Fruhlla, trita e sminuzza con Fruhling design!

Noi di inutile non dormiamo mai. Leggiamo, scriviamo, vaghiamo per gli sperduti campi del Tennessee dell’internet alla ricerca di novità che vi facciano spalancare gli occhi come bambini, roteare in preda al delirio, danzare ebbri nei prati. E poi, si sa, quando c’è una donna in redazione non se ne esce vivi. Ecco perché oggi vi racconto di Fruhling Design.
Cos’è o chi è Fruhling Design? Si chiama Simona Spinola, vive a Madrid e adora la moda vintage e, non solo! trasforma capi che non pensereste di indossare nemmeno sotto tortura in creazioni che tutte vi invidieranno.
Fruhling Design è un blog che nasce in seguito alla constatazione dell’esplosività dell’armadio della giovinetta. Racconta Simona: «Causa insonnia, mi ritrovavo negli stand più sgarrupati del Rastro- il mercatino second hand domenicale di Madrid- a sgomitare con vecchie baffute. L’obiettivo? Accaparrarmi abiti abbandonati dalle senoras over 70». Niente pizzi, camiciole di seta o gonne a pieghe: qui si parla di abiti informi che, una volta passati dalle mani di Simona, con l’aiuto della sua fidata Singer, mutano in mise originali.


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#Dastathon

Chi ha confidenza con il personaggio e l’autore e il blog, capisce che Nori diventa una presenza “fissa” tutti i giorni, nella mente, perché se senti un bimbo dire cose magiche e divertenti pensi alla Battaglia, se senti nominare Tolstoj pensi a Chadzi Murat, se vedi un prosciutto pensi che a Parma sono tutti un po’ matti.

E allora niente, dastathon.

NP

Elvis 1970, Rover 2013

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{di Alessandro Romeo}

C’è un momento in cui Elvis è apparso grande a tutti. È successo nei primi mesi del 1970, quando il suo modo di stare sul palco cominciava già ad apparire anacronistico, all’Intenational Hotel di Las Vegas, la città che un decennio prima aveva guardato con sospetto alle sue movenze sopra le righe e che ora – troppo tardi – lo accoglieva a braccia aperte. Tra le canzoni in scaletta c’era il classico Souspicious mind, che per l’occasione Elvis interpreta così (guardatelo tutto, a schermo intero):

Il motivo per cui non riesco a prendere sul serio Elvis, nemmeno nelle sue manifestazioni più intense come quella qui sopra, è semplice: mi sembra che ogni suo singolo gesto sia fatto per convincerci di qualcosa. Approfondisci

Il cuore che non si ferma mai

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{di Matteo Scandolin}

Finché trovi i video della gente che sputa i limoni (sì, ho riso molto) puoi rubricare il tutto a vabbè, è internet. Poi trovi queste storie e inizi a pensare che siamo gente pazza, gente che pensava di mettere del plutonio dentro altra gente e non è solo l’internet. (Non è mai solo internet.)

Negli anni ’60 ci un tentativo per costruire un cuore artificiale alimentato a plutonio-238: se dobbiamo costruire qualcosa che batta tendenzialmente per sempre come un cuore vero, han pensato, perché non utilizzare un isotopo del plutonio con tempo di dimezzamento pari grossomodo a una vita umana? Era un’epoca in cui i prototipi per un cuore sostitutivo avevano batterie che dovevano essere caricate più volte al giorno e il macchinario stesso doveva essere sostituito dopo un paio d’anni di utilizzo.

pacema3L’applicazione pratica di questi congegni non prese piede, anche se nel 2003 c’erano ancora tra i 50 e i 100 pazienti ancora in vita con un pacemaker alimentato a plutonio, negli Stati Uniti.

Salta all’occhio, in tutta questa storia, l’atteggiamento con il quale si andò a combattere questa battaglia:

As one William Mott, who became the project coordinator the Atomic Energy Commission’s atomic heart program put it, “We were always on the alert for new problems to match with our solutions.”

Che non ho ancora capito se è un atteggiamento che mi piace oppure no.

Come fossimo nel 1995

{di Matteo Scandolin}

C’è una nuova mania su YouTube: creare delle false sigle di testa dei telefilm che piacciono oggi, immaginandoli come se fossero stati creati nel 1995. Piuttosto spassoso, per chi si ricorda quei telefilm e lo stile dell’epoca.

I titoli di testa 1995-style di Breaking Bad sono eccezionali:

Pare che il capostipite sia stata la siglia di The Walking Dead:

A me personalmente fanno impazzire i colori che sbavano e gli sfarfallii, per non parlare delle canzoni, particolarmente azzeccate. Son stati dei geni, quelli che hanno avuto quest’idea.

Il bimbo nella metro

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{di Matteo Scandolin}

Ogni tanto compaiono delle storie diverse e spettacolari. Questa storia, in particolare, andrebbe fatta leggere a tutte quelle persone che, per un motivo o per un altro, continuano a negare la possibilità alle coppie omosessuali di adottare dei figli. Ci sono dei posti in cui succede: e non vengono su bambini con problemi o assassinipsicopaticipedofili.

Questa storia è la storia di Peter Mercurio e del suo compagno, Danny, che hanno trovato un bambino abbandonato in una stazione della metropolitana intorno all’Ottava strada a New York: un bambino che ad occhio doveva avere circa un giorno di vita, di colore, abbandonato dietro ai tornelli. All’udienza per raccontare la storia, il giudice chiede a bruciapelo se Danny fosse interessato ad adottare il bambino: e lui risponde di sì.

La storia inizia e incomincia col matrimonio tra Peter e Danny, ed è la storia di un giudice con la mente aperta, due persone per bene, e un bambino fortunato.

Three months later, Danny appeared in family court to give an account of finding the baby. Suddenly, the judge asked, “Would you be interested in adopting this baby?” The question stunned everyone in the courtroom, everyone except for Danny, who answered, simply, “Yes.”

“But I know it’s not that easy,” he said.

“Well, it can be,” assured the judge before barking out orders to commence with making him and, by extension, me, parents-to-be.

{continua a leggere questa storia sul New York Times}

Le bambole ‘rinate’

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{di Matteo Scandolin}

Rebecca Martinez sta fotografando reborn dolls, “bambole rinate”, e chi le costruisce. Soprattutto, sta fotografando chi le colleziona, le vuole, se le fa fare.

Sono bambole che assomigliano in tutto e per tutto a dei neonati, e suscitano le emozioni più disparate in chi le vede (io appartengo alla categoria “la valle del turbamento“), ma possono anche finire oggetto di cure e affetti identici a quelli riservati per… be’, per neonati veri.

Le fotografie della Martinez non sono adatte a tutti, eh: fanno impressione perché sembrano davvero, davvero neonati veri. Avete presente quegli orrendi cuccioli di gatto o cane, palesemente fasulli, che si vedono nelle vetrine delle pasticcerie (quasi sempre sono vetrine di pasticcerie: raramente le ho viste da altre parti)? Ecco, quella roba lì non fa senso, non fa impressione: si vede che è finta e che non serve a nulla.

Ma queste bambole, è un’altra storia.

Rebecca Martinez dice:

Babies create strong emotions for the bearer, holder, and observer. I have discovered this holds true even when it is known the baby is not real.
I am photographing dolls that are created to look and feel like living babies. They are constructed and weighted to feel like infants, which includes a head that must be supported while in one’s arms. They are the most powerful objects I have ever worked with, I am struck by the strong and palpable emotional reactions they produce. They provoke the dominant biological instinct to nurture and the entire spectrum of human behavior.

In questo articolo su kottke.org trovate tutti i link per approfondire.

Intervista a Stefano Sgambati

youporn_is_watching_you__2125Le copertine dei libri con i capezzoli in bella vista. Tutti le guardiamo: giovani, vecchi, maschi, femmine, bambini, animali, gente delle riviste. Appartenendo io ad un paio delle specie elencate, non potevo di certo resistere a Fenomenologia di Youporn. E siccome sono generosa, ho intervistato l’autore, Stefano Sgambati, solo per voi.

Non posso che cominciare chiedendoti qual è la tua categoria di You Porn preferita.
Sono una persona banale, non ho nessun estremo di originalità: non ho mai dato un pugno a nessuno in vita mia, nemmeno una spinta (anzi, una spinta sì, dentro a una discoteca, ma se la meritava e comunque era proprio una spintarella già frignona in partenza, senza pretese, più estetica che concreta), non sono mai scappato di casa, non ho mai saltato un giorno di scuola senza permesso di mia madre; l’unica cosa veramente estrema e coraggiosa che abbia mai fatto è stato viaggiare su un volo Havana-Roma con la diarrea (ora che ci penso in quinto Ginnasio presi ½ a una versione di greco. “Mezzo”, non so se mi spiego: il bello è che mi alzò la media). Banale, sono, banalissimo: sono uno di quelli che ha sempre votato alle elezioni per il partito che poi ha perso, ho vinto un solo scudetto in vita mia, da tifoso di calcio, e credo anche che sarà l’ultimo, non ho mai fatto una scelta davvero vincente, esemplare, anticonvenzionale, temeraria. Per questo la mia categoria preferita di Youporn non poteva che essere quella con le lesbiche. Approfondisci

La lettura: ma non quella di oggi

la-lettura-1944Riccardo Mori ritrova tra le carte del nonno una copia della Lettura: del 1944.

Searching among my papers and folders, I found a box full of printed materials from the 1930s and 1940s that belonged to my grandfather (and, gem among the gems, a couple of pages from a 1915 newspaper). One of the best preserved items is the February 1944 issue of La Lettura, an illustrated magazine published by the Corriere Della Sera from 1901 until 1952.

{continua a leggere sul blog di Riccardo Mori}