Un po’ come andare in prigione

Il dormitorio da 16, io mio letto era quello in alto a sinistra.
Il dormitorio da 16, io mio letto era quello in alto a sinistra.

Volete un viaggio avventuroso che vi faccia sentire come il personaggio di una serie tv spendendo davvero pochissimo? La soluzione non è andare nella foresta thailandese a lavorare per una ong e farvi mordere il culo da una scimmia mentre defecate, oppure contrarre la dissenteria mangiando un ghiacciolo per strada in Messico mentre fate i corrieri della droga e nemmeno andare per nove mesi in spedizione in Antartide in isolamento con altre dodici persone per fare analisi di composizione chimica del suolo. Io credo che il viaggio più avventuroso che possiate sperimentare con la minima spesa possibile sia andare in ostello e dormire nel dormitorio misto. No, non crediate di trovarvi in una situazione da gita delle superiori, sarete in mezzo al mondo, ve l’assicuro. Incontrerete persone da ogni continente tutte accomunate dal vostro stesso spirito indomito e dalla vostra stessa mancanza di soldi, più qualcuno decisamente fuori di testa, ma per scegliere il dormitorio misto da 16 persone un po’ matti bisogna esserlo per forza. Approfondisci

La realtà del tatuaggio anale

reading-my-self-186x300Nella sua celebre introduzione a Lolita, Vladimir Nabokov affermava che la realtà è una parola che ha senso solo se scritta tra virgolette. Stevenson, l’autore de L’isola del tesoro e di La freccia nera, una settantina di anni prima scriveva al suo amico Henry James che la gente è convinta che, nei romanzi, sia la materia quella che conti, e non si rende conto, invece, che i prodigiosi sentimenti che scaturiscono, ad esempio, da un’opera di Shakespeare, si ottengono attraverso soppressioni furiose; in un’altra lettera diceva che un postulato geometrico non compete con la vita, e che proprio il postulato geometrico è un ottimo paragone per l’opera d’arte.

La realtà, la natura, la vita da una parte, dunque, e l’opera d’arte da quella opposta. Guy de Maupassant diceva che che ‘far vero’ consiste nel dare l’illusione del vero e che i realisti di talento andrebbero chiamati, piuttosto, illusionisti. Il romanzo, e la narrativa in generale, cercano di proporre una rielaborazione del mondo – un particolare punto di vista capace di dare significato a fatti tra loro sconnessi, una trasformazione dei fatti in una storia. Approfondisci

Le ambientazioni dei premi

The Booker prize on Google Maps

Il Booker Prize, chiamato anche Man Booker Prize dall’azienda che lo sponsorizza dal 2002, è un premio ambitissimo e di alto valore. Partecipano i romanzi pubblicati in lingua inglese, pubblicati da cittadini del Commonwealth, Irlanda, e Zimbabwe: chi lo vince ha fama e successo imperituri. (No, fino a questo punto no: ma è un premio davvero importante.)

Sul Guardian hanno ricostruito le location dei libri finalisti, dall’anno di fondazione (1969) a oggi: è un articolo che livelli da nerd non indifferenti, ma è interessante e divertente sapere che di tre libri ambientati in mare, uno ha vinto, e che la stessa proporzione, con gli stessi numeri, è valida per il Galles.

La mappa è stata riportata su Google Maps, il che rende tutto più nerd, lo sappiamo.

In attesa di un mucchio di giorni così

un_mucchio_di_giorni_cosi(Attenzione: questa sarà una di quelle recensioni che parlano molto di chi recensisce, e un po’ anche dell’oggetto recensito: non me ne vogliano gli amici che non sopportano queste cose.)

Immagina di svegliarti ogni mattina con un bussare sordo nel fondo del cervello. Ciondoli per casa, ti guardi le unghie, pulisci un po’, metti in ordine. Fai il lavoro che devi fare. E vai a letto a sera con la consapevolezza di aver infranto una promessa, di non aver fatto una cosa molto importante. Ecco, questi per me sono stati gli ultimi dodici mesi – boh, forse dieci, chissà. La cosa che non ho mai fatto, fino a questa sera che mi sono seduto finalmente ad adempiere a quella promessa, è la recensione a Un mucchio di giorni così di Angelo Calvisi.

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Il grande disordine

detectiveselvaggiCittà del Messico, 1975. È lì che senza accorgercene scivoliamo dentro a un dedalo di strade e storie che dopo averci smarrito, fatto innamorare, portato ai confini della pazzia e ai margini del deserto, ci sputa fuori oltreoceano, in Europa, Israele, Africa. Un viaggio lungo vent’anni, senza radici, aggrappato con fede cieca all’esperienza e alle persone che incontriamo, inesauribile (con)fusione di letteratura e vita. Se abbiamo il coraggio di seguire Ulises Lima e Arturo Belano, partiamo lasciandoci alle spalle il bagaglio inutile delle nostre abitudini, accettando di perderci dentro a un disordine necessario.
La porta d’accesso ai libri di Bolaño è la potenza dell’abbandono. Si finisce inghiottiti in un vortice che sembra impreciso e pretende di essere seguito nelle sue sbavature. Sono così tanti i personaggi, le storie e le circostanze che si intersecano, da richiedere un’imprecisione programmatica. È il prezzo di un’impresa che non vuole estromettere l’imprevedibilità, l’ignoto e la follia.
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Una mummia in soffitta

mummia

A quanto pare, in Germania un ragazzino di 10 anni ha trovato un sarcofago con dentro una mummia nella mansarda. La teoria più accreditata vuole che il nonno del ragazzino se ne sia tornato con un discreto souvenir, da un viaggio in Nord Africa negli anni ’50: a quanto pare, non ha detto più niente a nessuno.

Il sarcofago porta incisi numerosi geroglifici e tutto fa pensare che il ritrovamento sia autentico, anche se ci sono diversi dettagli curiosi: le bende non sembrano essere state fatte a mano, ma con l’uso di qualche macchinario (il che sposterebbe in avanti di almeno qualche migliaio di anni la datazione), e alcune parti dello scheletro sembrano ricoperte di metallo.

Nel frattempo la polizia di Diepholz, la città dove vive il ragazzino, dice che se la mummia è veramente una mummia (ovvero, se è un cadavero morto da molto tempo) non aprirà un’indagine. Per quel che riguarda noi che scriviamo, la speranza che tutto questo non sia uno scherzo molto elaborato è altissima.