Intervista a Matteo Bordone (un estratto)

by redazione

Un estratto dell’intervista di Maciste a Matteo Bordone, che verrà pubblicata nel numero 50 di «inutile» in lavorazione. Il numero 50 uscirà a metà giugno. 

 

 

Stimi i metallari per qualche motivo preciso o è tanto per dire? 

Stimo i metallari perché il metal è un mondo che conosce il genere, la forma, il linguaggio, e lo maneggia con cura e passione. Il metallaro medio vive in una nicchia e la coltiva, riconoscendo la natura formale della nicchia stessa. Io sono contrario al verso libero, in genere, e alle grandi libertà creative. Poi mi piacciono anche, ma adoro l’espressione costretta dentro a dei limiti, siano essi produttivi, formali, linguistici o contingenti. Mi sono laureato sui film che Val Lewton produceva nei primi anni Quaranta alla RKO. Erano film con titolo imposto, budget, tempi di ripresa, struttura e cast prefissati e limitati, eppure sono stupendi (Il bacio della pantera, Ho camminato con uno zombi eccetera). Tornando al metal, a parte le fasi talebane dell’adolescenza, che sono comuni a tutti gli appassionati di musica, i metallari che conosco io attraversano l’evoluzione del genere, conoscendo a menadito i sottogeneri, le linee e i filoni. Non puntano alla distruzione delle regole, e quindi di quel particolare linguaggio, ma ne apprezzano le flessioni, le trazioni, le levigature. Per concludere, se uno mi dice «Angel of death», io comunque rispondo «Monarch to the kingdom of the dead», ed è giusto così. È una grande fratellanza felice. I metallari sono sostanzialmente buoni. Buonissimi.

Ma allora questa cosa che il metallaro che hai, ipotizziamo, appena conosciuto in un bar ti sta abbracciando fraternamente offrendoti un sorso della sua birra è lo stesso metallaro che venti minuti prima in cuffia ascoltava e si riconosceva in un verso del tipo «sventra il tuo nemico e porta la sua carcassa fumante davanti di dio» come te la spieghi?

Uh. Temo che qui si vada in campi in cui non ne so abbastanza dal punto di vista teorico, quindi finirò per dire delle cose da bar, mentre se ne sono scritti libri su libri. Io credo che il concetto di immedesimazione sia sbagliato in questo contesto. Prevede un io univoco e solido che si immedesima in una canzone; quindi nel testo, possiamo dire, visto che l’immedesimazione nella musica è per fortuna difficile da formulare così, con leggerezza, tipo «ciao, mi chiamo Matteo, e mi identifico in una quinta ascendente». Quindi uno dovrebbe pensare, seguendo il tuo ragionamento, che le canzoni fossero dei programmi, dei manifesti, dei testi oracolari, politici, propositivi. (Sto facendo il scemo, è chiaro, ma seguimi). Le canzoni di genere non sono quello, ovviamente, ma un mondo, un’atmosfera, un universo estetico, iconografico, sonoro, narrativo e perfino etico di riferimento. Le cose si dicono così in quel mondo, come le storie d’amore si dicono dritte e zuccherose nel rockabilly. Aderisci a quel genere, a quel contesto, e riconosci i registri, li cerchi e li apprezzi. Ti ci trovi dentro. E credi alle cose che si dicono come un amante dell’arte crede nell’iconografia. Che uno «crede» ai vecchioni che guardano Susanna?

 


redazione

2 comments

  1. e i inoltre i metallari leggono un sacco, e con sincera passione; come ho spesso avuto modo di verificare personalmente, ne parlavo giusto pochi giorni fa con un amico.

  2. Pingback: Facciamo i conti, prima del 50 | inutile

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