Intervista a George Saunders

by Giacomo Buratti

George Saunders,

Anche senza andare direttamente negli Stati Uniti, il buon Giacomo Buratti riesce a portarci delle interviste incredibili: oggi ha intervistato George Saunders, l’autore di Dieci dicembre, il libro che è finito nelle classifiche dei migliori libri del 2013 di tutti quelli che hanno fatto classifiche dei migliori libri del 2013. Leggetela e godetevela: e grazie ad Alessandro Grazioli di minimum fax per l’aiuto.

Le storie raccolte in Dieci dicembre mi hanno fatto pensare a quella che avevi pubblicato nel 2009 su McSweeney’s, Fox 8, in cui il protagonista diceva agli umani di provare a essere «più gentili». Mi sembra che i personaggi nei racconti del tuo ultimo libro per la maggior parte provino attivamente a essere brave persone, anche se a volte finiscono per sembrare solo degli idioti. Poi ho letto il discorso che hai tenuto alla Syracuse University sul «cercare di essere più gentili» e ho creduto di aver fiutato qualcosa. Sei ossessionato da quella volpe o è solo un problema mio?

Be’, quello era il modo in cui la volpe vedeva la vita, comprensibilmente, credo, data la storia in cui si era trovata.

Io non so mai di preciso cosa dicano i miei racconti mentre li scrivo, ma una delle migliori critiche a Dieci dicembre che ho letto diceva che è fondamentalmente un libro sull’empatia. I personaggi a volte riescono a provare empatia, a volte no, a volte sono troppo spaventati o indolenti per fare un tentativo (e pagarne il prezzo), e così via. Credo sia una buona descrizione: le conseguenze dell’empatia e della sua mancanza.

Sto leggendo questo libro, White Girls, di Hilton Als. Lui scrive: «Dato che la funzione originaria del linguaggio è di controllare il mondo descrivendolo e la maggior parte degli americani è imbarazzata dal suo desiderio di farlo, il linguaggio si fa palese [non dovrebbe essere “gradevole”?, NdGS] per mezzo della gentilezza» [footnote] Saunders interpreta come “palatable” (gradevole, accettabile) ciò che Als definisce “palpable” (tangibile, palese): «Since the root function of language is to control the world through describing it and most Americans are embarrassed by their will to do so, language is made palpable by being nice» (H. Als, Philosopher or Dog?, in White Girls, McSweeney’s, 2013).[/footnote]. Mi verrebbe da dire che è il genere di idea che uno si fa anche leggendo Le ragazze Semplica o Fiasco cavalleresco. Come risolvi la frizione – se pensi ce ne sia una – tra “essere gentile” e “parlare gentile”? La tua scrittura è diventata “più gentile”? La lingua che usi è “più carina”?

Credo che quella cui si riferisce Als sia falsa gentilezza: quel fenomeno per cui si usa un eufemismo perché quello che si pensa, detto sinceramente, sarebbe troppo forte o spiacevole. Vorresti dire «Ti odio», ma non vuoi essere la persona che dice una cosa del genere, allora dici: «Sei una persona fantastica sebbene molte delle cose che fai trovo non siano affatto straordinarie, o addirittura assolutamente anti-straordinarie, che è il motivo per cui spero di non vederti più, e anche – e lo dico nel modo più carino possibile – che la tua vita non si estenda molto oltre nel tempo». Nei racconti che citi gioco con questa tendenza che c’è in America, provo a divertirmici con il linguaggio.

A proposito, hai seguito il dibattito su snark contro smarm? Che ti sembra? Pensi che in generale nella cultura ci sia un movimento di reazione allo snark, che potrebbe essere in parte il motivo per cui il video del tuo discorso è diventato, come si dice, virale? Dieci dicembre ha avuto successo perché la gente vuole essere più gentile?

Non ho seguito il dibattito ma posso intuire di cosa si tratti. Quello che snark e smarm hanno in comune è l’avventatezza. Sono reazioni automatiche. Il tizio snarky automaticamente si lagna. Il tizio smarmy automaticamente loda. In entrambi i casi la persona rinuncia al suo potere di intellezione per andare col pilota automatico, ovvero rinuncia a pensare, a confrontarsi con quello che ha davanti con onestà. Non so perché il video è diventato virale, ma da quello che mi raccontano mi rendo conto che un sacco di gente la pensa come me: quando guarda al passato si rammarica principalmente delle volte in cui, per paura, ansia o distrazione, non è stata gentile. E credo sia arrivato il momento di distinguere tra “cortesia” e “gentilezza”. La cortesia è superficiale: può essere simulata, può essere una maschera (è un’auto-virtù). La gentilezza è diversa: per me è ciò che si potrebbe definire “virtù-soglia”. Se decidiamo di essere gentili, ci apriamo a tutta una serie di complicazioni. Ci costringiamo a riflettere su altre virtù, più profonde, più difficili. Per esempio, come facciamo a essere “gentili” con chi è violento? Se qualcuno minaccia di usare violenza contro di te, è “più gentile” star lì e subirla passivamente o reagire cacciandolo via (quindi evitandogli di esercitare la violenza)? Se definissimo la gentilezza come “ciò che è a beneficio dell’altro” – be’, non sarebbe di grande aiuto. Che ne sappiamo di cosa possa beneficiare la persona X? Quanto c’è veramente, nei nostri tentativi di essere “gentili”, dell’opera del nostro stesso ego? E via dicendo. Per fortuna quel discorso era solo di dieci minuti, il che mi ha permesso di evitare queste questioni.

Per quanto riguarda il successo di Dieci dicembre – non lo so. In realtà in certi punti è un libro piuttosto cupo, anche crudele. Di recente ho ricevuto una lettera da un tizio che diceva di aver amato il discorso sulla gentilezza, e che sperava che iniziassi a usare un po’ di questa gentilezza nei miei racconti, che lui definiva “misantropici”.

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Ti ho sentito parlare della scrittura come “fascinazione”, e spesso dici che quando scrivi devi fare affidamento sull’intelligenza dei tuoi lettori per portarli dentro un racconto. Hai mai preso, per affascinare i lettori, una strada che avresti evitato? Ne senti il pericolo – diventare accomodante più che affascinante?

“Fascinazione” io l’interpreto come “stabilire un contatto autentico con” i lettori. Non è che significa “leccare il culo”. Spesso seguo strade che mi conducono dove non abbia particolarmente voglia di andare, e che potrebbero alienare i lettori – come in quella storia, Giro d’onore. Non avevo nessun interesse a scrivere dal punto di vista di quel sequestratore lì, ma sentivo che era in quella direzione che stava il massimo dell’energia, così l’ho seguita in funzione della “fascinazione” dei lettori, ovvero per rendere meno probabile l’eventualità che si annoiassero e se ne andassero. È come uscire con qualcuno, forse: non devi essere “accomodante” se vuoi averci una conversazione sincera – si chiama proprio “portare rispetto”. Se viene fuori un argomento spinoso e lo affronti con coraggio, e sei onesto, allora l’altra persona potrebbe (davvero) restarne “affascinata”.

Sei spesso etichettato come “autore satirico”, e GQ nel 2013 ti ha eletto “Life Coach dell’anno”. Prima di tutto: complimenti. Secondariamente: dalle sue origini latine la satira non si è mai del tutto separata dalla moralità. Vedi un’enfasi sulla morale come un’opportunità per affermarti quale vero autore di satira, o come la minaccia di farti sembrare un predicatore? Ti preoccupi che i lettori vogliano sapere più cosa dici che come lo dici? Pensi che rimugino troppo sulle rubriche delle riviste?

Non non mi sono mai considerato un autore satirico. Voglio solo essere un autore di fiction che scrive storie emozionanti. Non provo mai a insegnare nulla attraverso i miei racconti. Voglio solo che sembrino prendere vita. Però, per come la vedo, una storia che non abbia una qualche componente morale-etica non sarà di alcun interesse per nessuno. Avere una componente morale-etica qui significa solo: i lettori trovano nella storia una certa relazione con la loro vita; non sembra loro superficiale o semplicemente intelligente o distante da quello che hanno visto e provato davvero durante il tempo che hanno trascorso sulla Terra.

La mia sensazione è che ogni racconto che mostri qualche parvenza di essere umano che si muove nel mondo finisca per avere uno spessore morale-etico – ma il racconto non è un buon mezzo per promuovere una certa posizione. Come ha detto Čechov, un’opera letteraria non deve risolvere problemi, deve solo porli correttamente. Perciò mi sento portato a scrivere storie in cui succede qualcosa a gente a cui ci siamo affezionati – ma non ho intenzione di predicare o convertire. Per dire, che “messaggio” c’è in Giro d’onore? Io penso che una storia come quella descriva un sistema comunitario, forse – o forse “illustri” una certa nozione per cui le persone si aiutano a vicenda e così via, e anche, implicitamente, come tutto possa andare storto – ma non riesco a immaginare che un lettore possa sentire di aver tratto da quella storia una qualche lezione su come dovrebbe o non dovrebbe comportarsi. Magari mi sbaglio. Però spesso ho l’impressione che si confonda la “presenza di un contenuto morale” con “l’intento di trasmettere un insegnamento morale”. Io sono per la prima, contro il secondo.

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Secondo me Dieci dicembre, il racconto, è stato la versione 2013 della sequenza all’inizio di Up della Pixar, in termini di lacrime. Stranamente a me ha ricordato Un giorno ideale per i pescibanana di Salinger: tutt’e due ruotano attorno a un bambino e a un adulto che ha deciso di suicidarsi, e ai pescibanana, e ai Nanus. Ti è mai venuto in mente quel racconto, scrivendo?

In realtà non credo di averlo mai letto – o forse l’ho letto anni fa. Ma non ne ero consapevole scrivendo, no. Ho visto Up e mi è piaciuto un sacco, quindi grazie per quello.

Ti si riconosce di essere originale, e in effetti non è facile trovare echi di altri autori in quello che scrivi (a eccezione forse di Barthelme). Come ti relazioni coi libri che hai letto, soprattutto quando lavori sui tuoi? E, al contrario, ti sei mai seduto davanti alla scrivania pensando “Questo lo scrivo come se non fossi George Saunders: niente ventriloquio in terza persona [footnote]Con “third person ventriloquism” Saunders definisce la sua tecnica di mantenere la terza persona usando la voce del personaggio di cui adotta il punto di vista.[/footnote], niente parchi a tema, niente stronzate”?

Onestamente, quel tipo di ragionamento sarebbe troppo complicato per me. Io provo solo a scrivere qualcosa che abbia energia, che suoni nuovo. Tutto qui. Mi siedo alla scrivania e mi indirizzo su una voce che suoni divertente da fare e che mi sento sicuro a usare, che mi sembri in qualche modo piena, e senza limiti. Ovviamente le tendenze proprie a ognuno riappariranno (si chiamano così apposta), allora si prova a evitarle, sperando di tirar fuori qualcosa di nuovo da quel pezzetto di talento che si ha. Ma questo è scrivere: tenersi alla larga da quello che potrebbe fare schifo. Le cose che hai nominato tu – i parchi a tema, il ventriloquio in terza persona, ecc. – in quelle mi sono imbattuto seguendo il citato processo del “provare a non fare schifo” – provare a creare energia mentre sto alla larga da quello che ho già fatto o che tendo a fare male.

Tra noi di inutile c’è un fan della letteratura russa, quindi: nel 2007 il New Yorker (Deborah Treisman) ti ha invitato a partecipare al suo podcast, e tu hai scelto di leggere Isaac Babel’. Nel tuo articolo sul New York Times intitolato Soviet Deadpan citavi il povero Akakij Akakievič, e mi verrebbe da dire che c’è, specialmente in Dieci dicembre, un’empatia coi personaggi che ti viene dai russi – Gogol’, il Tolstoj di Ivan Il’ič. Che rapporto hai con quella letteratura?

Amo i russi perché affrontano le grandi questioni: amore, morte, guerra, classe. L’hanno fatto in letteratura e, catastroficamente, nella loro storia. Insegno il racconto russo alla Syracuse e traggo sempre ispirazione rileggendo i grandi: Gogol’, Čechov, Tolstoj, Babel’. Io penso che siamo qui per una ragione, e nella mia esperienza quella ragione è avanzare attraverso vari livelli di un percorso al termine più alto del quale c’è una persona che sia pura e amorevole. Io aspiro a questo. I russi sembrano occuparsi del perché sia così difficile arrivarci meglio di ogni altro gruppo di scrittori. Almeno è così che sembra a me. E poi mi piacciono i colbacchi. In realtà ho appena rivisto Il dottor Živago e ho realizzato che uno dei motivi per cui ho voluto fare lo scrittore è la scena in cui Živago e Lara si nascondono in quella dača abbandonata: Živago appassionato che scrive a lume di candela, Julie Christie avvolta nella pelle d’orso dietro di lui, i lupi in lontananza, le autorità sovietiche più vicine di minuto in minuto – che c’è di meglio?

Gli scritti di Daniil Charms ti sono stati d’ispirazione? In Soviet Deadpan dicevi: «Ho il sospetto che tutti noi che scriviamo fiction abbiamo provato una certa resistenza a questo momento di necessario artificio. Per Charms invece lo stesso momento si irrigidiva in una specie di paralisi virtuosa». Ti sei mai ritrovato bloccato in una paralisi creativa? Ok, era una domanda retorica. Ma qual è il tuo piano di fuga?

No, non ho quella resistenza all’artificio che aveva Charms (sempre che ce l’avesse). A me piace l’artificio. Mi sento a mio agio con l’idea che un racconto sia una piccola creazione che tende a funzionare secondo certe regole e leggi quasi fisiche, e che parte del divertimento stia nel lavorare con e contro queste leggi, nello stesso modo, diciamo, in cui una ballerina lavora con e contro la gravità. Credo che un racconto possa essere bello e vero, come una macchina piccola e incredibile. L’artificio non mi preoccupa più di quanto mi preoccupi l’artificio di una canzone. I vincoli e le limitazioni sono ciò che rende il gioco possibile.

La domenica sera sulla tv pubblica italiana va in onda un talent show per scrittori che si chiama Masterpiece. Migliaia di aspiranti autori hanno inviato i loro manoscritti, tre scrittori li giudicano – purtroppo non prescrivono il Verbaluce®. Quando i concorrenti passano il turno vengono mandati da qualche parte (una balera, una prigione) e al loro ritorno in studio hanno mezz’ora per scrivere qualcosa sulla loro “esperienza”. Lo so, sembra al cento per cento una roba uscita da uno dei tuoi racconti. Ma da insegnante, prenderesti in considerazione l’uso in classe di un orologio gigante che fa il countdown e di una celebrità che giudica i lavori? E da scrittore, avresti mai sognato di poter vedere realizzate in tv le tue ambizioni letterarie, quando ancora facevi il redattore tecnico?

Qualche anno fa mi avevano chiamato per chiedermi di partecipare a un reality show che doveva chiamarsi Publish or Perish. L’idea era che un personaggio famoso avrebbe provato a scrivere un libro – il programma sarebbe stato girato a New York – e questo sarebbe stato addestrato da “veri” scrittori – che è, immagino, il momento in cui sarei entrato in scena io. Declinai l’offerta con meravigliosa indignazione e il programma non è mai andato in porto, grazie a dio. Non considero sacre molte cose, ma la scrittura lo è, per me. Una persona, i suoi pensieri, la sua etica del lavoro, un tempo infinito: questa è la mia idea di paradiso. Il problema di quel programma direi che sta nel fatto che, sai, “scrivere è ri-scrivere”. Se fossi il produttore di Masterpiece, [i concorrenti] andrebbero nella balera o in prigione, poi nello studio: lì dovrebbero starci per un anno. Allora verrebbe fuori chi sa scrivere veramente.


Giacomo Buratti

Giacomo Buratti una volta aveva un "blog collettivo" su cui scriveva solo lui con quattro pseudonimi diversi, eppure non è un baby boomer.