Sedotti dalla nota ‘perfetta’

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Su The Verge è uscito un bell’articolo di Lessley Anderson riguardo l’Auto-Tune, quel particolare software che ci fa cantare tutti in maniera perfetta: a patto di non abusarne. Ve ne riportiamo alcuni paragrafi, il resto a questa pagina.
(Qui c’è chi sta dalla parte di Neko Case, che non lo usa, ma insomma: ognuno è libero, eh.)

Seduced by ‘perfect’ pitch: how Auto-Tune conquered pop music
by Lessley Anderson

(…) On one end of the spectrum are people who dial up Auto-Tune to the max, a la Cher / T-Pain. On the other end are people who use it occasionally and sparingly. You can use Auto-Tune not only to pitch correct vocals, but other instruments too, and light users will tweak a note here and there if a guitar is, say, rubbing up against a vocal in a weird way.

“I’ll massage a note every once in a while, and often I won’t even tell the artist,” says Eric Drew Feldman, a San Francisco-based musician and producer who’s worked with The Polyphonic Spree and Frank Black.

But between those two extremes, you have the synthetic middle, where Auto-Tune is used to correct nearly every note, as one integral brick in a thick wall of digitally processed sound. From Justin Bieber to One Direction, from The Weeknd to Chris Brown, most pop music produced today has a slick, synth-y tone that’s partly a result of pitch correction.

However, good luck getting anybody to cop to it. Big producers like Max Martin and Dr. Luke, responsible for mega hits from artists like Ke$ha, Pink, and Kelly Clarkson, either turned me down or didn’t respond to interview requests. And you can’t really blame them.

“Do you want to talk about that effect you probably use that people equate with your client being talentless?”

Um, no thanks. (…)

{continua a leggere l’articolo}

Lena Dunham: My personal Jesus

LenaDunhamCredo che Giovanni Battista si sia sentito così, quando finalmente è arrivato Gesù ed era grande abbastanza per iniziare a fare il suo dovere di messia. Va bene che alla fine Giovanni è stato decapitato, ma tralasciando questo piccolo particolare, si dev’essere sentito sollevato. Sapeva che non avrebbe potuto tirarsi indietro prima, perché c’era un vuoto che andava colmato, ma quando è arrivato lui, l’Altissimo, è stato felice di cedere il testimone a chi aveva davvero la possibilità di cambiare le cose. Io mi sono sentita così (che modestia) quando ho scoperto l’esistenza di Lena Dunham. Approfondisci

SEBASTIAN

{di Nicolò Porcelluzzi}

{In questi giorni gira una pubblicità della Citroen DS3 che mi fa venire in mente una cosa che ho scritto, cioè la recensione di un disco che si chiama Total, realizzato da un dj e produttore serbo-francese che si chiama SebastiAn. La recensione è uscita nel numero 47 di inutile (ottobre 2011), e la trovate dopo il salto.  Continuo ad avere un bel rapporto con SebastiAn (strettamente unilaterale), condito da vari aneddoti gustosi: per esempio, due giorni dopo l’invio del pezzo a Leo –  il nostro grafico – l’ho incrociato in un posto a Parigi (SebastiAn dovrebbe pensare seriamente al jogging). È un artista che non smetterà mai di interessarmi, perché presenta delle incongruenze uniche, perché è una persona inquietante ma piace ai tamarri e alle sbarbine (non sono pochi i Tumblr monotematici  al riguardo), perché è figo, perché mi ricorda che devo scrivere qualcosa sul perché ci fanno impazzire delle canzoni soltanto perché dopo 2 minuti e 20 hanno un’onda che fa bip al momento giusto. La canzone dello spot (anzi, la canzone della reclam) si chiama Tetra ed è stata scritta insieme alla metà capellona dei Justice: vi do questa informazione perché è l’unica utile di tutto il post, il resto è solo amore.}

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«La misura del danno», di Andrea Pomella

{di Tamara Viola}

la-misura-del-danno-copertinaIn queste lunghe giornate di disoccupazione romana, mi ritrovo con poche cose da fare.
Dopo aver mandato quindici lavatrici a mezzo carico per avere qualcosa da stendere, stirato lo stirabile, aver rifatto il letto quattro volte e aver spolverato tutti i mobili esistenti in questa casa, mi restano solo due opzioni: fumarmi tutte le sigarette disponibili o leggere.
Ho scelto la seconda intervallata con la prima. Vabbé, ma cosa hai letto, direte voi, un manuale di economia domestica? No, ho letto La misura del danno di Andrea Pomella. Approfondisci

Beach Fossils: Clash the Truth

{di Alessandro Milanese}

anni'70Cosa mancava a Brooklyn per essere definitivamente il posto più cool di questo decennio?
Due cose, forse.
Una squadra di basket con una stilosissima divisa total black tanto anni ’70, ed il gruppo Indie più chiacchierato del momento.
Se per i Nets bisogna ringraziare un magnate russo dal cognome improponibile e l’indigeno Jay-Z, per la nuova sensazione musicale invece il merito va ai Beach Fossils, quartetto di sbarbati che con Clash the Truth raggiungono il traguardo del secondo disco.
Facciamo un esempio, giusto per chiarire le idee. Approfondisci

Ombretta Frau, miss gennaio 2013

{di Sara Pavan}

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Lo so che qui su inutile dovrei parlare di arte o di stramberie, certo non di letteratura, ma visto che è gennaio, e, con la scusa dei calendari, sui siti di gossip è tutto un gran discutere di fighe, ho pensato di dover dare il mio contributo alla causa parlandovi di una delle donne più belle, più affascinanti e più intelligenti che si possano trovare nell’ambito internazionale degli studiosi di letteratura italiana: Ombretta Frau. Approfondisci

Vita di &

{di Stefano Torregrossa}

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Tipograficamente parlando, trovo il simbolo “&” estremamente gradevole: la combinazione di pesi e spessori e il suo avvolgersi su se stessa hanno un che di ipnotico. Alcuni set di caratteri, tra l’altro, hanno delle & davvero stupende: roba da farci un logo, per intenderci.

In italiano, il suo aspetto è strettamente legato all’attività commerciale: non a caso, uno dei nomi con cui è più conosciuta è proprio “e commerciale”. Gli anglofoni, al contrario, la amano e la usano per iscritto ben più di noi, anche al posto della e normale. Sarà che così facendo risparmiano tre caratteri – and – e ne scrivono solo uno. Credevo fossimo strani noi italiani nel linguaggio degli sms, quando usiamo orrori tipo xsona o xkè: ma gli inglesi esagerano, arrivando persino a scrivere pl& per significare planned, pianificato.

E dire che il simbolo & è in realtà un figlio tutto latino: fa parte dell’alfabeto addirittura dal I secolo avanti Cristo, tanto che i primi esempi sono stati rintracciati a Pompei e datati 70 a.C. Il significato, ovviamente, era “et”: dalla relativa evoluzione in corsivo italico deriva la forma grafica della & attuale, come contrazione appunto di e con t. Ancora oggi, in alcuni caratteri più che in altri è facile intravedere ancora la congiunzione grafica di e e t.

Il nome inglese, per quanto curioso, la dice ancora più lunga: ampersand. In altri tempi, la & aveva pieno diritto di cittadinanza nell’alfabeto anglosassone, ed era usualmente citata come ultima lettera. L’alfabeto inglese terminava dunque così: “X, Y, Z and per-se and”. Ovvero: X, Y, Z e il simbolo che di per sé rappresenta “e” (congiunzione). La contrazione di and-per-se-and, com’è ovvio, ha generato l’attuale nome ampersand.

A Dan Beckemeyer, illustratore dell’Illinois, il simbolo deve piacere proprio tanto: gli ha dedicato una serie di illustrazioni a tema “food” che potete trovare qui. 

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