Wittenau

{di Giulia Depentor}

Quando sei piccolo e non hai ben chiara in testa la geografia, il fatto di avere un bisnonno sconosciuto che vive a Berlino è una cosa tanto eccezionale che quasi non riesci a comprenderla.
Se poi a questo si aggiungono altri dettagli romantici tipo che è un cantante lirico e che è riuscito a fuggire dal campo di concentramento solo perché si è esibito davanti a Hitler oppure che il suo figlio illegittimo era una delle guardie del muro di Berlino… beh, la figura di questo bisnonno certamente si colora di una patina avventurosa che non può che intrigare un bambino, incapace di comprendere che, forse, non si tratta proprio di tutta la verità e nient’altro che la verità. Approfondisci

“Comunque vada non importa”, la recensione

{di Tamara Viola}

Un casale in campagna, una gallina da sgozzare, un fratello con il quale correre, le puntate di Sailor Moon da guardare. Hai pochi anni ed impari a farti le trecce, perché una bambina deve saperle fare, certe cose.
Sei felice quando ti graffi le ginocchia cadendo e l’erba ti sporca il vestitino. Poi diventi grande e il mondo non è quella tetta calda che pensavi di poter succhiare.
Devi decidere, devi crescere, devi muoverti. Devi fare.
Ma tu non lo sai, cosa. Ti guardi allo specchio e sei brutta. Forse non sei neppure intelligente. Nemmeno gli altri lo sono, in fondo, e tu non sei peggio di loro, ma ti manca il fiato per correre. Approfondisci

Frasier

«Talk, I’m listening.»

– Frasier ai suoi ascoltatori

Spin-off. Un termine che mette i brividi. Due parole dalle quali può scaturire qualunque cosa, e generalmente niente di buono. Sono pochi, pochissimi, gli spin-off riusciti nella storia delle sitcom. Forse uno solo.

Il personaggio di Frasier Crane appare per la prima volta in televisione il 27 settembre 1984, è interpretato da Kelsey Grammer ed è destinato a diventare prima un personaggio fisso di Cheers, poi il protagonista della serie che porta il suo nome. Per trent’anni complessivi di trasmissione.

Frasier è uno psicoterapeuta di Boston, scapolo, innamorato di tutte le donne e sempre occupato a combattere il proprio super-io. Durante la sua permanenza al Cheers si innamorerà, scarsamente ricambiato, di Diane (Shelley Long) e sposerà Lilith (Bebe Neuwirth), madre di suo figlio Frederick. Dal loro divorzio nascerà nel 1993 una delle più longeve e premiate – detiene il record di trentasette Emmy vinti, di cui cinque consecutivi come miglior serie TV comica – sitcom degli anni novanta. Approfondisci

Quel tipo c’ha un brutto carattere

{di Stefano Torregrossa}

L’italiano è una bella lingua, per carità: ma nasconde lacune incomprensibili dal punto di vista storico. Mi spiego: che la stampa europea sia nata in Germania, lo si impara a scuola (Gutenberg, i caratteri mobili, la Bibbia e così via). Ma forse si ignora che, già 50 anni dopo, era l’Italia a contendersi la medaglia d’oro per qualità e quantità di tipografie: personaggi straordinari come Aldo Manuzio o Giambattista Bodoni hanno dato nei secoli un contributo fondamentale alla stampa e al disegno di nuovi caratteri; e l’Italia offriva patria a molte delle più importanti fonderie, stamperie, cartiere e case editrici del tempo. Approfondisci

Questioni di carattere: intro

{di Matteo Scandolin}

Sull’onda lunga del #50, mi è saltato in testa di introdurre la nuova rubrica attraverso un’intervista. Spero che sia una mossa da cui è possibile disintossicarsi: lo dico per voi lettori, e per i poveri disgraziati che devono sorbirsi le interviste.

Stefano Torregrossa: chi sei, e perché ti stai sottoponendo a questa tortura?

Faccio il graphic designer o sono un graphic designer? Di certo non sono soltanto il mio lavoro, ma molto di più: sono marito di Chiara e padre di Zelda; sono un musicista, un fumatore, un mangiatore compulsivo, adoro i film con Bruce Willis, conosco a memoria la vita di Steve Jobs, ho studiato Filosofia, sono un fan di Star Wars. Ma sono indiscutibilmente anche un graphic designer freelance. Uno di quelli che quando prova a spiegare il suo mestiere si sente dire “Ah, cioè, disegni col computer?”, il che la dice lunga sullo stato dell’arte della comunicazione in certe parti d’Italia. Ciononostante, amo il mio lavoro e lo faccio da dieci anni con l’entusiasmo del primo giorno.

Io e il mio pard Ale, il gran capo della baracca, ti seguiamo su internet da parecchio: sembra una sviolinata, ma siamo davvero contenti di averti qui. Racconta un po’ ai nostri lettori, con parole tue e la libertà di offendermi, come ti ho inchiodato. Convinto, scusa: convinto.

Il motivo del mio sì immediato e disinteressato è lo stesso che mi spinge a scrivere sul mio blog e pubblicare libri gratuiti da anni: adoro condividere. La vera lezione dei social network non sono i video dei gattini né il sapere in ogni momento cosa sta facendo il proprio partner: è l’aspetto sociale della rete, quello interattivo di confronto e condivisione. Io so una cosa che tu non sai? La metto in Rete perché tu possa saperla. Non so come fare una cosa? Cerco in Rete e trovo qualcuno così folle da aver pubblicato un post o un video in proposito.
E finora non ho mai chiesto una lira: sono i clienti che pagano i miei lavori, non i colleghi. Inutile arroccarsi nelle presunte fortezze dei nostri know-how – al motto di “vuoi mai che ci rubino il lavoro?” – quando siamo i primi a cercare tutorial su psdtuts o ispirazione su Behance quando ci servono. Credo insomma in una sorta di karma 2.0: più informazioni distribuisco gratuitamente, più sarò in grado di ottenerne gratuitamente alla bisogna.
inutile, in questo senso, rispecchia la mia filosofia: non potrà che essere straordinario collaborare con voi. E poi, diciamoci la verità: inutile è una rivista intelligente, nuova, divertente. E la roba così è sempre più rara, oggi giorno (sembra un pareggio di sviolinate, ma ci credo davvero).

Ok allora: oltre a istituire un bando sulle sviolinate, ultima domanda: di che si parlerà nella tua rubrica? (Che, diciamolo, partirà dopo 7 giorni esatti dalla pubblicazione di quest’intervista?)

Uno degli aspetti fondanti e comuni a chiunque voglia fare progettazione grafica come si deve, è l’attenzione ai caratteri o, per dirla con l’inglese, la typography. Che ci si occupi di impaginazione per l’editoria, di advertising o di web design, la cura nella scelta e nell’utilizzo di un font adeguato è fondamentale.
La rubrica si chiamerà “Questioni di carattere”, e sarà dedicata anche e soprattutto ai non addetti ai lavori: percorreremo insieme la storia dei caratteri, i personaggi che hanno contribuito alla loro creazione, senza tralasciare aneddoti, misteri e storie. L’intenzione non è quella di formare dei type designer: tutt’altro. La speranza è piuttosto di contribuire in qualche modo a far capire, apprezzare ed amare l’importanza di una corretta scelta tipografica. E magari, già che ci siamo, a sradicare completamente l’utilizzo del Comic Sans nel mondo.

Uh. Il Comic Sans. Lo sai che c’è un editor di testo (non ricordo il nome) che, una volta che finisce il periodo di prova trasforma tutte le etichette dell’interfaccia in Comic Sans? Così o paghi la licenza, e torna a un carattere umano, oppure se ti va bene lo tieni così…

Stai parlando di Chocolat? Lo conosco, la storia del Comic Sans è un’idea geniale!

Be’ direi che abbiamo detto tutto, Stefano… Aspettiamo la prossima settimana e i giudizi dei lettori sulla prima pubblicazione della tua rubrica!

Ottimo! Alla settimana prossima!