Oggi è giovedì: domani è giorno di Tourette

by redazione

{di Matteo Scandolin}

Il primo aprile, quasi fosse uno scherzo, abbiamo fatto partire un nostro nuovo progetto: si chiama La trasmissione, ed è un network di podcast. Per il momento è l’idea di un network, visto che ne stiamo producendo uno soltanto (si chiama Tourette): ma sono in arrivo altri due podcast.

A me i podcast piacciono tanto, e la radio no. Ho provato a ragionare e a capire perché quelli sì e questa no: l’unica costante è che i podcast che mi piacciono sono stranieri: sono abbonato a questi tutti i programmi dei pazzi di 5by5, per dire. Mica solo perché parlano di tecnologia e di Apple: perché parlano di tecnologia e di Apple senza trattare chi ascolta come un bambino da educare: parlano, e non annoiano. Alla radio italiana invece ho sempre recuperato tanta noia e tanta voglia di fare qualcos’altro, anche se nel periodo in cui Condor andava in onda andavo in ufficio contento, tutti i giorni.

Tra la narrativa “tanto a un chilo” e la narrativa fatta con forza c’è una bella differenza: a dei bambini non lo saprei spiegare tanto facilmente, perché coi bambini io non sono capace di fare niente: ma a un adulto forse ci riesco. E sì, si possono educare anche gli adulti: basta non trattarli da bambini. (In realtà, neanche i bambini li devi trattare da bambini: ma non c’entra, e ripeto: coi bambini non ci so fare.) Questo è lo scopo de La trasmissione: fare dei discorsi sulla cultura e quello che ci sta intorno senza annoiare, senza trattare nessuno da scemo, senza mettersi in cattedra. In Tourette si parla per lo più di narrativa ed editoria, e riviste, e il mondo sotterraneo delle cose piccole fatte col cuore, senza soldi, e lo facciamo senza annoiare, senza trattare nessuno da scemo, senza metterci in cattedra. La letteratura non dev’essere per forza salvifica, diciamo nel primo episodio di Tourette: be’, neanche la divulgazione culturale. Noi dobbiamo scatenarvi un interesse gigantesco e inarrestabile, offrendo tanti spunti interessanti (cercando, almeno): però poi quale strada percorrere è una decisione che spetta solo a voi. Se riusciremo a scatenarvi questa curiosità, saremo davvero contenti – e per una volta non ci sentiremo inutili.

(Tourette si registra il giovedì e si pubblica il venerdì: lo potete ascoltare attraverso iTunes, che scarica in automatico le nuove puntate e ve le propone con gentilezza.)


redazione

12 comments

  1. il concetto di educare il pubblico non mi piace, lo sento in contraddizione con il (giusto) intento di non trattarlo da bambino o da scemo.

  2. @Fede
    Non lo vedo in contraddizione. Quando vai a fare un corso di chitarra (o anche l’università, per dire), non vai per essere educato? La differenza tra il considerarti un adulto o un cretino/bambino è probabilmente il particolare che ti farà continuare a suonare e seguire il corso oppure no, tra l’altro.

    L’educazione che intendo io (e che voglio offrire attraverso il podcast – e per quel che mi riguarda, anche attraverso inutile in tutte le sue composizioni) è un’educazione di tipo leggero: far capire che la cultura non dev’esser sacra ma che anzi ci si può giocare, scherzare, stralunare tutto e venir fuori sapendone un poco più di prima.
    MS

  3. Ma sì, educare nel senso di “spiegare le cose” è una cosa bella, a patto di averne voglia. Tipo Quark. Non è che Quark ti dice che devi provare interesse nei confronti dell’alligatore. Lui spiega cos’è quel bestione coi dentoni e tu decidi se fa per te o no.

  4. Ragazzi continuo a pensarla diversamente 🙂
    Per come la vedo io non è necessario educare il pubblico, o meglio è un’intenzione che non mi appartiene e che in linea di massima non mi piace.
    Voi fate bene a discutere, parlare, anche informare in modo discorsivo su temi che vi sono a cuore e che vi piacciono, se il pubblico vuole vi segue, si interessa, magari interagisce, ma per me è sempre bene stare alla larga da intenzioni didattiche (che rischiano anche sempre di fare un po’ l’effetto maestrina) (per altro voi non siete così, ma se programmaticamente lo dite il rischio, a livello intenzionale, c’è), insomma voi dite la vostra e chi vi ama vi segua. Magari è un problema mio con il concetto stesso di didattica applicata fuori contesto (una cosa che provoca lievi eruzioni cutanee), detto in altre parole magari è un problema mio perché sono pazzo, ma, ecco, non so, diciamo che quando parlo in pubblico non penso di insegnare niente a nessuno, poi magari succede, ma non è la mia intenzione.

    E comunque vi tifo molto.

  5. Educare non piace nemmeno a me, stavo solo cercando spiegare – visto che lo conosco – cosa credo che Matteo intenda quando dice “educare”. CIoè, appunto, una cosa che non c’entra niente con l’educazione.
    Insomma Matteo, che cazzo dici? 🙂

    Poi, Fede, se nella sfera dell’educazione ci metti anche l’informazione, la citazione, la segnalazione, l’articolo ecc. per il semplice fatto che possono ottenere, come effetto, che qualcuno venga a conoscere qualcosa che prima non conosceva, forse è un modo di vedere le cose un po’ troppo rigido…

  6. Nono, intendo proprio “educare”, anche se in maniera soft, anche se mi si può ribattere «cazzo educhi con ‘sto podcast qui??».

    Per tornare a quel che dicevo nel pezzo: hai voglia a sprecare il fiato a dire che certi autori sono una perdita di tempo e che la narrativa sana sta da un’altra parte. (Metti dentro gli autori che vuoi tu, eh, non voglio fare i nomi sennò poi ci s’impunta su quei nomi lì e si perde tutto il resto.) Se vuoi che “la gente” ti segua quando parli di letteratura sana, devi educarla, non ci sono altri metodi. (*)

    E attenzione, che educare non è “salvare il mondo”, non è “impegno civile fino alla morte”, eh. Educare è dire “occhio che qui c’è qualcosa che potrebbe valere di più di qualcos’altro, alla fine della fiera: io cerco di allargarti il campo visivo il più possibile perché tu possa percepirlo, poi sta a te – e magari lo percepisci e non sei d’accordo e mi controbatti”.

    Anni fa ho provato a fare delle presentazioni in un bel pub fuori Mestre, con la complicità del gestore (che ogni volta che ci torno me ne chiede altre): ma la gente che va da lui a bersi una birra non vuole la presentazione di un libro: vuole una birra. Avrei potuto educarli, però m’è mancato il tempo, la voglia e la testardaggine. (Ho anche trovato “platee” migliori, poco dopo.)

    Degli amici hanno aperto un teatro “indipendente”, sempre fuori Mestre. Hanno fatto una rassegna di qualità altissima, e le prime sere han riempito mezzo teatro, poi hanno cominciato a fare il tutto esaurito sera dopo sera. Devi abituare la gente alla qualità, sennò si torna agli autori da un tanto a un chilo e torniamo a lamentarci degli autori un tanto al chilo.

    (Anzi, adesso mando il link di questo pezzo e dei commenti all’amico di cui sopra, vediamo se ha voglia d’intervenire. ^__^)
    MS

    (*) Si badi bene che pur di far leggere la gente, io son più che disposto a dare loro chilate di libri di merda, eh. (Per parlare di libri.)

  7. @Fede
    Se tu hai una maniera diversa di chiamare queste cose che ho espresso, dimmela così vediamo se riusciamo a venirci incontro. Voglio dire, magari è una questione di terminologia. Ad Ale vengono i brividi quando si dice “mettiamo i paletti”, ho imparato a dire altro. ^___*
    MS

  8. Sì. Io faccio lo stesso [organizzo le presentazioni per la libreria dove lavoro, e cerco di farle bene, e da quando ci penso io (certo, devo vagliare tra le tante, anche brutte ma a volte necessarie, che ci propongono e quelle che mi vado a cercare da solo) mi hanno detto che il livello si è alzato], faccio lo stesso, dicevo, ma semplicemente non lo chiamerei “educare”.

    Anche mentre scrivo di cose tecniche (mi capita di rado ma da quando mi sono invischiato nella storia del saggio sull’editoria, ecco, mi è capitato di più e ora mi capiterà di nuovo – e vorrei anche smettere, a un certo punto, vabè) cerco di spiegare tutto il meglio possibile, in modo che anche chi non domina la materia possa seguire il discorso senza annoiarsi, senza perdersi, cerco di fare in modo che possa capire di che sto parlando mentre dico la mia, ma non penso di stare “educando”.

    Io propongo le cose che mi piacciono e che mi interessano, e spero che alla lunga quando si sparge un po’ la voce che – per esempio – venire a sentire una presentazione da AltroQuando può non essere un’esperienza di una noia mortale, ecco, a quel punto magari la gente ci torni più volentieri, perché sono riuscito a proporre qualcosa di bello, o di interessante o divertente. Ma non perché io (o chi per me) abbia educato il pubblico, io mi limito a cercare di fare bene il mio lavoro. In questo caso se le presentazioni sono belle la gente ci viene. Se il podcast è ben fatto e interessante le persone lo ascolteranno.

    Non ho la pretesa di educare il pubblico perché non penso che il pubblico abbia bisogno di essere educato e penso che educare il pubblico sia impresa impossibile. Quello che puoi fare è riuscire a intercettare l’interesse di un pubblico che sia già educato (non lo educo io, non lo educhi tu – secondo me) e sperare che ti segua. Credo che quello che si può fare è riuscire ad arrivare a chi ha i mezzi e l’interesse di parlare con te, di parlare “la tua lingua”. Credo poco alla possibilità di insegnarla, invece, questa lingua.

    Inoltre sono stanco (da sempre) del pensiero di un pubblico idiota a cui sia necessario andare incontro, è un pensiero pericoloso oltretutto, perché può portare ad abbassare il tiro (cfr. tutto l’intrattenimento made in italy). Un certo tipo di pubblico non è il mio pubblico, anche se è molto numeroso, anche se è numerosissimo. Il mio pubblico potenziale è più esiguo ma esiste, e se io faccio bene il mio lavoro avrò modo di parlare a queste persone, che magari saranno felici del dialogo, così come lo sarei io.

    Non lo so se sono stato chiaro.

  9. Poi sì, in fondo siamo d’accordo, e non mi impunterei certo sui nomi, è tutta una questione terminologica 😛

  10. @Fede
    Invece la mia è: oltre a un pubblico già “educato” che è il “nostro” pubblico, esiste una zona intermedia, incartografabile, che va educata: perché a queste persone basta un passettino per diventare “nostro pubblico”. L’ho visto tutte le volte che parliamo di riviste in mezzo a gente che delle riviste non sa una ceppa: c’è quello a cui non frega niente, il fan puro e duro che seguiva le fanzine degli anni ’80, la signora che non sa nulla eppure è interessata e se riusciamo a coinvolgere lei, educandola (di fatto) su un argomento che non conosce, è nostra per sempre.

    Il risultato finale è il dominio del mondo, ovviamente.
    MS

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