Intervista a Maurizio Blatto

by Alessandro Milanese

Maurizio Blatto è nato a Torino nel 1966 ed è cresciuto all’interno della sua collezione di dischi. Firma storica della rivista Rumore, ha pubblicato per Castelvecchi L’ultimo disco dei Mohicani. E’ stato definito il crooner del giornalismo musicale. Mytunes. Come salvare il mondo, una canzone alla volta (Baldini&Castoldi) racconta il mondo in 77 canzoni e la vita che batte dentro il loro ritmo. Un libro per tutti noi, che abbiamo bisogno di una colonna sonora per i nostri giorni.

MaurizioBlattoMytunes (foto di Stefano Blatto)
Maurizio, visto che sono quindici anni che ci conosciamo e che questa non è un’intervista non essendo io un giornalista, direi di saltare i convenevoli e andare subito alle cose importanti. Nel libro citi, nello spassosissimo paragrafo dedicato a Totò 6 grande dei meravigliosi Italian boys, i miei amati Grigi, ed io prendendo la palla al balzo ti chiedo: una canzone per il rigore sbagliato da Cerci a Firenze. E quale sarà la canzone con cui accompagnerai il ritorno in Europa del Toro?

Sul rigore sbagliato da Cerci ho mezzo spaccato il divano. Il resto della famiglia era chiuso in una stanza, con mia moglie che tranquillizzava le bambine, “non preoccupatevi, adesso gli passa”. Il problema è che “non passa mai”, nel senso che vorresti vaccinarti in eterno per sopravvivere a certe sconfitte, ma non è possibile. Il Toro poi è fenomenale, riesce sempre a creare le condizioni migliori per, mi si perdoni la metafora appena accennata, una grande inculata. Puoi non qualificarti, puoi buscarle, amen. Ma non puoi perdere e pareggiare per due volte, poi ricevere un rigore all’ultimo minuto e sbagliarlo. Così è troppo. Poi, alla fine, in Europa ci siamo andati ugualmente, è vero, ma nel frattempo ci siamo fatti il fegato alla griglia, come le salsicce a ferragosto. Quindi la mia canzone per il Toro, e per il suo ritorno in Europa, è sempre Accidents Will Happen di Elvis Costello, perché se c’è un problema dietro l’angolo, o anche solo preventivabile, contaci pure, con il Toro succederà.

Nel primo libro i protagonisti erano fondamentalmente i tuoi clienti, le loro manie e le loro storie romanzate. In MyTunes il protagonista sei tu e il rapporto tra la musica e la tua vita. Com’è stato riempire 400 pagine con se stesso?

Facile e complicato al tempo stesso. L’idea, evidenziata fin da subito, è che “critica” e stretta autobiografia vadano di pari passo. Che tutto il retaggio storico delle canzoni si infili tra le pieghe della piccola epica personale. Quindi certe volte ho avvertito la vertigine di quando ti sbilanci troppo, il mini terrore della trasparenza. Ma alla fine è stato anche più gratificante di quanto immaginassi. Parlare per la milionesima volta degli Smiths e, per giunta di Asleep, è stata un’esperienza al limite dell’auto-analisi da divanetto. Quando ho finito di scriverla pensavo che non l’avrei nemmeno riletta. Basta. Fine. Invece molto spesso, durante i reading di MyTunes, chiudo proprio con Asleep. E mi sono scoperto persino “a mio agio” tra quelle righe così esplicitamente autobiografiche. Mi soddisfa ripeterle. Probabilmente è un capolinea dal punto di vista narrativo e di metodo.

I paragrafi che mi sono maggiormente piaciuti sono proprio i più personali, e in particolare ho trovato meraviglioso quello su Leonard Cohen. Molto lirico e davvero narrativo. Sbaglio se dico che potrebbe essere una prova, di stile, per un futuro romanzo o raccolta di racconti?

Come detto prima, le parti più introverse, quasi “sofferte” sono quelle che hanno coinvolto di più anche me. Ripeto, a sorpresa. MyTunes di Leonard Cohen, in questa versione, è leggermente levigata rispetto all’originale, più cruda. Ma ne esiste anche una “demo”, disperata e colma di amarezza. Rileggerla mi ha ricordato un periodo difficile e ho preferito limare le asperità. Ma penso ancora che in quella canzone e in generale in Leonard Cohen ci sia il segreto ultimo delle relazioni affettive. Di che cosa siamo realmente, al di là di tutti i luoghi comuni, quando esistiamo unicamente come uomo e donna. Canzone da vene scoperte. Se è una prova per un romanzo o per un cambio di stile narrativo, lo è in modo involontario. O meglio, in modo naturale. Cambiare registro, talvolta, è indispensabile.

Quando parli di Duncan di Paul Simon racconti di motel di periferia, quadri di Hopper e storie di amori miserabili. Il tutto narrato con frasi secche e punteggiatura chirurgica, che mi ha ricordato i Massimo Volume per tematiche e scrittura. Possiamo dire che la musica ha chiaramente influenzato i nostri gusti dalla letteratura alla pittura, passando per il cinema?

Intanto grazie, essere accostato ai Massimo Volume è per me un sommo complimento. Possiamo dire che la musica ha chiaramente influenzato tutta la nostra vita. Letteratura, cinema, pittura, ma anche sensazioni se non addirittura sentimenti. È il colino assoluto dove filtriamo il nostro tè quotidiano. Tutto passa da lì, inevitabilmente. Ieri sera ho visto in tv Submarine perché avevo comprato il 10” di Alex Turner (bellissimo peraltro), ho sul comodino tre pile di libri di cui metà con agganci musicali, insomma non sfugge niente. Per questo, paradossalmente, nel libro dico che talvolta mi sembra di vivere soltanto per poter infilare pezzetti di me dentro a canzoni o addosso a calamite musicali.

Parlando di cinema. Un mio caro amico, dice che noi (malati musicali terminali) siamo facilmente corruttibili. Me lo disse quando affermai che Intimacy mi era piaciuto tantissimo fin dalla prima bellissima scena sulle note dei Tindersticks. Nel libro menzioni Noi siamo infinito di Chbosky (ovviamente l’ho amato anch’io) e ti stupisci del fatto di esserti emozionato per una pellicola adolescenziale. Siamo davvero così corruttibili?

Come detto, ieri sera ho visto Submarine, pellicola adolescenziale super britannica ricchissima di citazioni estetiche e musicali, quindi… Direi di sì, siamo facilmente corruttibili. Mi accontento di Sunday Morning dei Velvet Underground su una scena di risveglio pigro, magari con finestre socchiuse e pochi dialoghi, per salvare un film. Abbocchiamo facilmente. Ma va anche detto che siamo parimenti facilmente irritabili, per dire i Joy Division infilati in una fiction su Rai 1 possono spingerci a far partire denunce legali. Comunque Noi siamo infinito per me sta diventando una droga, ogni tanto ne guardo un pezzetto. Sempre ieri sera, a tarda notte, mi sono rivisto la sequenza in cui corrono a ballare Come On Eileen dei Dexy’s Midnight Runners, sbracciando e calciando come degli invasati. Sono malato, me ne rendo conto.

Usciamo dal cinema grazie ad un fotogramma dell’ultimo Jarmusch: Tilda Swinton che per far cambiare umore al suo compagno mette sul giradischi un 45 giri della Stax e comincia a ballare. Allla stessa maniera a volte basta ascoltare pochi secondi di una canzone legata ad un ricordo doloroso per farci piombare nel baratro. Anni e anni di ricerca su serotonina e tutto il resto e poi basta davvero solo una canzone?

Altroché. Figurati che io una volta mi sono intenerito perché in un bar ho sentito Sailing di Christoper Cross. Ma ti rendi conto? Roba da farsi internare. Però è così, nulla è più veloce della musica per inchiodarti a un te stesso di vent’anni fa. Per un po’ ho tenuto una rubrica su un giornale locale che si chiamava “Il Dottor Getrotal”. Finte lettere di malati che cercavano cure musicali. Io consigliavo dischi in base alla sintomatologia dichiarata. Be’, buffo, ma neanche troppo. Quante volte anche solo una semplice canzone ci ha “salvati”?

Un mio ex collega (power metal, Queen, falsetti, eccetera) coniò la definizione di rock depressivo per mostrare il suo disprezzo riguardo al mio ascolto reiterato dei Radiohead. La cosa mi è venuta in mente leggendo il tuo toccante ricordo del live semideserto di Bonnie Prince Billy. Perchè siamo così romanticamente attratti dai perdenti?

Perché sono più veri. Io ho sempre provato imbarazzo per quelli sicuri, tronfi, i macho totali. La mancanza assoluta di ironia mi atterrisce. Non a caso i Queen sono il gruppo che patisco di più al mondo (per le canzoni valgono anche Caruso di Dalla e The Final Countdown degli Europe, tanto per dire). Poi sarà anche vero che talvolta ci scappa la mano con i lagnosi, ma a me questa cosa del rock sincero, di Springsteen, dell’epica degli uomini più uomini ha stufato fin da quando avevo dieci anni. Comunque non è che si debba sempre star lì a pasticcini e merletti, anche Johnny Cash o Neil Young sono sul mio altarino personale, ma diciamo che il “magnifico perdente” rimane sempre una figura attraente. Reale, quanto meno.

Non tocchiamo il tasto nuove generazioni vs vecchie generazioni perchè suona molto anziani rancorosi e tralasciamo i dibattiti sul web e su come ha cambiato industria discografica e tutto quello che le gira attorno (magazine, live, etc etc). Ti chiedo soltanto: quale futuro prevedi per la tribù (cito testuale da pagina 138) Noi che crediamo nel rock ‘n’ roll e nell’amore?

Esatto, cancelliamo subito ogni idea di old school o porcherie tipo quelle mail che girano e iniziano tutte con “Noi che…”. Ogni età ha la sua mitologia privata e, davvero, io sono sempre interessato ad ascoltarla. La tua citazione si riferisce alla storia affettiva di Lux Interior e Poison Ivy dei Cramps, da me esaltata su MyTunes. Il futuro che auspico è quello: due dropout appassionati di ciò che il mondo (una volta) riteneva immondizia, il rockabilly, i b-movies, i fumetti pulp. Due che si scelgono, formano una band fenomenale e si amano finché la salute li sorregge. Si può chiedere di più alla vita? Spesso però mi sembra che la musica, più che un collante, sia ormai un accessorio nemmeno così desiderato, di qualcos’altro. Ecco, a immaginare le “mie” canzoni come un orpello di un cazzo di cellulare, davvero non ci sto. A costo di sembrare sì un vecchio trombone. Pazienza.

Salutiamoci con un giochetto alla MyTunes. Io ho letto buona parte del libro in un interminabile viaggio in traghetto sulle note di Mezzanotte de Il pan del diavolo. Che canzone assocerai a questa chiaccherata?

All Cats Are Grey dei Cure, in omaggio al grigio del titolo, della copertina di Faith e ai Grigi di Alessandria. È una canzone che non ascoltavo da un secolo e poi è spuntata in apertura del volume di Late Night Tales curato dagli Air, un cd che non avevo mai fatto girare fino a pochi giorni fa. Mi ha sorpreso riscoprirla così bella. Erano anni in cui gli “intro” avevano ancora un significato, erano un invito docile alla canzone stessa. Parte contenuta e non esplode mai, a dispetto di una ritmica geniale. Accarezza e si porta dietro l’eco malinconico dei Cure dell’inizio. Non più le impronte secche dei Tre Ragazzi Immaginari, non ancora il pozzo buio della Pornografia. Fenomenale.


Alessandro Milanese

È nato troppi anni fa in Alessandria. Negli anni in cui lavora nel mercato discografico, quando ancora esisteva un mercato discografico, comincia a scrivere; pubblica alcuni racconti e pezzi per riviste online, ma non riesce nel suo intento di pubblicare almeno un racconto breve per minimum fax. Ora spreca i suoi giorni all’interno di enormi centri commerciali e cerca di rimanere sano di mente collaborando con il filmmaking collective Lacuna Inc e tenendo un blog di racconti, suoi e non, philophobia. Millanta di voler andare ad abitare nelle vie della frutta a Brooklyn Heights. Oltre a musica e letteratura americana, ama: i Grigi, i motori, il cinema, le serie tv, l'arte del ‘900 e le signorine more con la carnagione chiara (non necessariamente in quest'ordine).