Frasier

by Giulio D'Antona

«Talk, I’m listening.»

– Frasier ai suoi ascoltatori

Spin-off. Un termine che mette i brividi. Due parole dalle quali può scaturire qualunque cosa, e generalmente niente di buono. Sono pochi, pochissimi, gli spin-off riusciti nella storia delle sitcom. Forse uno solo.

Il personaggio di Frasier Crane appare per la prima volta in televisione il 27 settembre 1984, è interpretato da Kelsey Grammer ed è destinato a diventare prima un personaggio fisso di Cheers, poi il protagonista della serie che porta il suo nome. Per trent’anni complessivi di trasmissione.

Frasier è uno psicoterapeuta di Boston, scapolo, innamorato di tutte le donne e sempre occupato a combattere il proprio super-io. Durante la sua permanenza al Cheers si innamorerà, scarsamente ricambiato, di Diane (Shelley Long) e sposerà Lilith (Bebe Neuwirth), madre di suo figlio Frederick. Dal loro divorzio nascerà nel 1993 una delle più longeve e premiate – detiene il record di trentasette Emmy vinti, di cui cinque consecutivi come miglior serie TV comica – sitcom degli anni novanta.

Nella vita del dottor Crane, finito per qualche motivo a fare l’analista radiofonico a Seattle dopo aver lasciato il bar di Ted Danson, entrano di prepotenza il padre Martin (John Mahoney), un burbero e zoppo poliziotto in pensione, il fratello Niles (quella meraviglia di David Hyde Pierce), altezzoso e snob, e la fisioterapista britannica Daphne (Jane Leeves). Da qui in poi la vita di Frasier sarà votata al tenere insieme una famiglia allargata sempre sull’orlo dello sfascio, e a cercare di ricostruirsi un’individualità tra qualche ex moglie tiranna e un lavoro mediamente insoddisfacente.

I personaggi della serie sono tra i più riusciti in assoluto. La natura analitica del protagonista ne mette in luce gli aspetti più controversi, aprendo per ciascuno un sotto-universo completo, talmente dettagliato da poter essere considerato una serie nella serie. La complicata relazione tra Niles e Daphne, che si sviluppa dalla terza stagione dopo un lungo tira e molla emotivo e sfocia alla nona nel loro matrimonio, non è lasciata a se stessa. Cresce in maniera densa e corposa, arrivando spesso a togliere la scena alle burrascose conquiste del protagonista di fronte a un pubblico talmente innamorato da richiedere a gran voce all’emittente (NBC) uno spin-off dello spin-off. Mai realizzato, bontà loro.

Martin è una scheggia impazzita, è il punto di contatto iniziale tra tutti i personaggi – spina nel fianco di Frasier, anello di ricongiunzione tra lui e Niles e datore di lavoro di Daphne – ma ben presto arriva a incarnare la voce della ragione di tutti i contenziosi che si sviluppano nello storico appartamento delle Elliot Bay Towers. Affettuoso solo con il suo cane, costantemente infossato in una lurida poltrona vibrante e malinconico per un passato che solo lui ha conosciuto e rancoroso nei confronti di una moglie che fa una sola apparizione fugace in un filmino di famiglia, ma che i più attenti ricorderanno come presente – per una sola puntata – in Cheers.

Roz (Peri Gilpin), infine, assistente di Frasier alla stazione radiofonica e nata come personaggio di supporto, diventa un punto di riferimento costante e un’ancora di salvezza per il protagonista nei suoi devastanti periodi di sconforto emotivo. Tutto gira intorno a un’unica personalità – che da sola, però, non sopravviverebbe – e a una città fumosa e sconosciuta che costituisce la cornice perfetta per una produzione di indubbia eleganza. I luoghi di Frasier sono sempre composti. L’appartamento arredato in stile equilibrato e sobrio minacciato dal kitsch della poltrona di Martin, l’emittente radio, Il Cafè Nervosa, immancabile punto di ritrovo, concorrono nel costruire un ambiente da musica da camera, da rituale del tè, che si sviluppa sulle piccole abitudini quotidiane trasformate in ossessioni sussurrate.

Frasier è figlioccia di Cheers. Il rapporto con la serie madrina non si può, non si deve e non si vuole dimenticare. I camei sono numerosissimi. Da Sam Malone (Ted Danson) a Norm (George Wendt), da Cliff (John Ratzenberger) a Carla (Reha Perlman), da Diane ai personaggi minori, praticamente chiunque ha fatto la sua comparsa a Seattle negli undici anni di trasmissione, senza lasciare nessun riferimento per sottinteso ma seguendo una linea cronologica precisa e dettagliata. Tenendo in vita un’indubbia pietra miliare del genere comico.

L’ultimo episodio va in onda il 13 maggio 2004, chiudendo tutti i capitoli aperti con l’ultima diretta radiofonica del dottor Crane e la sua partenza per Chicago. Nella grande bagarre delle sitcom degli anni novanta, Frasier spicca come una delle più riuscite – dopo Seinfeld e Friends, senz’altro la più seguita – ma si distingue anche per essere una serie colta, ricca di spunti intellettuali provenienti non solo dalla psichiatria (i nomi Frasier e Niles sono un omaggio a due topi da laboratorio cui la madre era particolarmente affezionata, il numero dell’appartamento di Frasier è il 1901, anno di pubblicazione della Psicopatologia di Freud), ma anche dalla musica (Niles è appassionato di musica classica e non manca di rimarcarlo), dalla pittura (l’appartamento di Frasier è imbottito di opere prestigiose, un buon modo per impressionare le conquiste occasionali) e dalla letteratura. Qualcosa di sottile e intenso, qualcosa di garbato e caldo. Un mondo in cui chiunque vorrebbe vivere, coi suoi alti e bassi ma sempre con una classe invidiabile.

«For eleven years you’ve heard me say,
“I’m listening.” Well, you were listening, too.
And for that I am eternally grateful. Goodnight, Seattle.»

– L’ultima diretta di Frasier


Giulio D'Antona

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