Parliamo delle piscine dai

by Nicolò Porcelluzzi

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Nella letteratura

Inizio citando uno dei più grandi scrittori italiani viventi, Giorgio Vasta. È un’opinione – invito a controllare le ghiandole sudoripare. In Quando il tuffo in piscina è un capolavoro, uscito lo scorso 17 luglio su minima&moralia Vasta definisce la piscina come

uno spazio di desiderio. In quanto tale convoca percezioni, sollecita racconto.

Quanto è vero, e quanto bene riesce a esprimerlo. La piscina di racconti ne ha sollecitati diversi, una reading list non proprio sterminata ma sicuramente sufficiente a occupare il tempo di chi ha un po’ d’estate tutta per sé. Non trovo ragionevole riassumere le trame delle opere citate da Vasta che conosco (Il nuotatore di Cheever) e le aspettative su quello che ancora ignoro (tutto il resto). Per quelle rimando alla lettura del suo articolo.
A me invece viene in mente un saggio della Didion sull’acqua, Holy Water (dal White Album), un saggio che come la maggior parte delle sue cose lascia in bocca il retrogusto quasi amaro – le sue ossessioni, i grumi nevrotici in filigrana – e quasi redentivo di un’ostia – il suo desiderio di respirare l’aria più pura, di trovare una colla per i suoi cocci. L’acqua, in questo caso – dove la vita inizia.
La piscina è quindi un

symbol not of affluence but of order, of control over the controllable. A pool is […] infinitely soothing to the Western eye.

Un calmante, e detto da una che di calmanti ne deve sapere qualcosa.
In Diglielo da parte mia (romanzo del 1977) la piscina è… uno spazio di desiderio. E di riabilitazione. Fallita. Charlotte Douglas non riesce a smettere di pensare alle piscine, «She tried to stop thinking about swimming pools but could not», nemmeno dopo l’umiliazione più feroce e ingiusta – forse il primo moto di vera simpatia che suscita nel lettore:

On the morning she could only see two of the three children […] and jumped into the pool with her clothes on. She choked and the murky water blinded her and when she came up all three children were standing on the edge of the pool fighting over her handbag.

Voleva proteggerli, teneva alla loro incolumità. E si trova in mezzo a una piscina lurida, a guardare i bambini litigare per rubarle la borsa. La piscina è uno spazio di desiderio. Solo che, come qualsiasi desiderio di Charlotte, la piscina è vagamente sporca, inutile, inquietante. Come stigmatizza la Didion in Holy Water,

Water is important to people who don’t have it, and the same is true of control.

Prima si parlava dell’acqua, “dove la vita inizia”. Spoiler: non l’ho scoperto io. Anche Kurt Vonnegut ce l’ha in mente quando descrive Billy Pilgrim e il suo pellegrinare nel tempo. Non molto dopo l’inizio di Mattatoio n° 5, Billy ripercorre in un istante l’arco della sua vita, dalla fine (una “violet light and a hum”) all’inizio (“a red light and bubbling sound”). Quindi, il primo ricordo “vero” è l’odore di cloro della piscina in cui suo padre lo sta per scagliare (nella “deep end” che hanno anche le vasche dei pompieri): è il metodo sink-or-swim, annega o nuota, un metodo piuttosto brutale che a volte funziona, per esempio con mio padre e le acque di Barletta 1960 ca., a volte no:

When he opened his eyes, he was on the bottom of the pool, and there was beautiful music everywhere. He lost consciousness, but the music went on.

So it goes. Un racconto imprescindibile è Per sempre lassù di David Foster Wallace, il terzo di Brevi interviste con uomini schifosi. È un racconto che non segue la tonalità del libro – non solo per il contenuto. La sperimentazione è tenuta abbastanza a freno (ok, sono trenta pagine su un ragazzino che non riesce a decidersi di tuffarsi dal trampolino di una piscina all’aperto), almeno lontano dai mille all’ora di Ottetto o di certe interviste. Non sarà il miglior Wallace, il narratore in seconda persona sarà anche molto 90s (chiosa giustamente Zadie Smith), ma a me sembra un racconto semplicemente perfetto, e nel concetto e nella forma.

The smell is, more than anything, like this swimming pool: a bleached sweet salt, a flower with chemical petals. The pool has a strong clear blue smell, though you know the smell is never as strong when you are actually in the blue water, as you are now, all swum out, resting back along the shallow end, the hip-high water lapping at where it’s all changed.

Bello. E riprendendo in mano il libro mi accorgo che c’è una piscina anche nel racconto che lo precede (La morte non è la fine), molto più breve. È l’istantanea di un poeta americano, vincitore del Nobel e altri svariati premi, e in poche parole appagato, apparentemente soddisfatto del proprio lavoro e immerso negli agi: l’uomo che Wallace non voleva diventare. Lasciamolo lì, “in a black Speedo swimsuit by the home’s kidney-shaped pool”.
Si sa che i sogni sono come le scoregge: piacciono solo a chi li fa. La sensazione di noia e disinteresse che inizio a provare dopo un minuto del 95% dei sogni che mi vengono raccontati in real life viene decuplicata quando a raccontare il sogno è qualcuno in un libro. Tutto questo non succede con Bolaño. Nelle sue pagine i sogni sono sempre vividi e gli incubi sono sempre angoscianti. 2666 è abbastanza farcito di questi sogni, soprattutto nella parte dei critici: uno degli incubi più inquietanti di quelli disseminati nella prima parte (indimenticabile l’incubo di Liz e gli specchi) è quello di Morini sul finire del 1996 ed è ambientato – sorpresa – in una piscina, quella che sembra essere la piscina di un hotel qualsiasi. La stessa piscina che tornerà più avanti, la cornice dello spleen malato dei critici in Messico. La stessa piscina che terrorizza Amalfitano (forse gli ricorda quella in cui l’ha portato la professoressa Perez?). 2666 è 2666.

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Nella Memoria

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il nuoto. Al mare ho paura di nuotare dove-non-si-tocca; il senso di gelo criogenico che mi avvolge a ogni ingresso nell’acqua di ogni stramaledetta piscina è l’inferno che augurerei a un mio nemico se fossi una persona che augura inferni a ipotetici nemici; a nove anni non facevo il dorso perché avevo paura degli squali sul fondo; trovo sconfortante l’incompatibilità di globi oculari e cloro; e non finisce qui. Qual è il MA, allora? Semplice: nuotare mi immerge in sensazioni che praticamente nessun altro verbo all’infinito mi offre. È come un pranzo ben riuscito con dei parenti lontani, o come ballare con chi ami: all’inizio vagamente spiacevole, poi stranamente interessante, alla fine profondamente appagante.
Citando Massimo Morello che su StudioLo Zen e l’arte del nuotare – cita Sprawson,

Oppiomani e nuotatori avevano la medesima tendenza a considerarsi degli esseri solitari, remoti, superiori alle menti ottuse e convenzionali; le descrizioni delle loro esperienze si avvicinano a quelle di chi ha appena esplorato un territorio ignoto, e ritorna per stupirci con le sue scoperte…

(L’unica precisazione che tengo ad aggiungere rispetto alla citazione riguarda la mia mente, mediamente ottusa e convenzionale: remota magari sì, ma diffiderei di chi ne fa un vanto.) Curiosamente, Vasta cita un passaggio molto simile dello stesso libro – un passaggio che ho letto dopo la prima stesura di questa sezione (pazzesco):

Il nuoto, come l’oppio, può causare un senso di distacco dalla vita quotidiana; i ricordi, in particolar modo quelli dell’infanzia, riemergono con sorprendente vigore, ricchi di particolari vividi e precisi.

Comunque: sempre nell’articolo di Morello si parla dei primi testi buddisti, e di come consideravano il nuoto: un esercizio che aiuta a “osservare le cose come sono in realtà”. Se non avessi potuto fare ricorso a una tessera mensile di una certa PISCINA di cui parlo più avanti non avrei attraversato certi strani periodi nel modo in cui li ho attraversati: non il migliore magari, ma qualcosa sul niente. Anche Morello cita libri parecchio interessanti sul tema – consiglio di spulciare la lista in fondo al suo articolo. Come per Vasta, preferisco rimandare alla lettura del suo pezzo se in cerca di approfondimenti, visto che, ai tempi di Google, copiare le sinossi dei romanzi presi in ballo da altri mi sembrerebbe qualcosa in più del prendere in prestito. Anche perché prima si parlava di Letteratura, ora si parla di Memoria. Ops, era una trappola: per “Memoria” intendevo la mia.

Farò un umile tentativo à la Limonov (personaggio incredibile, scrittore pessimo) de Il libro dell’acqua, ovvero mappare la mia – brevissima – lista di esperienze/ricordi legati all’acqua. Non ricorrerò, come il nazbol, a fiumi, laghi, oceani: mi accontenterò delle piscine.
Tutto inizia da un cerchio di plastica e dal volume offerto dai suoi moduli gonfiabili. Una piscinetta patetica nel senso di pathos, primo specchio liquido a cui offrire le mie sembianze di tenero, indifeso e gracile bimbo; o almeno, questa è l’idea che ricostruisco guardando le foto scattate nella terrazza del mio vicino di casa e – viva iddio – amico di lunga data (collezione privata: 1993 ca.). Le piscine dei centri estivi o colonie o centri di divertimento infantile forzato: rimosse. E con loro il ricordo di braccioli polisemanticamente irritanti, pianti repressi, valutazioni erronee della mia autostima e/o abilità natatoria.
La piscina del CONI di Mestre: troppo affollata, troppo competitiva. La piscina dei pompieri di Mestre: troppo poco piscina, troppo profonda (quando più sopra parlavo di paura del dorso per colpa degli squali). Quattro metri di fondale per esserini di un metro e trenta?
Mi gioco subito la più invidiabile: la piscina di Hvammstangi, insediamento islandese, 580 abitanti. Acqua a 37°; vasca all’aperto occupata quasi esclusivamente dalla mia metà femminile e me; senza cloro – ci si lava ignudi prima di entrare; profilo delle montagne a ogni bracciata; profonda accettazione del Male come specchio del Bene provocata da temperatura amniotica dell’acqua. Ingresso: due euro circa.
Per quanto brevissima, questa lista può facilmente diventare molto intensa.
C’è la piscina del villaggio turistico da qualche parte nel sud della Francia – in prossimità della quale delle bambine unite da un solo linguaggio, la coreografia di Un, Dos, Tres, Maria, provavano e riprovavano i passi per lo spettacolo delle 21. Nel mentre, pilotato da una vaga traccia di timidezza, mi trovavo in una delle mie esplorazioni del fondale – chissà, forse un precoce interesse per le mattonelle in gres porcellanato. Venni interrotto dal tuffo a bomba di un tedesco sui nove, bomba che polverizzò qualsiasi mio interesse nei confronti dell’universo germanofono fino a tempi recenti grazie, nell’ordine, a una bella amicizia italo-tedesca, alla nazionale vista in Brasile, alla mia temporanea residenza in Austria.
Il trampolino della piscina campana in cui cercai conforto per la traversa di Di Biagio, 1998. Non lo trovai.
Il paesino mesto del Veneto Orientale dove mio padre trascorre l’estate, se possibile ancora più mesto quattordici anni fa, quando la piscina era vuota da lustri e abitata da rane e diverse classi di muffa. Adesso, mentre scrivo, a due metri sul livello del fondo passa una pista ciclabile secante prato.
Nella mia lista c’è anche il caso inverso, una PISCINA costruita dove dieci anni fa non c’era niente, anzi, c’era il più classico dei campi veneti più o meno incolti e in via d’estinzione. La chiamo PISCINA perché se mai vi troverete sulla strada che arriva da Mestre e prosegue verso Scorzè lasciandosi alle spalle vari paesi compreso il mio, a un certo chilometro potrete vedere sulla sinistra un parallelepipedo bianco sopraffatto da una scritta nera veramente spropositata: PISCINA. Una scritta ovvia, funzionale, anti-creativa: veneta. Comunque quel pezzo di terra me lo ricordo bene, perché accanto c’era (c’è ancora) un campo da calcetto di proprietà della squadra del paese. Era sempre chiuso nei giorni feriali, e a controllarlo c’era un essere mitologico, metà uomo metà stronzo. Dall’altezza dei nostri quattordici ce ne battevamo il *****. Il problema emerse quando un giorno qualsiasi dell’estate 2004 (ricordo le lacrime di Cassano in Portogallo) il guardiano decise che il suo stipendio andava guadagnato, e uscì dalla sua roulotte sbraitando eccetera. Noi scappammo urlando e ridendo. L’unica via di fuga erano i campi oltre il muretto; una volta scavalcato, le circostanze ci divisero casualmente in due plotoni, uno formato da me e un altro ragazzino. Sarebbe come minimo impreciso dire che fossimo amici: semplicemente avevamo appena finito le stesse scuole medie, e penso non ci considerassimo per niente antipatici o insopportabili. Comunque, il percorso era pieno di buche – invisibili per il fogliame e cristo sa cosa, e foderato di rovi costellati di… ricci, piccole sfere marroni ricoperte di spine, non ho idea di come si chiamino, solo di quanto pungano. Quindi ridevamo e imprecavamo, prevedendo lo stato di calzini e braghe una volta usciti da quel bordello. Dopo cinque o dieci minuti o anni arrivammo al marciapiede e ci salutammo. Da quella volta penso di averlo visto un paio di volte in giro per il paese, da lontano, senza mai fermarsi per saluti o cose del genere. Poi l’anno scorso è morto in un incidente. La stessa mattina in cui mio padre ha avuto un infarto – senza serie conseguenze. Nuotare chiarisce i pensieri – ma temo ci siano pensieri troppo oscuri, troppo confusi per essere chiariti.
Questo è solo uno degli aneddoti vissuti con persone che non ci sono più; temo di avere intuito che nel corso degli anni aumenteranno di numero. Ogni tanto è meglio buttarli giù da qualche parte, su carta, o parlarne con un amico. Bisogna raccontare storie. Diminuisce la sensazione di sentirsi fuori sincro rispetto al coro celestiale di angeli e uccellini che ci svegliano la mattina. Prendere fiato.

È costruita proprio sullo stesso quadrato di terra dei rovi eccetera la PISCINA dove i cardiopatici rinforzano valvole+tubicini e dove prendo fiato quando sono a casa mia (di mio padre, della mia famiglia, quello che è). Mi ricordo anche il primo giorno in cui mi ci sono immerso: era il secondo giorno della sua storia, era il finire di un agosto torrido e molto divertente ed ero il primo arrivato. Penso non vedrò mai più una piscina così nuova. L’acqua sembrava filtrata direttamente dal Sinai; sul pavimento c’erano meno germi di quanti ne corrono tra le mie dita e la penna; avrei potuto leccare i gradini delle scalette. Di lì a qualche settimana sarei entrato nel limbo dell’università.
Breve rewind: devo avere un conto in sospeso con i fondali delle piscine. Rane, felci, bombe. Forse in qualche pertugio del sistema di riciclo della piscina principale dell’AcquaEstate di Noale è nascosto il 46% del mio incisivo destro. Tuffo di testa a occhi chiusi + eccessiva propulsione = dolore mistico.
Per quanto corta (?) questa lista potrebbe continuare a lungo.
Se lasciassi indugiare i cavi scoperti della memoria sulle piscine private di qualche conoscente – luoghi in cui “si potrebbe fare di tutto” e poi non si fa mai niente, o sulla piscina più aggraziata e sacrificata d’Europa avvistata in un giardino di Monaco di Baviera a luglio (pioggia e 16° di media giornaliera), o sul cerotto in quella di Pigalle, o sui corridoi lastricati di foto dei podi regionali della Pellegrini in via Calabria, se li lasciassi indugiare dicevo, questo articolo saboterebbe la vostra produttività.
E poi devo pensare alla mia, tra una bracciata e l’altra in una piscina straniera, preso a riprodurre nella mente i profumi delle terrazze italiane negli anni ’90, il bruciore dell’acqua borica sulle gambe scorticate dalle spine, il suono della voce e le linee dei volti di chi non c’è più.


Nicolò Porcelluzzi

Nato a Mestre nel 1990. Legge molto e scrive poco. Su Twitter è brillano.