Satelliti

by Alessandro Romeo

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Ho appena finito di guardare, con un po’ di ritardo, la prima stagione di Masters of sex.
C’è un momento in cui due personaggi, la moglie del rettore e un giovane ortopedico, ex amanti che hanno rinunciato alla loro storia clandestina per tornare alle proprie tiepide esistenze, stanno a mollo nella piscina dell’università dopo il turno di lavoro. Non succede niente di particolare. Galleggiano e chiacchierano. Parlano pigramente del rischio di un attacco russo (la serie è ambientata tra gli anni Cinquanta e Sessanta), e altrettanto pigramente si augurano un’apocalisse che metta fine a tutto questo.
A un certo punto la moglie del rettore dice qualcosa sui satelliti americani che orbitano intorno alla terra. Dice che tutti sono convinti che i satelliti galleggino, mentre in realtà sono sottoposti a una lenta attrazione della gravità terrestre. Lenta, leggera ed esponenziale.
In realtà, spiega, i satelliti non galleggiano: i satelliti cadono.
Dentro questa scena c’è tutto quello che si può pretendere da una narrazione di livello molto alto. È una scena “madre”, anche se riguarda due personaggi secondari. Riassume in maniera simbolica tutto quello che c’è da raccontare. E ci dice anche, questa volta in maniera implicita, una cosa che ci riguarda da vicino e cioè che, in qualunque situazione ci troviamo, abbiamo sempre qualcosa da perdere. Credo sia una cosa bella da condividere con qualcuno a cui siamo legati.

Nel 2014 non ha più senso parlare di competizione tra serie tv e letteratura. È sotto gli occhi di tutti come le prime siano a riuscite a riempire il vuoto lasciato dalla seconda. A darne la misura non sono gli intenti sempre roboanti degli scrittori, ma le casse delle produzioni televisive e l’entusiasmo degli spettatori.
Non credo sia solo colpa degli scrittori, non credo sia solo merito degli sceneggiatori e dell‘intraprendenza di certe reti americane via cavo, né che si tratti di una moda. Credo piuttosto che il tempo che dedichiamo a guardare serie tv e a leggere libri sia quello che queste forme narrative si sono sapute guadagnare in termini di adattabilità al linguaggio narrativo di cui sentiamo il bisogno.
In generale, è un po’ come se le serie tv cercassero un contatto e se i libri, in maniera vagamente ricattatoria, lo pretendessero.
Provo con una metafora. Le prime sono l’amico con cui dovevate bervi una birra e siete finiti sbronzi su una panchina a mangiare kebab alle due di notte, i secondi sono l’amico che vi propone di bere una birra al volo per parlare dei suoi problemi.

Nel Il giovane Holden, Salinger dice una di quelle frasi un po’ stucchevoli, da Giovanna Zucconi con gli occhi socchiusi e il libro della settimana rivolto verso la telecamera, ma in fondo vere: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.”

Ecco. Per me la differenza tra libri e serie tv sta qui. Un bel libro mi lascia la voglia di conoscere lo scrittore, ma una bella serie tv la voglia di conoscere i personaggi.

Se quando finiamo un libro che ci è piaciuto è vero che abbiamo voglia di conoscere chi l’ha scritto, è naturale che l’entropia cui ci spinge la passione per la lettura ci porti fuori dai libri, verso un orizzonte fatto di presentazioni, festival, seminari, aperitivi letterari, autografi, ego, imbarazzo, twit a caccia di retweet. Cioè verso i luoghi dove c’è lo Scrittore e dove si parla (parla, parla, parla…) di scrittura.
Se quando quando finiamo una serie tv è vero che abbiamo solo voglia di conoscerne i personaggi, è naturale che non ci sia nessuna entropia, ma solo un forte senso di immedesimazione.

A decidere quale dei due “effetti” sia più sano sono i singoli casi, le eccezioni più che la regola, e non si può troppo generalizzare.
Però di una cosa sono sicuro. Quell’immedesimazione è tutto ciò di cui, da un punto di vista narrativo, nel 2014, sento davvero il bisogno.

(Pubblicato originariamente qui.)


Alessandro Romeo

Nasce a Venezia il 26 Luglio 1985. Si è laureato con una tesi su Caproni, e per quattro mesi ha fatto la guida turistica. Dal settembre 2008 vive a Torino. Dal 2010 al 2012 cura assieme ad Alessandro Milanese la collana Jukebooks di Quintadicopertina. È uno degli autori pubblicati nell’antologia Clandestina (Effequ, 2010). Alcuni suoi articoli sono stati pubblicati su Studio, minima&moralia e IL. È uno dei fondatori di inutile.