Come succede con le stelle

by Pietro Menozzi

galassia

Il presente non esiste. È un’illusione percettiva. L’approssimazione più attendibile al presente assoluto che crediamo di abitare, istante per istante, sono le immagini del mondo che prendono forma nella nostra coscienza, le immagini mentali. Tutto il resto – parlare con una persona, sentire la sua voce, vedere un oggetto – è filtrato da un tempo infinitesimale che riporta queste esperienze nel passato. Il riflesso della luna ci raggiunge con un secondo di ritardo, la luce solare con otto minuti.

Lo racconta un astronomo in Nostalgia de la luz – documentario cileno vincitore dell’European Film Awards 2010. Il suo lavoro è sottoposto a questa dissociazione: osserva il passato in diretta; quello che vede è in realtà già successo, una stella che irradia le lenti del suo telescopio mentre non è più che residuo spento, abbandonato all’oblio di una galassia distante qualche secolo dalla nostra. È l’ironia che avvicina la sua scienza all’archeologia, rivolte entrambe al passato, una ne cerca le tracce in cielo, l’altra sulla terra.

S’incontrano in uno spazio irreale, sterminato, lastricato di terra e sale. È il deserto di Atacama, nel nord del Cile. Il cielo che lo avvolge è un contrasto di colori materici che si succedono durante le ore del giorno fino a quando l’azzurro disabitato soccombe all’arancione che scompare nella voragine del nero assoluto. L’assenza di umidità ne fa un luogo perfetto (se ci si fa bastare la perfezione relativa della terra) per cercare le tracce del passato sedimentate nella crosta o esplose nello spazio. Si sono conservati intatti corpi di civiltà che risalgono a 5000 anni avanti cristo, e lo stupore dell’occhio nudo basta a intuire cosa può fare un telescopio puntato nella notte di Atacama. Ammassi stellari spenti da milioni di anni fanno luce sul racconto a ritroso dell’universo.

Prima di svelare la maledizione sottesa allo splendore del deserto cileno, il documentario di Patricio Guzmán sprofonda in una riflessione più generale.
Porta d’accesso a un tempo fuori misura, il deserto è una dimensione concettuale, un cortocircuito che interrompe l’esperienza ordinaria sovvertendo le categorie con cui misuriamo il tempo e lo spazio.

Sul versante della narrativa un autore ciclicamente attratto dal vuoto indefinito di questi luoghi è Don DeLillo. Così esprime la sua costernazione il giovane regista di Punto Omega:

il deserto era al di là della mia portata, era un essere alieno, era fantascienza, saturante e remoto al tempo stesso, e io mi dovevo sforzare per convincermi di essere veramente lì.

Il deserto del Sonora, al confine meridionale degli Stati Uniti, incarna per DeLillo un limite più metaforico che geografico. È l’interruzione di una società e del suo modo di essere. In questo come in altri romanzi dell’autore newyorkese, il deserto è antitesi della realtà urbana. L’assenza fatta di distese petrose, cielo e silenzio che si oppone alla pervasiva concretezza delle metropoli statunitensi.

Da una parte c’è la città, costruita per misurare il tempo, per togliere il tempo alla natura. C’è un eterno conto alla rovescia. Quando hai strappato via tutte le superfici, quando guardi sotto, ciò che resta è il terrore. Dall’altra il deserto in cui alla fine il giorno diventa notte, ma è una questione di luce e oscurità, non è il tempo che passa, il tempo mortale. Non c’è il solito terrore. Qui è differente, il tempo è enorme, ecco cosa sento qui, in modo tangibile. Il tempo che ci precede e sopravvive.

Lo scontro tra città e deserto si amplifica in Underworld e lo stesso antispazio del Sonora – a cavallo tra l’Arizona e il Messico – diventa meta rituale di una serie di personaggi che si addentrano nell’ignoto, come se conservasse un segreto sulle loro esistenze e sul mondo. Lo attraversano come ci si abbandona a una forma di meditazione, per contemplare un’opera d’arte o seguire un presagio (così avviene anche per il protagonista di Cane che corre, ennesimo frammento di un enorme mosaico narrativo).

Per DeLillo il deserto è un abisso di colori e stati mentali che fa vacillare e ribalta l’ontologia del suo mondo. All’estremo opposto la rassicurante cattedrale simbolica dell’occidente: presto sarebbe arrivata la città, New York all’infinito, facce, lingue, impalcature ovunque, il flusso dei taxi alle quattro del pomeriggio, nessuno disponibile.

Se però il deserto del Sonora si estende su due stati, per comprenderlo più a fondo dobbiamo oltrepassare il confine e guardarlo dal lato opposto. Visto dal Messico di Roberto Bolaño, il deserto abbandona l’aurea del mistero per diventare luogo di perdita, materia oscura. È il territorio che interrompe la ricerca senza fine dei detective selvaggi e lo scenario desolato del femminicidio di 2666.

Vivere in questo deserto, pensò Lalo Cura mentre l’automobile guidata da Epifanio si allontanava dal terreno abbandonato, è come vivere in mezzo al mare. Il confine tra il Sonora e l’Arizona è un gruppo di isole spettrali o incantate. Le città e i paesi sono barche. Il deserto è un mare interminabile. Questo è un buon posto per i pesci, soprattutto per i pesci che vivono nelle fosse più profonde, non per gli uomini.

In 2666 il deserto è un mare o una cloaca, in cui naufragano i cadaveri vittime della violenza inarrestabile che ha investito Ciudad Juárez e il Messico. Non più interruzione di una società, ma ribollente terra di mezzo tra due mondi inconciliabili che manifesta tutti gli effetti dello scontro tra l’occidente e la sua controparte nascosta e schiacciata. È uno spazio in cui degenera il caos e s’interrompono le storie, sotto le premonizioni ferali di un cielo violaceo come la pelle di un’india ammazzata a bastonate.

Torniamo in Cile. Un simile destino di morte è il segreto nascosto anche dall’apparente purezza di Atacama. Oltre ai resti mummificati delle civiltà antiche infatti, sotto pochi strati di terra i geologi hanno trovato le scorie della dittatura di Pinochet. Disseminate nello spazio sfinito e raccolte in fosse comuni, il deserto cileno nasconde le ossa dei desaparecidos e la vergogna dei militari.

Così tra i geologi e gli astronomi, ad Atacama è facile incontrare un altro gruppo di persone, sono le mujeres buscadoras che senza pace continuano a cercare i resti dei famigliari dispersi nell’immensità del deserto. L’impresa irrazionale e folle di queste donne è una delle più spietate forme di condanna ai crimini delle dittature sudamericane – e al tempo stesso rivendicazione della necessità di restituire alla memoria privata e collettiva il ricordo delle vittime.

cile

C’è una via d’uscita al dolore del Cile? Come può conciliarsi l’orrore del passato con il presente dei sopravvissuti?
Lo racconta una giovane astronoma sul finire di Nostalgia de la luz. All’età di un anno venne sequestrata dal regime. I militari minacciano d’ucciderla se in cambio non ottengono informazioni sui genitori. Lei viene rilasciata insieme ai nonni. I suoi genitori scompaiono. Nonostante la sua perdita, ha un’esistenza felice. Oggi è sposata e ha due figli.

È osservando la storia dell’universo racchiusa nel cielo che il suo dolore si ridimensiona. Studiando l’evolvere delle galassie, la relatività della nostra storia.

Tutto è compreso in un sistema che ciclicamente si rinnova e anche noi siamo parte di un’energia e di una materia che si ricicla, come succede con le stelle, le stelle devono morire perché possano nascere altre stelle e altri pianeti, perché possa nascere un’altra vita.

(Le immagini sono tratte dal documentario Nostalgia de la luz.)


Pietro Menozzi

Nasce nel 1981 a Correggio. Nel giro di nove anni assiste alla nascita di due sorelle. È trequartista appassionato fino al 1999. Attualmente lavora per un ente di formazione e ama arrampicare. Collabora con minima et moralia.