D. A. Martin, Una traccia del mio amore

{di Gialunca Didino}

 you say i sound 4,
the exact number of years
i loved you

(Douglas A. Martin, “Haikus”)

«Un giorno, ero già avanti negli anni, in una hall mi è venuto incontro un uomo. Si è presentato e mi ha detto: “La conosco da sempre. Tutti dicono che da giovane lei era bella, io sono venuto a dirle che la trovo più bella ora, preferisco il suo volto devastato a quello che aveva da giovane”». A cominciare con queste parole non è Una traccia del mio amore, ma il romanzo che forse costituisce il modello principale per il lavoro di Martin: L’Amante, che Marguerite Duras pubblicò nel 1984. Le analogie tra i due libri sono potenti: due opere autobiografiche scritte in forma di diario da romanzieri la cui prosa sconfina nella poesia; i titoli, che si richiamano a vicenda (l’amore di Martin va inteso come l’amante, il titolo originale suona Outline of my Lover); l’amore come luogo della devastazione, il corpo come terreno dello scontro, la giovinezza come oggetto di un sacrificio sempre troppo precoce e troppo violento. Lo stesso Martin ha scritto sulla sua pagina di Myspace che Una traccia del mio amore si richiama nel titolo e nella forma «a una sceneggiatura perduta da molto tempo di Marguerite Duras».

Tirare in ballo la scrittrice francese non serve solo a tracciare qualche connessione con il passato recente, ma aiuta a farsi un’idea di un romanzo che rimane sospeso a metà strada tra innumerevoli crocevia letterari – sempre che si possa davvero chiamarlo romanzo, naturalmente. «La vera storia d’amore tra un ragazzo e una delle rockstar più famose di sempre» (risvolto di copertina dell’edizione italiana) è solo una maniera, e forse nemmeno la più esaustiva, di parlare di questo libro: di fatto, dentro Una traccia del mio amore c’è molto di meno e molto di più. La rockstar, che poi è Michael Stipe dei R.E.M., non compare per un terzo del libro; e quando arriva a catalizzare su di sé tutta l’attenzione della voce narrante non smette mai di essere una traccia, appunto, altra sottigliezza della traduzione di Matteo Colombo per un termine (outline) che sta per schizzo, profilo, abbozzo. Tutto quello che avreste voluto sapere su Michael Stipe ma non avete mai osato chiedere non vi verrà detto nemmeno questa volta. Tutt’al più, se avete pazienza, potreste riuscire a recuperare qualche frammento di cultura pop sotto le macerie di fragilità umana di cui è composto questo libro.

Meglio restare concentrati sulla voce di Martin, allora. Che il ragazzo sia cresciuto a pane e Smiths, a pane e immaginario decadente da fine XIX secolo, è fin troppo chiaro: non c’è amore senza morte e i cancelli del cimitero son sempre aperti, come nelle scene pazzesche in cui racconta la vita sotto una tenda a ossigeno in un ospedale dove è ricoverato, causa una non meglio specificata malattia respiratoria che vorremmo tanto credere essere una forma di tubercolosi fuori tempo massimo. Eppure ciò che colpisce davvero, e questo fin dalle primissime pagine, è il carattere totalmente cristallino di questa voce: il ragazzo è un ragazzo e non finge di essere altro. Matteo B. Bianchi, che ha curato la pubblicazione, ha raccontato che Una traccia del mio amore è stato scritto tutto di mattina, quando Martin era appena sveglio, prima ancora di fare colazione. Se il romanticismo insito in una scelta compositiva del genere può far sorridere, i suoi effetti sulla lingua si vedono tutti: in ogni riga si sente la sospensione dell’alba, l’instabilità di una condizione fluttuante e irripetibile. Tutto è così limpido, e fragile, che il fatto stesso che non ti crolli tra le mani è già di per sé un miracolo.

Ci vuole una certa dose di coraggio, e anche di quella particolare forma di autolesionismo senziente che è la giovinezza, per racchiudere in uno stesso contenitore tutti questi elementi: nella prefazione all’edizione italiana Marco Mancassola parla a ragione di «archeologia emotiva del presente», e basta un rapido calcolo per capire come ci voglia un talento genuino per far sì che tanta polvere da sparo (un diario intimo; una lettera d’amore; una rockstar famosa in tutto il mondo; gli anni Ottanta e Novanta; le periferie degradate e il jet set) non esploda nell’autocompiacimento più esasperato. Senza contare che l’emotività è archeologica, e quindi non può fare a meno del passato, e di un passato tutto particolare, per esistere. In tempi di revivalismi andanti il tasto è pericoloso, ma anche in questo caso Martin trova il modo di aggirare il problema. Ad esempio gli anni Ottanta che fanno da contorno all’infanzia disastrata nei sobborghi di Warner Robins, Georgia, si risolvono nella semplicità struggente di un tempo e di un luogo in cui una famiglia ridotta a brandelli può essere ancora riunita dall’ascolto di un disco country, per la precisione il 45 giri di D-I-V-O-R-C-E di Tammy Wynette. Per non parlare poi dei primi anni Novanta, che Martin non prova nemmeno a far passare per il tempo vergine che non sono stati né mai saranno, con buona pace di tutti i “90’s parties” che si organizzano nelle città di mezzo mondo: con l’AIDS che mieteva vittime nella comunità omosessuale e il millenarismo da fine secolo, bisogna lavorare non poco di pala e scalpello per scoprire che i due funerali a cui assistono Douglas e Michael nel corso della loro storia quadriennale sono quelli di River Phoenix (1993) e nientemeno che Kurt Cobain (1994).

Per quanto sia breve (140 pagine) e scritto in maniera quasi aforistica (/spazio bianco/ «Una volta, mentre è via, qualcun altro muore» /spazio bianco/), Una traccia del mio amore non è un romanzo semplice: richiede concentrazione, e fiducia, e di accettarne senza riserve il lirismo qualche volta esasperato (trovarsi a leggere qualcuno che chiama il proprio fidanzato «il mio amore» per pagine e pagine non è semplice, perché a differenza che nella vita reale non puoi guardare altrove per nascondere l’imbarazzo, né cambiare argomento o frugare nella borsa alla ricerca del cellulare). Ci sono cose con cui bisogna essere disposti a fare i conti, tutta l’insicurezza («Si sveglia e dorme con me. Cosa voglio di più?») e l’automortificazione («Sarei diventato il suo attore, quello che avrebbe potuto portarsi a casa dopo il film») che caratterizzano ogni primo amore, figuriamoci se è l’amore impossibile tra un uomo adulto e un ventenne e se l’uomo adulto è una rockstar e il ventenne si nutre di snack alle macchinette automatiche perché non ha i soldi per permettersi una cena vera. Figuriamoci se si tratta di un libro scritto pochi mesi dopo la fine di questo amore, tra il 1998 e il 1999, quando Martin aveva venticinque anni. Bisogna accettare di guardare la giovinezza data via per niente, contemplare il totale dispendio di sé, saper prendere sul serio questo amore adolescente che sacrifica tutto per qualcosa di impossibile: come nel romanzo di Marguerite Duras, bisogna saper cogliere la bellezza di volto devastato.

Ci sono cose con cui bisogna essere disposti a fare i conti, ma ne vale la pena: quello che si ottiene in cambio è una storia ricca di un’innocenza per così dire postuma, un outline emotivo che scarnifica tutto ciò che non è intensità pulsante, corpo ferito, corpo rigenerato, slancio, abisso, ossessione, trepidazione, incertezza. Se gli amori adolescenti hanno qualcosa da dare a chi ne ascolta le disgrazie è proprio questa nudità, e il senso che la richiesta dell’impossibile sia, come dice ancora giustamente Mancassola, l’unica richiesta ragionevole da fare alla realtà.

(NOTA: quelli della mia generazione, che a tredici anni guardavano su Mtv un già calvo Michael Stipe canticchiare Daysleeper, rischiano di fare un po’ di confusione, e quindi è bene ricordare che: il personaggio in questione ha una predilezione per il rock alternativo che non si percepisce dalla sua musica ma dalle sue frequentazioni, come quella volta che ha fotografato Kim Gordon dei Sonic Youth, quella volta che è stato fotografato con la stessa Kim e William Burroughs, quella volta che è andato a seguire il primo tour di Patti Smith dopo dieci anni di assenza dalle scene e ci ha fatto pure un libro (senza contare la lunga relazione di amicizia con Kurt Cobain); il personaggio in questione è anche un artista visuale, si fa riprendere nel suo studio, ha un sito dove mette le sue foto e un Tumblr dove pubblica un po’ di tutto (qualche settimana fa, sull’onda emotiva delle presidenziali francesi, il top topic era Jaques Chirac); ai tempi della sua relazione con Douglas Martin il personaggio in questione non era più il capellone che nel 1983 cantava Radio Free Europe al David Letterman’s Show, ma era ancora un bel ragazzo con gli occhi da cerbiatto che già da anni si era guadagnato le copertine delle riviste di musica e aveva già pubblicato il disco che l’avrebbe reso famoso in tutto il mondo, Automatic for the People (1992). Giusto per la cronaca: il video guardando il quale Douglas si innamora di Michael, nella sala tv del suo pensionato universitario, è quello di Drive.)

[D. A. Martin,  Una traccia del mio amore, Indiana, 2012, 13.50 euro]

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