Alt-J: An Awesome Wave. Veramente Awesome, cacchio!

Il “cacchio” censorio lì nel titolo, lo spiego subito. La mia metà femminile (è lei ad avermi introdotto agli ∆: non serve aggiungere altro) ed io non possiamo andare al concerto di stasera al Bronson, per colpa di due lavoretti sottopagati e senza nessuna prospettiva da rispettare a capo chino da bravi soldatini immersi nella CRISI. Uno sforzo alchemico: ho cercato di trasformare la mia invidia sanguinaria e feroce nei confronti di chi beato potrà godersi il concerto di stasera, ho cercato di trasformarla dicevo, in una recensione dorata (le recensioni come mi vengono: senza informazioni precise e sconclusionate). Approfondisci

Letteralmente

{di Sara Pavan}

La mia migliore amica ed io quando siamo in auto da sole e abbiamo davanti un lungo viaggio ci mettiamo sempre a cantare le hit del momento cambiando le parole e facendole diventare delle canzoni volgarissime. Lo so che è un divertimento cretino, che abbiamo più di trent’anni e che non è bello sentir dire certe cose da delle signorine. Approfondisci

Esordienti

{la redazione}

Due cose molte veloci.

La prima è che pochi giorni fa a Torino c’è stato Esor-dire, organizzato dalla scuola Holden. Per chi non lo conoscesse è un incontro annuale tra alcuni autori che non hanno ancora esordito,  alcuni editor delle maggiori case editrici e alcuni agenti letterari. Gli autori presentano un racconto inedito, gli editor e gli agenti fanno le loro considerazioni tecniche e commerciali ad alta voce. Approfondisci

Lorem ipsum over the lazy dog

{di Stefano Torregrossa}

Ci sono almeno due formule che chiunque abbia avuto a che fare con il graphic design, in un modo o nell’altro, ha usato almeno una volta nella vita: una è il celeberrimo “lorem ipsum”, usato internazionalmente come testo segnaposto in sostituzione di un testo vero ancora in preparazione. L’altra è la frase “The quick brown fox jumped over the lazy dog”, che riesce a contenere tutte le 26 lettere dell’alfabeto anglosassone e viene usata per visualizzare in un colpo solo la composizione e il segno grafico di uno specifico set di caratteri. Approfondisci

Infinite Jukebox

{di Nicolò Porcelluzzi}

Come quando si parla di vivere per sempre, essere immortali, e segue la solita discussione, un limitato numero di variabili del “sai che palle però”. Ecco, c’è un tipo che ha fatto bere la pozione a Gangnam Style (se devo spiegarti di che canzone si tratti, negli ultimi tre mesi hai vissuto sotto a un sasso, vecchio mio).

Poi ci ha preso gusto e ha teso verso l’INFINITO praticamente tutta la musica esistente: scegliti una canzone, sfoglia, uploada, e rovinatela per sempre. Per sempre. Approfondisci

«Storia dei capelli», di Alan Pauls

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Capelli.
Quanto possiamo capire di una persona guardandoli? Lunghi, corti, ricci, lisci, con le meches, lo shatush, rossi, verdi, azzurri, fucsia, fluenti, radi, a bonbon stile Marie Antoinette, con la coda di cavallo, lo chignon, a spazzola, oppure nulla, con tutto il cuoio capelluto che splende nelle giornate di sole.
Si dice sempre che quando la vita cambia le donne cambiano taglio di capelli.
E gli uomini, invece? Approfondisci

How I met your mother (and Friends)

“I love you.”
– Ted Mosby (e Ross Geller)
praticamente a ogni donna che incontra –

{di Giulio D’Antona}

Nella sitcom, più che in ogni altra produzione, ci sono degli schemi fissi. Nel corso degli anni alcune serie hanno rinunciato a questi schemi, altre li hanno apertamente affrontati, la maggior parte li ha abbracciati come un testo sacro. Una bibbia di battute e relazioni tra i personaggi, di situazioni che hanno funzionato in passato e di espedienti collaudati che non possono fallire.

Chi iniziasse a guardare How I met your mother oggi, non avrebbe difficoltà a ricostruire cosa è successo nel corso delle sette stagioni precedenti. E si annoierebbe a morte. Approfondisci