segreta al plesso solare, si capisce.

Lee Child ha scritto, a oggi, sedici storie incentrate su Jack Reacher, ex ufficiale della polizia militare americana che, a un certo punto, molla tutto e diventa un vagabondo, percorre in lungo e in largo gli Stati Uniti e aiuta più o meno chiunque gli capiti sulla strada, sconfiggendo i cattivoni così, pro bono. Perché lo fa, direte voi. Nelle varie quarte di copertina, di solito, si leggono cose tipo: spinto da un innato senso della giustizia, oppure: un cavaliere solitario d’altri tempi. Secondo me, tuttavia, la domanda è mal posta. Non bisogna chiedersi tanto il perché, quanto il come. E il resto viene da sé.

Perché, signori, Jack Reacher ci va su dietro, on so many levels. A partire dal fondamento della sua estetica: un passo dopo l’altro. Reacher cammina. Sempre. Le tappe che fa, solitamente costellate da sparatorie, investigazioni e situazioni di pericolo assurde, sono l’equivalente della nostra pennichella dopo una lunga passeggiata. Lui cammina, va avanti – anzi, va dietro ai suoi piedi. Se questo è il suo imprinting, allora tutte le declinazioni della sua vita funzionano allo stesso modo. E anche la scrittura che lo ha messo al mondo.

Prendi l’ultimo romanzo: La verità non basta, uscito per Longanesi a novembre scorso (AmazoniTunes). È un prequel, ambientato nel 1997, l’ultima missione di Reacher prima di mollare l’esercito e diventare un lone ranger. Qui effettivamente si spiega il perché Jack abbia abbandonato il potere costituito trasformandosi in un hippy senza margherite, ma le motivazioni, in realtà, sono poca cosa e si perdono all’interno del paradigma quasi sillogistico di Child: succede una cosa, poi ne succede un’altra e così via. Allora Jack Reacher fa una cosa di conseguenza, poi un’altra e così via. La struttura narrativa sopravanza la sua attualizzazione, gli eventi procedono imperterriti e ineluttabili e il buon militare/ex-militare/investigatore/giustiziere/vigilante è furbo, non perora contro la struttura (come diceva Barthes) ma la asseconda, decide di funzionare come funziona il mondo attorno a lui, lo ricalca fino a superarlo proprio all’ultima curva e a risolvere il caso (nel libro, quello dell’assassinio di alcune ragazze in un paesino vicino a una base militare) o a sgominare la banda di turno.

Se ci pensi, l’investigazione perfetta, l’azione perfetta, è quando la sintassi supera la grammatica. Quando ti interessa secondariamente il perché e punti dritto al come. Quando le regole per costruire una situazione perdono terreno rispetto alle modalità con le quali quella situazione produce significato. E il significato è auspicabile proprio perché è risolvibile (nel senso, anche, di risoluzione musicale, per esempio). Reacher segue le tracce dell’investigazione senza guizzi o intuizioni extradiegetiche. Non ci sono eureka, né lampadine che si accendono, ma un semplice e rigoroso avanzamento logico che costituisce, alla fine della fiera, il vero piacere della lettura. Quando tutte le cose vanno al proprio posto. L’aspirazionalità legata al protagonista (tutti vorremmo essere come lui) è data dal fatto che, sì, ci saremmo potuti arrivare anche noi ma ci è arrivato prima lui, e va bene così. È appagante che sia così.

Bene. E la scrittura? Puoi dire tutto di Lee Child, ma non che non predichi esattamente come razzoli, e cioè benissimo. La sua scrittura funziona come Jack Reacher e come la logica che muove Jack Reacher. La sua scrittura è una mano aperta che spintona il protagonista lungo la strada, è il pensiero impercettibilmente più avanti dell’azione e, soprattutto, è modesta, è quella parola che non riesco a trovare e che rappresenta l’esatto contrario di egocentrismo. Non dice mai nulla attorno a sé stessa, non riflette né mai si ripiega su sé stessa. Se Reacher deve salire le scale, sale le scale, non si inerpica in un dedalo di vertigini circolari come il tumulto dei suoi pensieri.

La scrittura di Lee Child è come quella ragazza che quando la vedi pensi: sarebbe bella anche senza trucco, poi ti avvicini e noti che il trucco non ce l’ha nemmeno adesso.

E allora ci vai su dietro.


Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo è nato in Romagna e, conseguentemente, vive a Milano Lambrate, noto avamposto della piadina e delle tagliatelle. Scrive storie per Topolino, ha fondato il sito Finzioni ed è il ghostwriter ufficiale di Paperinik, alimentando dunque una meta-identità segreta (il ghostwriter dietro il supereroe dietro il normale cittadino). Queste sono le cose serie. Per divertirsi collabora con Rizzoli ed esce spesso la sera. inutile era il suo sogno di bambino (qualsiasi cosa questa frase voglia dire).