L’importante non è il viaggio, ma la mappa che usi

Questa è una storia di molti anni fa, che forse non ho mai raccontato a nessuno. Ho appena scoperto che Diablo è stato liberato dalla sua prigione di cristallo e sto per avventurarmi per la prima volta nelle catacombe di Tristram. Non ci sono luci se non poche torce lungo le pareti e l’unico sopravvissuto dell’avanguardia che ha cercato di esplorare queste rovine è morto tra le mie braccia, svelando il tradimento dell’arcivescovo Lazarus, che ha liberato altri demoni nelle catacombe, tra cui il Macellaio.
Mentre mi avventuro tra le tombe sotto la Cattedrale cerco segni del passaggio di questo demone sadico, per evitare che la mia testa venga tagliata di netto dal mio corpo con un singolo colpo di mannaia. Non esistono mappe di questi caotici cunicoli, o almeno così penso, e spesso un rumore improvviso mi rivela per il codardo che sono e corro verso l’uscita.

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Ogni volta che rientro mi perdo nuovamente nelle tenebre, da cui pare non esserci altra uscita che le scale che portano al villaggio, fino a quando non sento la sua voce.
“Ah, carne fresca…”
Il sangue mi si congela nelle vene e faccio solo in tempo a lanciargli una palla di fuoco che lascia il Macellaio praticamente intonso, prima di correre nuovamente verso la salvezza. Un’azione molto sciocca, perchè una volta tornato di sotto mi rendo conto di non avere una mappa e di non avere idea di dove avessi incontrato quel mostro sanguinario.

La mia prima avventura nelle catacombe fu terribile, ma scoprii, dopo aver sconfitto il Macellaio, di poter visualizzare una mappa delle catacombe, che a ogni nuova partita venivano generate a caso. Da allora, per quanto spaventosi fossero i mostri che dovevo affrontare, sapevo sempre quali fossero le zone sicure e dove fossero i nemici più forti. Non avevo più paura.

Mi ricordo di un’altra volta, quando mi sono perso nelle rovine di Niryastare, nella zona a nord-ovest rispetto a Kvatch. Alcuni orchi mi avevano spinto troppo in profondità e per sfuggire ad alcuni spettri scivolai in una zona da cui non sapevo come uscire.
Per mia fortuna avevo una mappa delle rovine e in poco tempo sono riuscito a tornare sui miei passi, abbastanza silenziosamente da non risvegliare altri morti.
Senza mappa e bussola sarei probabilmente rimasto bloccato fino a quando spettri e scheletri non avrebbero avuto la meglio su di me, ma sono strumenti così dati per scontati che non ho ringraziato gli dei della cartografia, nè tanto meno il buon Tolomeo, senza cui oggi non avremmo probabilmente così tante mappe.

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Ogni mappa non parla di una zona, ma racconta una storia ben precisa. Le mappe sono vitali per spostarsi attraverso grandi distanze come in Dragon Age o in Fallout, ma sono anche necessarie per decidere quale tattica usare in battaglia.

Se non avete mai provato ad assaltare una città messicana presieduta da terroristi con una piccola squadra di soli quattro uomini, forse non vi renderete conto dell’importanza tattica di una mappa satellitare del posto, ma se anche una sola volta avete accompagnato la squadra Ghost in missione sapete che per sopravvivere l’unico modo è sapere esattamente dove poter piazzare un cecchino e quali strade evitare per non essere scoperti dalle pattuglie.

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Non mi sono però reso conto fino in fondo nemmeno io quanto le mappe fossero diventate lo strumento più importante per la mia sopravvivenza fino a che non mi sono trovato circondato da necromorfi e unitologisti su Tau Volantis.
Immersi nella neve fino al ginocchio, la temperatura corporea in rapido calo e la visibilità ridotta quasi a zero a causa di una bufera di neve: l’unico modo per salvarsi è sapere dove andare… e andarci presto.
Peccato che nessuno abbia mai mappato questa palla di ghiaccio e che l’unico segnale sia la bussola che mi indirizza verso il più vicino edificio.
In quel momento, avanzando controvento con la pistola puntata al terreno, senza la certezza che il bivio che ho scelto fosse quello giusto, ho solo desiderato una mappa.
Non ho desiderato che la bufera si calmasse o che i miei compagni riuscissero a trovarmi. Non ho nemmeno desiderato che quest’incubo finisse e che potessimo tornare tutti a casa. Ho solo desiderato sapere dove fossi e quanti metri ci fossero tra me e la salvezza.

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Non c’è paura più profonda di quella di essersi persi.

Vacci su dietro

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In Romagna, le nonne hanno un metodo infallibile per risolvere qualsiasi tipo di problema, anche il più complicato: il “vacci su dietro”. Tipo: nonna, ho perso il lavoro. Vacci su dietro. Nonna, ho messo incinta la morosa. Vacci su dietro. Ad libitum.

Questa formula magica, perché di magia stiamo parlando quando parliamo dei vecchi di quelle parti, è una arrotolata sintesi di: guarda, nipotino mio, ormai è inutile disperarsi, l’inghippo è già successo e chiudere gli occhi non lo farà andare via. Dunque fai così: prendi la narrazione del tuo problema, manipolala, scomponila in micro narratemi progressivi e percorrili uno dopo l’altro in ordine (crono)logico. Se lo articoli in questo modo, se “ci vai su dietro”, qualsiasi cosa diventa risolvibile e qualsiasi cosa si risolverà senza apparente sforzo, semplicemente, attraverso la sua suddivisione in un insieme di microtraumi.

Oh, funziona.

Ecco, i libri di Lee Child e del suo protagonista preferito, Jack Reacher, operano esattamente così, come le nonne. Bisogna dire una cosa, prima. Lee Child è uno scrittore stratosferico che troppo spesso viene relegato allo scaffale del supermercato, vicino alle Big Babol e a Di Più TV, snobbato da quelli-che-di-letteratura-ci-capiscono-sul-serio, considerato un semplice autore di intrattenimento spiccio e consumabile senza troppo sforzo. Un easy listening letterario, un pianobar narrativo.

Mai percezione fu più sbagliata, forse si è capito. Lee Child è un piacere per gli occhi e per il cervello e tutte le nonne romagnole del mondo – dunque tutte le nonne romagnole della Romagna, visto che nessuna di loro ha mai varcato i sacri confini – sarebbero d’accordo con me, se non fossero impegnate a srotolare il concetto esposto precedentemente a tutto il nipotame. E Jack Reacher sarebbe sicuramente il loro nipotino preferito al quale smazzare ovini Kinder, pizzicotti sulle guance e tagliatelle fatte in casa. Prima di venire neutralizzate da una mossa segreta al plesso solare, si capisce.

Lee Child ha scritto, a oggi, sedici storie incentrate su Jack Reacher, ex ufficiale della polizia militare americana che, a un certo punto, molla tutto e diventa un vagabondo, percorre in lungo e in largo gli Stati Uniti e aiuta più o meno chiunque gli capiti sulla strada, sconfiggendo i cattivoni così, pro bono. Perché lo fa, direte voi. Nelle varie quarte di copertina, di solito, si leggono cose tipo: spinto da un innato senso della giustizia, oppure: un cavaliere solitario d’altri tempi. Secondo me, tuttavia, la domanda è mal posta. Non bisogna chiedersi tanto il perché, quanto il come. E il resto viene da sé.

Perché, signori, Jack Reacher ci va su dietro, on so many levels. A partire dal fondamento della sua estetica: un passo dopo l’altro. Reacher cammina. Sempre. Le tappe che fa, solitamente costellate da sparatorie, investigazioni e situazioni di pericolo assurde, sono l’equivalente della nostra pennichella dopo una lunga passeggiata. Lui cammina, va avanti – anzi, va dietro ai suoi piedi. Se questo è il suo imprinting, allora tutte le declinazioni della sua vita funzionano allo stesso modo. E anche la scrittura che lo ha messo al mondo.

Prendi l’ultimo romanzo: La verità non basta, uscito per Longanesi a novembre scorso (AmazoniTunes). È un prequel, ambientato nel 1997, l’ultima missione di Reacher prima di mollare l’esercito e diventare un lone ranger. Qui effettivamente si spiega il perché Jack abbia abbandonato il potere costituito trasformandosi in un hippy senza margherite, ma le motivazioni, in realtà, sono poca cosa e si perdono all’interno del paradigma quasi sillogistico di Child: succede una cosa, poi ne succede un’altra e così via. Allora Jack Reacher fa una cosa di conseguenza, poi un’altra e così via. La struttura narrativa sopravanza la sua attualizzazione, gli eventi procedono imperterriti e ineluttabili e il buon militare/ex-militare/investigatore/giustiziere/vigilante è furbo, non perora contro la struttura (come diceva Barthes) ma la asseconda, decide di funzionare come funziona il mondo attorno a lui, lo ricalca fino a superarlo proprio all’ultima curva e a risolvere il caso (nel libro, quello dell’assassinio di alcune ragazze in un paesino vicino a una base militare) o a sgominare la banda di turno.

Se ci pensi, l’investigazione perfetta, l’azione perfetta, è quando la sintassi supera la grammatica. Quando ti interessa secondariamente il perché e punti dritto al come. Quando le regole per costruire una situazione perdono terreno rispetto alle modalità con le quali quella situazione produce significato. E il significato è auspicabile proprio perché è risolvibile (nel senso, anche, di risoluzione musicale, per esempio). Reacher segue le tracce dell’investigazione senza guizzi o intuizioni extradiegetiche. Non ci sono eureka, né lampadine che si accendono, ma un semplice e rigoroso avanzamento logico che costituisce, alla fine della fiera, il vero piacere della lettura. Quando tutte le cose vanno al proprio posto. L’aspirazionalità legata al protagonista (tutti vorremmo essere come lui) è data dal fatto che, sì, ci saremmo potuti arrivare anche noi ma ci è arrivato prima lui, e va bene così. È appagante che sia così.

Bene. E la scrittura? Puoi dire tutto di Lee Child, ma non che non predichi esattamente come razzoli, e cioè benissimo. La sua scrittura funziona come Jack Reacher e come la logica che muove Jack Reacher. La sua scrittura è una mano aperta che spintona il protagonista lungo la strada, è il pensiero impercettibilmente più avanti dell’azione e, soprattutto, è modesta, è quella parola che non riesco a trovare e che rappresenta l’esatto contrario di egocentrismo. Non dice mai nulla attorno a sé stessa, non riflette né mai si ripiega su sé stessa. Se Reacher deve salire le scale, sale le scale, non si inerpica in un dedalo di vertigini circolari come il tumulto dei suoi pensieri.

La scrittura di Lee Child è come quella ragazza che quando la vedi pensi: sarebbe bella anche senza trucco, poi ti avvicini e noti che il trucco non ce l’ha nemmeno adesso.

E allora ci vai su dietro.

Senza schiuma

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Nel 2005 abbiamo deciso di fondare una rivista che parlasse di letteratura e pubblicasse narrativa senza la schiuma alla bocca o il ditino alzato, lontani per scelta da quei discorsi vuoti, vanitosi e vanesi che trovavamo in giro, sapendo che «a canzoni non si fan rivoluzioni», figuriamoci con le riviste. Nel 2007 debuttò inutile – nome programmatico, provocatorio. Fino a oggi abbiamo sempre cercato di essere fedeli al nostro impegno iniziale, anche se abbiamo smesso di concentrarci al cento per cento su letteratura e narrativa, cercando di fare cultura in un senso più ampio. Sempre senza schiuma alla bocca, sempre col ditino abbassato.

Com’è ovvio, cercare di tenere dritto il timone per tutti questi anni impone ogni tanto qualche aggiustamento: in primo luogo perché non si fa mai abbastanza per migliorare la qualità del proprio lavoro, e poi anche perché il rischio di stancarsi è sempre presente. Ma cambiare richiede piedi fermi e testa per aria, insieme: piedi fermi perché devi sapere da dove parti e avere un’idea vaga di dove arrivi; testa per aria perché, appunto, più di un’idea vaga non hai nient’altro. Con il 2015 presentiamo ancora un paio di cambiamenti, come se l’anno passato non ce ne fossero stati abbastanza per noi: è che alcuni hanno richiesto il tempo necessario a metterli in pratica, altri arrivano oggi perché siamo in ritardo sulla tabella di marcia.

La novità principale è che da oggi inutile sarà tradotto anche in spagnolo. Abbiamo iniziato l’anno scorso con la traduzione in lingua inglese, e adesso la affianchiamo con un’altra lingua parlata in tutto il mondo. Mese dopo mese, abbiamo visto gli accessi da sistemi non in italiano crescere costantemente, e per quel che è possibile vogliamo accelerare questa crescita.

Nel nostro sito abbiamo migliorato e aggiunto diverse funzioni continuando lo sforzo di trasferire l’attività dei nostri abbonati e dei nostri lettori qui, nel tentativo di creare una piattaforma valida per qualsiasi dispositivo voi possediate (che sia uno smartphone o un computer con uno schermo gigantesco). Questa pagina potrà dirvi tutto quello che potete fare con e sul nostro sito, e adesso datevi un’occhiata intorno: abbiamo rifatto un po’ la grafica e qui è tutto più bello e più chiaro.

Contiamo di recuperare il ritardo accumulato nei mesi scorsi durante questo 2015, visto che intorno alla metà dell’anno vogliamo lanciare il nuovo corso della nostra rivista cartacea e non ci piacerebbe avere ancora dei sospesi.

Dicevo prima che per cambiare hai bisogno di piedi fermi e testa per aria: e di altrettanto hanno bisogno le nostre splendide traduttrici. Approfitto e ringrazio Elisa, Miriam, Irene, perché senza la loro follia l’espansione al di là della barriera linguistica sarebbe impossibile. E grazie a voi, anche: leggendo inutile state sostenendo questo altrove culturale. Ce n’era bisogno nel 2005, ce n’è bisogno ora.