“La maestra dei colori”, di Aimee Bender

Ho letto La maestra dei colori come un percorso esistenziale. Nascita, crescita, morte, rigenerazione, in una raccolta di racconti che si succedono dipingendo le più disparate sfumature dell’essere umano. Amore, risentimento, solitudine, vecchiaia e morte, ma anche la speranza e la forza intrinseche nell’uomo. Luce e buio si alternano e sono complementari, e la Bender ne tratteggia ogni possibile gradiente con delicatezza e lucidità. L’amore e la solidarietà sono potenti armi di riscatto: la compassione è ciò che permette di valicare i limiti della condizione individuale e avvicinarsi anche solo per un istante alle altre esistenze.

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Non siete in ritardo

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Riuscite a immaginare quanto incredibile sarebbe stato essere un imprenditore nel 1985 quando quasi tutti i domini .com erano disponibili? Tutte parole: brevi, fighissime. Bastava solo chiedere. E chiederne uno non costava niente. Questa enorme opportunità durò diversi anni. Nel 1994, uno degli autori di Wired si accorse che mcdonalds.com non era ancora stato preso. Così, con il nostro incoraggiamento, lo registrò e provò a venderlo a McDonalds, ma la loro incompetenza in materia di internet era così spassosa che diventò un articolo di Wired. Poco dopo notai che anche abc.com era ancora libero e quando feci una consulenza per i maggiori dirigenti di ABC sul futuro del digitale, gli dissi che avrebbero dovuto tirar fuori dagli scantinati il loro geek più intelligente e fargli registrare un dominio col loro nome. Non lo fecero. Approfondisci

Ieri, oggi, domani

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Ieri

Quando il 24 marzo scrivevo l’editoriale di lancio del #nuovoinutile sapevo che c’era molto terreno da recuperare: non soltanto perché eravamo stati in silenzio da gennaio, ma soprattutto per una serie di difetti strutturali che ci trascinavamo dietro da qualche anno ormai, e che continuano oggi a lanciare delle ombre su questa rivista.

Niente che non si sia già visto, niente che non stia vivendo già un sacco di altra gente: difficoltà nel far quadrare i conti anche a fronte di un pubblico in crescita, ritardi incredibili nella consegna dei numeri stampati ai soci abbonati, la vita “normale” che si infila nelle maglie dei nostri giorni e ci impedisce di costruire inutile come vorremmo che sia. Fare una rivista è faticoso, farla nei ritagli di tempo e soltanto per passione ancora di più. Approfondisci

La nostra maledizione e il nostro specchio

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Per parlare di Bolaño ci vorrebbe Carmelo Bene. Nel suo studio, il bicchiere di Ballantine’s in mano. Per due volte sopprime le parole prima di iniziare. Guarda fisso in camera e abbassa gli occhi sulla mole tartassata di 2666. Espressione costernata. «Questo è abbandono, baratro, il baratro del controllo – pausa – Bisogna imparare a cadere, un buco nero … caduta libera e movimento – espira volute di fumo irritato dal bisogno di spiegare, la comunicazione è una piaga – sappiamo cadere? vogliamo precipitare?»
Ha una mano sulle pagine, lo sguardo assente «Qua non si spiega niente, è anarchia programmatica, caos… Artaud diceva la poesia è anarchica, nella misura in cui la sua apparizione deriva da un disordine che ci riavvicina al caos, ecco… si parla di noi, lo capisci? Qua non inizia niente e finisce tutto, ininterrottamente – la voce si abbassa – è l’inizio perpetuo della fine, sfinimento della fine, esplosione della fine …»
Furioso «e iperfetazione della storia, ratto della storia dalle mani degli storici, la storia qua dentro è una ferita che continua a suppurare storie; un tumore che si riproduce all’infinito. Questa è la storia, che finisce in un deserto, un ossario tra l’occidente e la sua fogna…». Legge:

Il 10 dicembre alcuni dipendenti del rancho La Perdicion informarono la polizia del ritrovamento di uno scheletro nei terreni ai margini della fattoria, all’altezza del chilometro venticinque della strada per Casas Negras. All’inizio pensarono che si trattasse di un animale, ma quando scoprirono il teschio si resero conto dell’errore. Secondo la relazione del medico legale si trattava di una donna, ma le cause della morte, visto il tempo trascorso, restavano oscure. A circa tre metri dal corpo furono rinvenuti dei pantaloni tipo fuseaux e un paio di scarpe da tennis.»[footnote]Da 2666 di Roberto Bolaño, Adelphi 2011.[/footnote]

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