Intervista, “Bootleg experiment”

by Alessandro Romeo

bootleg10Bootleg Experiment  si presenta come un osservatorio sulla contemporaneità, composto da professionisti del settore design, moda, comunicazione, arte e psicologia. Il tema della pubblicazione è la progettualità in tutte le sue forme, con spiccata attenzione verso la percezione, la sperimentazione, la ricerca e il funzionamento del cervello. Abbiamo intervistato i due fondatori, Paolo Peraro e Cristian Confalonieri. 

Da quali esigenze è nato Bootleg Experiment? Cos’è che vi ha fatto dire un bel giorno “ma sì, facciamolo”? E a cosa mira?
Paolo Peraro (PP): È nato da due spunti: dalla nostra stessa esigenza di utenti in cerca di un contenuto simile e dalla voglia di condividere questi spunti di riflessione con altre persone di cui ci interessava l’opinione (che sono appunto i 50 autori).

Che lavoro fate?
Cristian Confalonieri (CC): Sono un designer della comunicazione e dieci anni fa ho creato con un socio Studiolabo. Ci occupiamo di comunicazione a 360°, sia per aziende importanti che sviluppando progetti autonomi.

PP: Sono un formatore, e un creatore di format esperienziali per l’apprendimento e la comunicazione. Lavoro in Hook, l’azienda che ho fondato con due soci.

Dalla scelta dei temi alla scelta degli autori, dalla revisione degli articoli all’impaginazione, come organizzate la realizzazione dei numeri?
CC: Il tema è unico e molto ampio: la contemporaneità. Scegliamo gli autori e loro sono liberi di proporre delle idee e argomenti da trattare. La revisione degli articoli la facciamo io e Paolo, insieme all’autore, dando consigli che poi l’autore è libero di gestire come vuole. Abbiamo un editor (Benedetta Marazzi) che legge l’articolo finale in cerca di refusi e amenità varie. L’impaginazione viene curata da Giulia Gasperini di Studiolabo, che ha sviluppato anche il progetto grafico delle copertine. Detto ciò, non siamo una casa editrice e non abbiamo velleità di diventarlo, non abbiamo quello standard qualitativo che ci si aspetta da una casa editrice; il progetto si intitola Bootleg anche per questo motivo.

PP: Scegliamo gli autori in base a quanto ci suggestionano gli autori stessi. Sono persone con cui ci piacerebbe conversare di questi temi davanti a un aperitivo; Bootleg è solo un modo un po’ più strutturato di farlo.
Per i singoli numeri il processo è piuttosto semplice. Non essendo tematici, procediamo con l’impaginazione quando abbiamo cinque saggi, senza tempistiche predefinite.

Quando il volume cartaceo sarà pronto dove lo potrò trovare?
CC: Nelle migliori e peggiori librerie, edito da Lupetti.

Avete deciso di portare avanti il progetto in maniera 1.0 per favorire l’approfondimento verticale di ogni singolo tema, “sabotando” i meccanismi di condivisione orizzontale. In breve: gli articoli non si possono condividere sui social e all’uscita di ogni numero digitale il numero precedente non è più disponibile. Perché limitarne la condivisione dovrebbe spingere all’approfondimento? 
PP: Perché la difficile accessibilità valorizza il contenuto finale, soprattutto nello scenario attuale dove tutto è accessibile senza sforzi di nessun tipo. La gratificazione dell’accesso difficile incentiva il premio finale (l’approfondimento). È come per l’Ikea: una volta fatto lo sforzo di arrivare fino a lì, qualcosa si compra sempre.

Non c’è il rischio che facendo così si rischi solo di limitare la diffusione di Bootleg?
CC: Ci piace pensare che Bootleg sia cercato da chi lo conosce e da chi ne ha sentito parlare. Avere tanti download frutto di automatismi della rete e dei social non ci interessa. Vorremmo che il numero di download fosse il più simile possibile al numero effettivo dei lettori.

In generale, i progetti editoriali online cercano sempre di assomigliare ai progetti editoriali cartacei (sto pensando sia al formato, che è quasi sempre sfogliabile, sia alla periodicità, che è quasi sempre salvaguardata). Coma mai, secondo voi?
CC: Perché inventare nuovi format è difficile e rischioso. Copiare e traslare un format esistente su altre piattaforme è la soluzione più semplice, non per forza sbagliata intendiamoci. Noi con bootleg ci sentiamo liberi di fare delle sperimentazioni. I bootleg non escono con periodicità, ma quando sono pronti. Ogni bootleg non è pubblicizzato e diffuso nello stesso modo. Non è possibile abbonarsi. Il formato e l’impaginazione che vedete ora online non saranno quelle del libro cartaceo. Eppure i tre numeri usciti finora hanno avuto un notevole seguito.

L’idea che internet stia cambiando il nostro modo di pensare o quantomeno di organizzare i pensieri è molto diffusa. Sapreste però fare un esempio pratico, a partire dalla vostra esperienza personale o lavorativa, in cui un bel giorno vi siete resi conto che, prima di internet, non avreste mai ragionato in quel determinato modo o non avreste mai avuto quella particolare intuizione?
PP: Il mio lavoro si basa molto sull’uso di analogie e, in particolare, sulla creazione di ponti analogici. Nel contesto attuale, molto più che in passato, mi è possibile avere facile accesso a conoscenza relativa al funzionamento di altri mondi su cui posso fare leva. Mi sorprendo spesso a pensare immediatamente in modo analogico. Credo che in questo i miei pattern di ragionamento siano cambiati.

Qual è il tuo social network preferito? Perché?
CC: Pinterest. Perché lo trovo un “luogo” creativo, senza infrastrutture inutili e dove il proprio ego può risultare utile per gli altri. Lo uso per fare ricerche.

PP: Senza dubbio Pinterest. È stilosissimo nella grafica e nella user experience, ed è utile sia per scopi privati che professionali.
Sia a livello grafico (tante immagini belle e colorate) che a livello funzionale (pinnare nuovi stimoli o re-pinnare stimoli di altri) somiglia al processo di impollinazione delle api. E si sa che se scomparissero le api…

Qual è l’aspetto che ti inquieta di più dei social network?
CC: L’uso egocentrico che la gente ne fa e l’aggressività dei commenti appena la conversazione si sposta dalla sfera privata a quella pubblica.

PP: Che i social creano una sorta di felicità a breve termine, producendo piccole gratificazioni continuative; in un libro che trattava l’argomento ho però trovato una domanda illuminante: ”…quanti dei nostri ricordi più belli sono legati allo schermo di un pc?”

Quando capita di parlare della pratica di mettere da parte articoli che ci sembrano interessantissimi e che poi non leggiamo, si finisce sempre con l’accusare il bombardamento di informazioni a cui siamo sottoposti da quando i social sono entrati a far parte delle nostre vite. Non vi capita mai di pensare che il punto sia non tanto la quantità di informazioni, quanto il fatto che i social ci portino a pensare di avere più interessi di quelli che in realtà abbiamo?
PP: Vero! D’altronde internet è un parco giochi per il cervello, e in futuro bisognerà educare i bambini a convivere con la distrazione.

CC: È un bella osservazione, che condivido. Spesso mi capita di farmi prendere dalla “golosità” e divento bulimico di informazioni. Ma poi non me ne faccio niente, anzi questo mi causa un po’ di stress. I social sono una grande risorsa, ultimamente però li sto usando meno spesso come “passatempo” e mi sento meglio.


Alessandro Romeo

Nasce a Venezia il 26 Luglio 1985. Si è laureato con una tesi su Caproni, e per quattro mesi ha fatto la guida turistica. Dal settembre 2008 vive a Torino. Dal 2010 al 2012 cura assieme ad Alessandro Milanese la collana Jukebooks di Quintadicopertina. È uno degli autori pubblicati nell’antologia Clandestina (Effequ, 2010). Alcuni suoi articoli sono stati pubblicati su Studio, minima&moralia e IL. È uno dei fondatori di inutile.