Intervista a Violetta Bellocchio

by Tamara Viola

All’inizio di quest’anno è uscito un libro molto bello: si intitola Il corpo non dimentica e l’ha scritto Violetta Bellocchio. La storia di una dipendenza che è la sua ma anche la nostra.
Abbiamo intervistato Violetta e le abbiamo fatto qualche domanda, tra un brano dei Massive Attack e una citazione di Jerry Stahl.

ilcorponondimentica

Mentre leggevo Il corpo non dimentica, mi scorrevano in testa le immagini di un video musicale anni ’90, Bitter Sweet Symphony dei Verve.
Il protagonista del video cammina lungo una strada di città, guardando sempre davanti a sé, scontrandosi con una mole di passanti, ignorandoli. Ti ho rivista, eri identica, persa ma determinata, circondata, come nel tuo libro da mille persone, ma sola, essenziale a te stessa, come se nessuno potesse davvero fare qualcosa per te. È solo un film parto della mia mente o c’è qualcosa di vero nel mio sproloquio?

La tua associazione mi ha fatto molto sorridere. Sono abbastanza vecchia da aver vissuto quando Bitter Sweet Symphony era in heavy rotation su MTV, e ogni volta pensavo che Richard Ashcroft era veramente una testa di cazzo. La versione non violenta dello stesso spunto è il video di Unfinished Sympathy dei Massive Attack – gli anni Novanta sono stati terreno fertile per la camminata come concetto. Se consideri questo, è possibile che Il corpo non dimentica sia una passeggiata verso un punto non determinato in partenza.
Quello che mi piace del libro, comunque, è che lettori diversi ci hanno visto cose diverse. Per me vanno tutte bene, sul serio.

C’è una frase all’inizio del tuo libro che ho sottolineato e che rileggo spesso. «Scegliete voi quale immagine mettere sulla scatola, quando pensate a me. A me piace più la seconda, non per il dolore, ma perché lì sono bionda e abbastanza magra, come oggi».
Ti hanno detto tutta la vita che sei brutta. Forse perché il dolore stravolge i connotati, distrugge. Come pensi che ti abbia cambiata? Io ti guardo, ti ho guardata e mi sembri bellissima.

Non lo so. Va un po’ a giorni. Mi prendi in un periodo buono, da questo punto di vista, quindi la mia risposta rischia di valere troppo per il qui e ora – ma nello spirito del qui e ora; dire che «il dolore stravolge i connotati» funziona benissimo sulla carta o per altre persone. Non per me. Mi sembra troppo semplice.
Il libro mi ha fatto bene. Uno, perché è stato il mio coming out da ragazza-mostro; due, perché mi ha costretto a prendere in considerazione non tanto “un passato difficile”, o qualsiasi sinonimo si possa usare per i fatti narrati , quanto la possibilità di scrivere un testo che io per prima considerassi good enough, abbastanza buono. Una copertina su cui non mi facesse schifo vedere il mio nome.
Chi mi ha più o meno conosciuto prima e dopo dice che sono diversa. Forse dipende da questo. Ho scritto qualcosa che va abbastanza bene. Qualcosa di cui poter essere quasi orgogliosa sul puro piano della riuscita materiale.

Non voglio scomodare idoli e santini vari ma questo mi sembra il termine più giusto da usare: “resurrezione”. Quando hai deciso di dire basta e cosa ti ha spinta a farlo?

Credo che la spinta più autentica sia stato decidere di scriverne, anni dopo. Per moltissimo tempo ho pensato che l’unico modo di raccontare la propria storia fosse attraverso una storia di finzione, o la storia vera di qualcun altro. Lo penso ancora, o meglio; mi sembra una buona linea-guida per quanto riguarda la narrazione in generale. Ma senza un periodo passato lavorando su alcune parti della mia storia personale e dichiarando nella maniera più esplicita possibile che si trattava di nonfiction, ecco, non avrei prodotto un secondo libro che mi piacesse, al di là dello scaffale su cui sarebbe stato messo in libreria.
Forse avrei scritto un secondo romanzo brutto che non avrebbe letto nessuno. Nel mio hard disk giacciono cartelle chiuse da anni, ci sarà un motivo.

Raccontami di “Lei”, del tempo in cui ti ha abitata, dei mezzi che usava per farti sentire bene, per farti pigiare il piede sull’acceleratore.

Con gli occhi di chi è stato lì, ha fatto quel che ha fatto e risulta tra i vivi per venirvelo a raccontare, mi viene da dire che è stato un lungo esperimento di dissociazione consapevole. Ha funzionato: fin da quando ero ragazzina volevo essere un’attrice morta. (Sul serio, la prima biografia di Marilyn l’avrò letta in seconda media, ma da molto prima avevo ben presenti le circostanze del suo suicidio e dei suoi ultimi anni.) Purtroppo non avevo considerato che la marcia di avvicinamento all’obiettivo – essere un’attrice morta male – fosse lunga, noiosa e costellata di carte-probabilità quali «strozzarsi col proprio stesso vomito».
In un certo senso, però, e questo l’ho capito davvero tardi, perseguire una qualche forma di Oscuro Destino / Io Farò Una Fine Orribile è solo ambizione mal riposta; basta re-indirizzare una pulsione distruttiva perché diventi il tuo strumento più potente. Se non sei mai abbastanza scoppiato/a, puoi cercare di non essere mai abbastanza bravo a fare qualcosa di utile. O di socialmente accettabile.
Oggi la compulsione è la mia metà migliore. Mi mantiene onesta.

Dici che i tuoi genitori ti hanno voluta, amata e non dai loro nessuna colpa per la tua dipendenza. Era solo infelicità e basta? Quando hai capito che sentirti inadeguata ti avrebbe portata all’autodistruzione?

Ah, l’ho capito scrivendo il libro. Sono sempre stata poco sveglia.

Posso dire una cosa, però? Negli ultimi mesi mi è capitato di incrociare online persone (soprattutto ragazze, credo) che fotografano pagine del libro, copiavano le frasi – ogni volta pensavo «ah, non è male questa, da dove…», e passavano dieci-venti-trenta secondi prima che collegassi quelle parole a quanto avevo scritto io.
Quanto hai appena letto non va preso come un sintomo di inadeguatezza. Piuttosto, come un caso da manuale di come io tenda a mantenere le distanze tra il passato e il presente.

Cosa ami di te oggi e cosa invece continui ad odiare, con buona pace di Jerry Stahl?

Odio la mia lentezza a scrivere. Sono poco produttiva. Ci metto cent’anni a entrare nel ritmo giusto, anche se poi, quando ci entro, posso scrivere qualcosa in un tempo relativamente breve. (Il grosso del Corpo è stato scritto in un mese, infatti.) Amo il momento in cui sto scrivendo e conta solo quello che succede tra me e la pagina.

Lo scorso settembre è nato Abbiamo le prove, un sito che raccoglie storie di donne. Che legame c’è con il tuo libro?

Non lo so. Quando era ancora solo un’idea, poteva sembrare uno spin-off del libro dove scrivevano gli altri, non io. Ci tenevo a curare (per quanto possibile) un contenitore di nonfiction in lingua italiana, volevo vedere cosa avrebbero scritto di sé altre persone nel momento in cui veniva data loro piena libertà di scelta, in materia di fatti raccontati e di tagli possibili.
Abbiamo le prove ha finito per essere una cosa molto diversa per chiunque abbia partecipato. Per qualche autrice ha rappresentato una piccola pausa durante la stesura di un libro o di un progetto più elaborato. Per altre può essere stato uno stimolo a scrivere nonfiction, o a leggerne di più.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho finito da poco di scrivere un testo per la collana “I corsivi” del Corriere della Sera, ora sto lavorando su un’altra cosa che dovrebbe uscire in primavera – direi che l’obiettivo è uno solo, per qualsiasi futuro: non provare risentimento verso un progetto perché quel progetto non è Il corpo non dimentica.
Anzi, alla lista dei buoni propositi possiamo aggiungere non scrivere il sequel del Corpo che nessuno ha chiesto. E guardare Friday Night Lights.


Violetta Bellocchio, Il corpo non dimentica, 276 pagine, Mondadori 2014. 17€.


Tamara Viola

Nasce nel 1984. Non si laurea, non dimagrisce, non corre, non smette di fumare però scrive. Sul suo blog, sulle riviste, sul diario segreto. Organizza trappole mortali per la signora del VII. È bellissima, e su Twitter è Delempicka.