The Van Pelt, “Sultans Of Sentiment”

{di Alessandro Milanese}

Cosa rende un disco, un disco di culto?
Ecco cosa mi sono chiesto quando ho visto campeggiare sulla copertina di una nota e storica rivista musicale italiana la foto dei nostri Fine before you came con la scritta sottostante:

SULTANI DEI SENTIMENTI

Inanzitutto il disco di culto per essere veramente un culto dev’essere un album sconosciuto ai più. Un disco che per un motivo o per un altro non ha lasciato tracce indelebili ai posteri, ma che, in qualche maniera misteriosa ha cambiato la vita di pochi.
Quei pochi che, per tutto il resto dei loro giorni ricorderanno un accordo, un ritornello, uno stato d’animo legato a quella “canzone”.
Anch’io, come i FBYC Ho amato alla follia Sultans Of Sentiments dei Van pelt (1997).
Erano anni in cui i miei amici (che fino a pochi mesi prima pogavano e si spaccavano le ginocchia sotto i palchi di gruppi hard core americani) col tempo si sarebbero dedicati alla lentezza pacata di Karate e Bedhead, mentre io provenendo dal brit pop più classico e dall’indie scazzato a stelle e strisce stile Pavement, arrivai quasi per caso a quella copertina verde, con quel bislungo giocatore di golf senza speranze. Approfondisci

Il vero cavaliere oscuro

In cinque anni si è fatta tanta strada, e ci siamo lasciati alle spalle tanta roba. Da oggi, ogni tanto, pubblichiamo qualche pezzo già uscito nel nostro sito, e lo capirete perché ci sarà questa introduzione in corsivo. Abbiamo preferito non battezzare questa “operazione”, di non aggiungere una collana, perché le collane alla fine, si dimenticano nei cassetti.

{di Gabriele Naia}

Se c’è una cosa di cui l’uomo ha da sempre paura (se non vero e proprio terrore panico) è il caos. Il caos come indecifrato, indifferenziato, dimensione pre-logica, che esce quindi da qualunque schema di comprensione ragionevole. L’intera storia dell’Occidente si può dire essere una progressiva emancipazione da questa angoscia primordiale; l’Iperuranio platonico è stata la prima grande macchina costruita contro questa presenza inquietante, e la scienza moderna la sua naturale prosecuzione.

Ora, nella nostra società, il caos – e le macerie che porta con sé – li troviamo praticamente solo in un luogo: la mente dei pazzi. Qui si annidano tutti i cortocircuiti e le contraddizioni che la nostra ragione, che in queste lande desolate è definitivamente collassata, tiene sapientemente e instancabilmente lontano. Il pazzo è colui che sta fuori dal cerchio perché non condivide il linguaggio del resto del gruppo, ma è anche colui che, se nel cerchio ci entra, può portare il disordine, facendo riemergere negli altri quell’alito rimosso di angoscia primordiale.

Più o meno, è quello che cerca di raccontare Il cavaliere oscuro (di Christopher Nolan, 2008), abbandonando quasi del tutto l’aura fantascientifica e fumettistica per far piombare l’Uomo Pipistrello in un mondo estremamente realistico e quotidiano. Approfondisci

“Zero”, come “Teatrino Zero”

{di Matteo Scandolin}

C’è questo bel piccolo teatro fuori Mestre, in cui a noi piace organizzare le nostre assemblee e vedere begli spettacoli teatrali: così, nel tentativo di diffondere il più possibile notizie sullo Zero, ho voluto intervistare chi quel teatro l’ha tirato su: è toccato a Paolo Zaffaina, che i nostri più vecchi lettori ricorderanno per la rubrica Teatrismi.

Paolo, io lo so com’è andata: ma ti va di raccontare ai lettori di inutile, questi santi e pazienti lettori che ci seguono pervicacemente durante l’anno, cos’è stato il primo anno del Teatrino Zero? E che cos’è, questo Teatrino Zero?

Salve B.V.M.S. e un saluto ai beatificati/santi lettori che seguono inutile prev… perciv… quello che ha detto Lei, tutto l’anno. Felice di rispondere alle Sue domande.
Innanzitutto ci tengo a dire che se penso che questo stesso sgabello virtuale su cui sono seduto è stato occupato prima di me da Giulio Mozzi, un brivido mi attraversa le membra partendo dalla spina dorsale e diffondendosi per tutto il corpo. In pratica, rabbrividisco. E di questo le sarò eternamente grato B.V.M.S., nella speranza di ricambiare quanto prima.
Per coerenza comincerò a rispondere partendo dalla seconda domanda. Teatrino Zero è, come dice la parola stessa, un numero, ed è anche un piccolo teatro o, se questo La fa sentire più radical chic, uno spazio artistico.

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