Intervista a Silvia Pareschi

by redazione

{di Nicolò Porcelluzzi}

{come già successo con le altre interviste particolarmente lunghe, di seguito trovate alcune delle domande che abbiamo fatto a Silvia: per leggere l’intervista completa, potete scaricarla in formato digitale – epub, mobi, pdf – qui}

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Cari lettori di inutile, vi presento la traduttrice di Franzen.

Ecco, immagino che pochi modi di iniziare un’intervista ti potrebbero infastidire di più. Il fatto è che hai tradotto così tanta roba (Smith, Means, Diaz, Englander, Hempel) che non saprei proprio da dove iniziare. Facciamo che alla traduzione ci arriviamo tra qualche domanda (e prometto che su Franzen non ti chiederò più di un paio di cose). Quindi: quali sono i tuoi interessi, oltre alla traduzione/letteratura? Come passi il tempo?

Nel tempo che non passo traducendo, che è davvero pochissimo, mi piace soprattutto andare al cinema, andare a concerti (musica di tutti i tipi, da classica a jazz a rock) e cenare con gli amici. E poi mi piace molto passeggiare. Niente di atletico, intendiamoci, io odio la fatica fisica. Odio lo sport. Mi piace proprio passeggiare, guardarmi in giro, possibilmente perdermi e scoprire qualcosa di nuovo anche solo dietro l’angolo. Mi piace, quando posso, camminare per ore senza mai fermarmi, fino a ritrovarmi esausta all’altro capo della città. Mi piace molto anche andare alle terme e galleggiare per ore nell’acqua calda.

Un momento, metto un po’ di pepe per attirare l’attenzione di una buona parte dei lettori: SILVIA HA TRADOTTO L’ULTIMO LIBRO DI ZADIE SMITH CHE DEVE ANCORA USCIRE. Scusa. Per quando è prevista la pubblicazione di NW in Italia? Ti è piaciuto, rispetto agli altri? Te lo chiedo perché ho letto recensioni tiepide, e le aspettative sono parecchio alte anche qui.

Mi dispiace di eludere la tua prima domanda letteraria, però in genere non conosco le date di pubblicazione: io consegno il libro tradotto e al resto ci pensa la casa editrice. E poi non mi pronuncio mai sui libri che traduco, soprattutto su quelli che non sono ancora usciti.

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Certo, hai tutte le ragioni del mondo, almeno posso dire di averci provato. Rimando ulteriormente il momento puramente letterario, buttandomi sul tecnico – più che altro, sulla curiosità scema. Tradurre: come funziona, tutto il processo? Nel senso: una mattina apri il pc, c’è una mail in cui ti viene proposto il libro, rispondi di sì, ti mandano dei file (?), e cominci a lavorare? Quante pagine traduci al giorno?

Funziona proprio così, più o meno. Una mattina apro il pc, c’è una mail in cui mi viene proposto un libro, io voglio rispondere di sì e qui cominciano i problemi, perché di solito ho già una serie di libri programmati per i mesi successivi e il nuovo libro che mi viene proposto non si incastra per niente nel mio calendario, quindi mi tocca fare i salti mortali, rimandare per l’ennesima volta le ferie (ecco perché poi mi tocca fare le passeggiate) e lavorare tutti i giorni della settimana. Poi arriva il file (un pdf se il libro non è ancora uscito, e in questo caso si spera sempre che nella versione definitiva non ci saranno troppi cambiamenti, altrimenti inserire tutte le modifiche diventa un lavoro in più) o il libro, e comincio a lavorare. Alla classica domanda “leggi tutto il libro prima di cominciare a tradurlo” rispondo sempre che dipende dal libro e dalla sua difficoltà, però in genere no. Le riletture e le revisioni successive alla prima stesura rappresentano la fase in cui il libro viene “lavorato” come un corpo unico e organico, mentre – almeno per come lavoro io – la prima stesura si concentra esclusivamente sulle singole parole e frasi, sul loro significato preciso, sul loro suono. Il numero di pagine che traduco al giorno varia molto, però in genere sono una traduttrice lenta, non riesco mai a tradurre più di 5, al massimo 6 pagine al giorno.

le-correzioni10 anni fa (circa), avresti mai pensato di trovarti a San Francisco, a tradurre, eccetera? Mi spiego meglio, ora si parla di Franzen: Le correzioni ha affermato il talento di chi l’ha scritto, ha stregato chi l’ha letto… Sto esagerando se dico che ti ha cambiato letteralmente la vita? Non voglio sembrare creepy, ma dev’essere un libro con un significato enorme per te.

Non stai affatto esagerando. Le correzioni, oltre a essere il romanzo che ha legato il mio nome a quello di un autore importante come Jonathan Franzen, mi ha anche aperto le porte di alcune residenze per artisti americane, che da allora ho cominciato a frequentare ogni volta che posso perché mi permettono di conoscere persone molto interessanti, artisti di tutte le discipline. È stato proprio in una di queste residenze che ho conosciuto lo scrittore e artista Jonathon Keats, che poi ho anche sposato. Perciò, se vogliamo risalire all’indietro nella catena di cause ed effetti, possiamo dire che anche il mio matrimonio e la mia vita a San Francisco sono una conseguenza delle Correzioni.

Ok cambio leggermente argomento: domanda scema basata su un pregiudizio (quello per cui ti vedo continuamente occupata a tradurre un libro americano x). Riesci ancora ad avere un distacco dalla cultura americana, o ti capita di trovarti ad arrostire marshmallow sulla spiaggia senza ricordarti come ci sei arrivata?

Che orrore, i marshmallow! E anche il burro di arachidi non mi piace granché. Cibo a parte, comunque, mantenere un certo grado di distacco dalla cultura – e anche dalla lingua – americana è fondamentale per il mio lavoro. Il mio compito è fare da tramite, da ponte fra due lingue e due culture, e posso svolgerlo bene solo mantenendo una fondamentale alterità rispetto alla cultura di partenza. Devo conoscerla a fondo, certo, ma solo rimanendo “altro” rispetto a essa posso riuscire davvero a interpretarla e a tradurla nella mia lingua. Il mestiere di tradurre è fatto di delicati equilibri, tra cui anche questo. Anche quando sono all’estero devo continuare a pensare in italiano, perché la mia lingua è il mio strumento di lavoro e io devo mantenerlo sempre perfettamente accordato. Ed è per questo, oltre che per altri motivi, che faccio la pendolare tra l’Italia e gli Stati Uniti.

E qui si arriva al punto in cui ti chiedo cosa leggi di roba italiana contemporanea, oltre a inutile, ovviamente.

Sono abbastanza disordinata nelle mie letture, che principalmente ruotano intorno a quello che sto traducendo in quel momento e creano una specie di costellazione di opere in qualche modo collegate fra loro. Quanto agli italiani, cerco sempre di ricavarmi uno spazio per rileggere i classici mentre mi affanno per tenermi aggiornata sulle novità. Ultimamente mi sono piaciuti <a href="Addio a Roma“>Addio a Roma di Sandra Petrignani e Mancarsi di Diego De Silva. Il prossimo della lista è In questa luce di Daniele Del Giudice, che m’incuriosisce perché contiene anche un saggio sulla traduzione.


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