Non mi sposti da qui

fabri.fibra10202

Se vi piace Fabri Fibra vi sarete quasi sicuramente trovati a dovervi giustificare per i suoi testi. Se non vi è ancora capitato, state tranquilli, capiterà.
Fibra fa rap da metà degli anni Novanta, prima insieme ad alcuni collettivi, poi in solitaria pubblicando nel 2002 e nel 2004 due dischi fenomenali, Turbe Giovanili e Mr. Simpatia, e pubblicandone altri quattro per la Universal – l’ultimo, Guerra e pace, è uscito a Febbraio – più vari ep fatti circolare tra un disco ufficiale e l’altro. Da un punto di vista storico è tuttora il nome di punta di una generazione che ha saputo trasformare un genere fortemente underground in un fenomeno di massa.

Jovanotti-For-President-cover

In Italia

L’hip hop, inteso come cultura composta da rap, writing, djing e breackdance, è nato in America e c’è rimasto. Nel resto del mondo gli elementi della cultura hip hop sono arrivati per importazione durante gli anni Ottanta e Novanta, slegati l’uno dall’altro, e hanno vissuto di vita propria adattandosi più o meno goffamente alla cultura del paese che li adottava.
In Italia il rap è arrivato con Jovanotti, che ne ha succhiato ritmi e movenze per piegarli al racconto pop dei tipici sabato sera di un ventenne degli anni Ottanta, finendo subito ai primi posti della classifica in quanto nuovo e divertente; i graffiti sono arrivati sugli zaini Invicta e sulle copertine della Smemoranda, prima di raggiungere i muri; la breakdance, almeno in provincia, non è arrivata fino al 2000, quando in una cittadina come Mestre, dove sono cresciuto, alcuni ragazzi hanno cominciato ad occupare permanentemente il portico liscio del Monte dei Paschi, beccandosi purtroppo gli insulti di chi trovava lo spettacolo poco decoroso.
Innestare una cultura dalle radici che affondano fino all’epoca dello schiavismo in una cultura che affonda le radici in tutt’altro terreno vuol dire prepararsi ad affrontare un problema di credibilità. Il rap in Italia non può essere l’emanazione di una cultura: può essere solo un genere, dotato di un immaginario da rispettare.
Prima che Fibra attirasse l’attenzione con il suo fumogeno linguistico pieno di troie, pasticche e cazzi succhiati il problema fondamentale per un rapper italiano era dover giustificare la propria infanzia felice a fronte di testi che raccontavano storie cupe e violente che evidentemente non aveva vissuto, e che invece venivano raccontare con l’espressione impassibile di chi quelle cose le aveva vissute davvero. Una posa, che per alcuni era patetica e per altri era semplicemente parte del gioco e andava accettata come tale.

“Devi credermi quando ti dico che non devi credermi”

Dopo il contratto con la Universal i testi di Fibra non si sono addolciti, ma hanno cominciato a parlare di Fibra stesso. Fabri Fibra viene raccontato come personaggio di fantasia (Bugiardo), creato perché non si può fare altrimenti. Nelle interviste questo concetto è ripetuto di continuo. Fibra non esiste. Una doppia vita, quindi? Non esattamente. Fosse così, non sarebbe nulla di così originale. Ci sarebbe Fabrizio Tarducci appassionato di rap che si inventa Fabri Fibra per poter fare rap ad alto livello. E ci sarebbe Fabri Fibra che smaschera questo meccanismo per mostrarci quanto ridicolo sia il mondo dello spettacolo. È un giochino che fanno tutti i vip, spesso dalle colonne di “Chi”, quando si fanno fotografare abbracciati ai figli sul divano di casa e parlano di quanto sia difficile e ipocrita la vita nel mondo dello spettacolo. Lo sappiamo già tutti quanto sia ipocrita, ma sta di fatto che il divano su cui sono seduti è sempre, comunque, più bello del nostro.
Fosse solo questo i suoi testi parlerebbero da un punto di vista esterno, criticando il criticabile ma senza mischiarsi. Se fosse così però non sarebbe Fibra ma Frankie Hi Nrg, probabilmente con meno eleganza, cultura e spessore. La cosa interessante è che il linguaggio adottato non è quello di chi guarda dall’esterno, ma quello di chi si è buttato nella mischia con un registratore in tasca. Per quanto sia stucchevole affermarlo, è una forma di sacrificio culturale (piuttosto autolesionistico, ma spero di sbagliarmi). Quello che ne esce è un Fabri Fibra a sua volta sdoppiato tra la necessità di criticare un mondo di cui fa parte e la necessità di farne parte per poterlo criticare.
I livelli di cui si compone la gran parte dei testi quindi sono tre. A questo va aggiunto che la scrittura dei testi nell’hip hop lavora di velocità e di pezzi di roba accatastata per creare un’atmosfera. Non può essere didascalica. Conta sulla tua intelligenza e la tua elasticità mentale nel saper cogliere lo spostamento del punto di vista.

tumblr_moqi6a6PgF1ryaii2o1_1280

Primo maggio

È comprensibile che Fibra non piaccia o risulti insostenibile. Qualunque tipo di musica può non dire assolutamente nulla e dare fastidio. Quello che non capisco è come si possa essere guidati in questo giudizio non tanto dalla musica quanto dal (presunto) messaggio dei testi.
Fibra non pone solo un problema di identità, ma anche di caratterizzazione. L’hip hop per sua natura ce l’ha sempre con qualcuno: la denuncia fa parte del suo dna. Il fatto è che abbiamo più dimestichezza con le denunce a indice puntato, che con gli elementi di cui si nutre la materia denunciata. La denuncia, l’indignazione, o anche la più banale incazzatura qui da noi sembra cercare dei portavoce, piuttosto che dei narratori.
Gli organizzatori del concerto del Primo Maggio di quest’anno hanno considerato la presenza di Fibra “inopportuna”.

Il messaggio

C’è un messaggio? Sì, anche se non nelle canzoni. Come dice spesso Fibra: “il rap non giudica, descrive”. Il messaggio è lanciato di persona, durante i concerti e le interviste. Parla Fibra o Tarducci? Direi un po’ tutti e due, ma forse non è importante. L’importante è il messaggio, che per farla breve è “ragazzi, diventate autonomi il prima possibile”. È un buon messaggio, perché è pratico, circoscritto e contestualizzato: contiene in sé tutto quello che deve sapere un ventenne che si trova a dover costruire qualcosa per sé nella situazione economica e sociale che stiamo vivendo.
Un giorno un ragazzo, sposato, chiede a Fibra come ha fatto a diventare Fabri Fibra. La risposta è stata: “Non mi sono sposato.”
Il fatto che Fibra abbia un messaggio da lasciare non c’entra nulla con i suoi dischi. Ne lancia anche altri, non altrettanto intelligenti o utili (“votare non serve a niente”), ma sono affari suoi. Il messaggio che decide lanciare non aggiunge o toglie niente al merito di quello che sta facendo con la sua musica. La cosa che lo differenzia da tanti altri (e in mezzo ci metterei anche scrittori e registi e altri musicisti) è che i suoi dischi mostrano qualcosa senza contenere nessun messaggio. Questo, in Italia, è abbastanza raro.

590x706_Quality97_590x706_Quality97_ob_290513_01

Controcultura

A voler essere mainstream ci vuole capacità e occhio. Bisogna sapersi confrontare col gusto medio, che è una cosa che si può percepire ma non descrivere con precisione. Bisogna imparare a sentirlo, introiettando la sensibilità della parte peggiore della cultura contemporanea, quello più banale e respingente per chi non ne fa parte. Per essere pop – e Fibra, in questo momento, è uno dei pochi esempi di vera popular culture (all’inglese) che abbiamo in Italia, insieme a Saviano – bisogna superare questo rifiuto e avere la forza di rielaborarlo. Bisogna saper fare i conti con Sara Tommasi, con il lunedì che è il giorno peggiore della settimana e il venerdì che è una vera boccata d’ossigeno, con i costi del dentista e dell’idraulico, con Sanremo, Corona, Totti e Fabio Volo, capendo che se poi nella vita privata siamo dei freelance che passano due mesi all’anno a Helsinki postando foto minimaliste su tumblr è perché siamo una minoranza privilegiata non perché quello da cui siamo scappati non esiste più (sia chiaro: vi e mi auguro di farne parte, di questa minoranza, il prima possibile).
Come scrive i suoi pezzi Fibra? Lo racconta nella puntata del Testimone che Pif gli ha dedicato. Gli arriva la base fatta dal produttore e procede isolando gli elementi fondamentali attorno a cui comincia a cucire le rime e i giochi di parole. Ma la prima fase è isolare i concetti fondamentali. Per farlo calpesta il terreno del qualunquismo, della banalità, ma non ci resta invischiato. Concetti brevi che siano comprensibili da tutti e che attirino l’attenzione, concetti come “in Italia”, “tranne te”, “una botta”, “di fretta”, “politici italiani che / perepé-quaqua quaqua-perepé”.

La solitudine dei numeri uno

“Fabri Fibra non passa mai di moda, come la figa.” Un aspetto curioso dei testi di Fibra è il continuo giocare con la propria fortuna. Abituati fin da piccoli a fingere che il compito di matematica sia andato male per paura che possa portare sfortuna dire che ci sembra sia andato bene, spiattellare che ti è andata bene e che sarà così per sempre fa un certo effetto. Non andrà bene per sempre, è chiaro. Il rap qui da noi è un genere costruito su un modo di porsi e di presentarsi che stona con le rughe e i capelli bianchi.
Messa così viene da pensare che, passata la sbornia, il destino di Fibra sarà a un certo punto fare un passo indietro. Sarà interessante vedere come. E vedere soprattutto se dopo vent’anni di rap italiano, anche per il singolo rapper sarà naturale una seconda vita artistica all’interno del rap.
Un modo di fare rap tutto italiano ormai esiste, almeno nei testi e negli argomenti. Resta un genere, ma un genere con una tradizione. C’è una ricerca di strade nuove sia da parte di Fibra sia di altri (mi vengono in mente Dargen D’amico e Uochi Toki, ma chissà quanti ce ne sono). La qualità del lavoro di Fibra sta nel garantire sempre un livello di tensione, di ritmo e di coinvolgimento alto, ma soprattutto sta nel portare avanti un discorso tanto musicale quanto culturale.
E poi sta nel suo rapporto con l’hip hop, che è la cosa più importante: in svariate occasioni ha dato prova di pensare alla scrittura hip hop in una maniera molto allargata e sperimentale, che sconfina verso altri territori musicali. È un opinione personale, per cui lascio parlare i pezzi, così potete farvi un’idea.
Un pezzo da Mr. Simpatia, che si intitola Solo una botta:

E l’ep Casus Belli, che ha anticipato l’uscita di Guerra e pace, e che trovate per intero su Youtube:

Quello della foto di piazza Tienanmen

oGJeKfb

Per tutti rimarrà “quello della fotografia di piazza Tienanmen”: ma come per tutti, la vita di Jeff Widener comprende tantissime altre cose, prima e dopo quel momento: in quest’intervista a Petapixel ne racconta un paio (per esempio, sta lavorando a un librone di foto dei suoi viaggi). Un’intervista da leggere qui.

PP: One of your most famous photos is “Tank Man.” What’s the story behind this iconic image? Did you think it’d be the widely-circulated and famous image it has become?
JW: Basically it’s a lucky shot from being in the wrong place at the right time. I had been knocked silly the night before from a stray protestor brick that hit me in the face — the Nikon F3 Titanium camera absorbed the blow sparring my life. I was also suffering from a bad case of the flu during the whole Tiananmen story so I was pretty messed up.
(…)
After sneaking into the Beijing Hotel with the help of an American college student named Kirk Martsen, I managed to get one fairly sharp frame of Tank Man from the 5th floor balcony of the Beijing Hotel with an 800mm focal length lens. I had run out of film and Martsen managed to find a single roll of 100 ASA from a tourist.
The problem was it was 100 speed and I usually used 800. This meant that when I was eyeballing the light, I was three stops too low on the Nikon FE2 auto shutter speed. It was a miracle that the picture came out at all. It wasn’t tack sharp but good enough to front almost every newspaper in the world the next day.

È morto Gagarin

YURI GAGARIN HEADLINE

Titolavano i giornali del 28 marzo 1968. Il giorno prima infatti, il primo-uomo-nello-spazio rimase vittima di un incidente aereo. Dopo 45 anni, sembra essersi diradata la cappa di fumo intorno alle circostanze dell’ultimo volo: un jet supersonico gli tagliò la strada. Esatto, non ricorderete più il 18 giugno 2013 come la data d’uscita di Yeezus, il disco di Kanye West.

The mysteries surrounding the death of Yuri Gagarin — the first human to ever travel into outer space — may finally have been solved thanks to fellow Russian cosmonaut Alexey Leonov. Gagarin’s death in 1968 was the result of a plane crash, but just how he came to crash has been subject to conspiracies and speculation for decades. Previous theories have suggested that while piloting a test flight Gagarin made a poor maneuver or blacked out. But according to Russia Today, Leonov was there that day, and he’s finally spoken out to say that he believes a supersonic jet knocked Gagarin’s plane into a tailspin that he couldn’t recover from.

La paura più antica è quella dell’Ignoto

Ricordo esattamente la prima volta in cui ho avuto paura. Paura vera, di qualcosa che non esiste. Era estate, i miei genitori erano fuori e io ero a casa con mia sorella e il suo ragazzo. Avevo 10 anni, mia sorella ne aveva 8 in più e il piano per la serata era lasciarmi guardare qualcosa in televisione mentre lei e il suo ragazzo se ne stavano tranquilli senza di me in camera loro. Quella sera, su Italia 1, davano Aliens, o come molti hanno imparato a conoscerlo, Alien 2. Non potevo certo rinunciare a guardare qualcosa che non avrei potuto e per essere sicuro che mia sorella non venisse a interrompere la mia visione me ne stavo con la luce spenta. Ricordo mia sorella passare davanti al salotto per andare a prendere da bere in cucina e chiedermi se andava tutto bene mentre i facehugger correvano sul pavimento del laboratorio medico della nave e ricordo di non essere riuscito a rispondere se non facendo cenno con la testa, senza staccare gli occhi dallo schermo per paura che un facehugger scappasse dalla nave e si nascondesse sotto il divano di casa.
Non ho dormito più di 30 minuti consecutivi per una settimana, ma quella sera mi sono spaventato così tanto che nessun film horror mi ha più spaventato da allora. Nemmeno il fottuto Pennywise di It mi ha causato il minimo sconquasso. Approfondisci

I font e la dislessia

Monotype-Corsiva

La British Dyslexia Association, da sempre, raccomanda l’utilizzo di font semplici e ben spaziati in caso di alunni affetti da dislessia. Arial è uno dei nomi, ma anche il tanto temuto Comic Sans (non a caso, il suo utilizzo in caso di difficoltà di lettura è una delle poche armi a favore del carattere di Connare).

Ma uno studio condotto su 275 studenti tra i 13 e i 16 anni del Clifton College di Bristol e pubblicato sul Journal of Educational Research, avrebbe dimostrato il contrario: i caratteri più difficili da leggere darebbero maggiori risultati con alunni affetti da dislessia.

In particolare, agli studenti di fisica e biologia è stata fatta leggere una slide con alcune informazioni su un corpo celeste. Per metà di loro la slide era scritta in Arial, per l’altra metà nel terribile Monotype Corsiva – che vedete nell’immagine in testa all’articolo. Ebbene, a fine lezione (senza sapere che sarebbero stati interrogati su quella specifica slide), gli alunni dislessici che avevano letto in Monotype Corsiva hanno ricordato il 19% in più delle informazioni rispetto a quelli che avevano letto la slide in Arial.

La motivazione, secondo la ricerca, starebbe nel fatto che “leggere informazioni con un carattere meno leggibile innesca processi cognitivi più profondi, che aiutano lo studente nel ricordare ciò che ha letto con più facilità”. Gli studi futuri, sempre secondo i ricercatori, serviranno a stabilire quanto queste informazioni saranno radicate anche dopo lungo tempo e, soprattutto, da che punto in poi un font difficile da leggere diventa davvero illeggibile.

Chi ha fatto cosa

NYMagazine

Succedono delle cose molto fighe in internet, ultimamente: dopo lo splendido progetto Snow Fall pubblicato dal New York Times alla fine dello scorso anno, il New York Magazine l’altro giorno ha lanciato uno speciale dedicato alle invenzioni e alle innovazioni. Se vi siete sempre chiesti quando è stato introdotto il bancomat, o quando qualcuno se n’è venuto fuori con l’idea della centrifuga per l’insalata, o ancora: quando sono stati introdotti i camici bianchi nei laboratori: questa pagina della rivista fa per voi.

Un modello femminile diverso dalle principesse Disney

Jaime Moore fa la fotografa e cercava una maniera per festeggiare il quinto compleanno della figlia Emma. Si accorse che tante bambine venivano vestite da principessa Disney (ognuno scelga la sua) e fotografate con quel costume addosso: pensò che sarebbe stato molto più bello se avesse vestito la figlia come una qualche donna realmente esistita: una donna che potesse essere un modello e un riferimento per la figlia. L’ha vestita allora come Susan B. Anthony, o Coco Chanel.

Qui sotto potete vedere Emma come Amelia Earhart: per le altre foto potete andare qui.

not-just-a-girl-jaime-moore-1

Che fine ha fatto Terence Trent D’Arby?

Chissà in quanti sapevano che abita a Milano, e che ha cambiato nome in Sananda Maitreya. Sul New Yorker è stato pubblicato un bel pezzo di Ben Greeman, un riassunto della vita del musicista americano: dall’esordio nel 1987 al cambio radicale dei primi anni 2000 – il trasferimento in Italia, il matrimonio, la composizione di nuovi dischi e la nascita dei figli).

Per chi se lo ricorda citato nelle Bizzarre avventure di JoJo, o per chi è semplicemente fan della sua musica, è un articolo da leggere.

The day Introducing the Hardline According to Terence Trent D’Arby came out, in the fall of 1987, I bought it, on cassette, in a state of fevered anticipation. I had been reading about D’Arby all summer: the record, released in England that July, had become an instant sensation, topping the charts and earning comparisons to everyone from Prince to Michael Jackson to Sam Cooke.