The Cosby show

by redazione

{di Giulio D’Antona}

“This is the dummiest thing I ever heard.
I brought you in this world, and I’ll take you out!”

(Cliff nella prima, leggendaria, ramanzina a Theo)

Tutto è già successo nel Cosby Show. Questo è l’assunto che più di tutti mi ha tenuto incollato al mio amore per le sitcom per quasi trent’anni. La calda, confortevole, rassicurante atmosfera che mi ha accompagnato per tutta la vita, nasce solo pochi mesi prima di me con l’allestimento del salotto della famiglia Huxtable – non sognatevi che io li chiami Robinson, al di fuori di questo inciso – negli studi della NBC. È il 20 settembre del 1984, quando va in onda la puntata pilota di quella che è diventata il ground zero delle serie familiari americane. Primissima serata, come per gli otto anni seguenti.

Naturalmente non posso dire, per evidenti limiti tempistici, di essere stato un fan della prima ora, ma certamente non è passato molto tempo prima che io entrassi in familiarità con il prodotto, e i leggendari maglioni di Cliff Huxtable (Bill Cosby) diventassero per me sinonimo di calore umano ed equilibrio familiare. Vivevo assieme a Theo (Malcolm-Jamal Warner) i drammi scolastici, e le ramanzine di Cliff erano dirette a me quanto a lui, scoprivo la sessualità osservando il profilo delle forme di Denise (Lisa Bonet) sotto le magliette flosce e i pantaloni alla paracadutista, mi intenerivo ascoltando gli strafalcioni linguistici di Rudith (Keisha Knight Pullman). Il divano a fiori dorati, visto, con un espediente comune a moltissime serie americane, dalla prospettiva del televisore, era un’isola felice a cui aggrapparsi in mezzo a un mondo di problemi mai troppo gravi da non poter essere risolti con un motto di spirito.

I copioni del Cosby, come capiterà poi per molte altre sit familiari, sono tratti quasi totalmente dai monologhi di stand-up scritti dallo stesso Bill e ispirati alla sua famiglia. Questa  artigianalità casereccia diventerà il marchio di fabbrica di un successo planetario. Cosby, assieme a Stu Gardner è tra le altre cose autore di Kiss Me, tema di apertura della serie in sette versioni differenti – una per ogni stagione, fatta eccezione per la settima – e proposta in versione integrale ad ogni season finale, della durata di sessanta minuti.

Il pilota si apre con un close-up sulla targhetta di ottone accanto alla porta di ingresso di una qualsiasi abitazione di Brooklin Hights. Clifford – che poi diventerà Heathcliff – Huxtable MD. Quasi a voler fissare immediatamente il punto. Cinque gradini che separano lo spettatore dal mondo edulcorato della classe medio-alta afroamericana: lui un ginecologo, lei un’avvocatessa, cinque figli (solo quattro nel pilota, Sondra, la maggiore, sarà uno degli aggiustamenti più importanti inseriti nel secondo episodio, assieme al completo restyling del salotto). Va da sé che quella che abbiamo di fronte non è una tipica famiglia nera della Brooklin degli anni ’80, ma proprio per questo distacco dalla realtà, questa esclusività, chiunque può immediatamente identificarsi nei dialoghi e nelle situazioni proposte, mai troppo complesse e sempre auto-risolutive.

La scena è al chiuso, fatte rare eccezioni, tra il salotto, la cucina e le camere da letto. Colazioni e cene scandiscono il ritmo del racconto e sottolineano l’importanza dei momenti di aggregazione. È durante i pasti che i problemi, i dubbi esistenziali, le fatiche quotidiane dei figli, vengono messe sul tavolo e condivise, per essere affrontate dal tenero pragmatismo materno di Clair (Phylicia Rashad) e districate dallo sterminato potere dei muscoli facciali e dell’amore paterno di Cliff. I genitori poi, portano, rigorosamente a fine puntata, le loro frustrazioni lavorative e i loro crucci in camera da letto, dove tutto verrà risolto prima di spegnere la luce.

Nel corso degli anni la prole crescerà, e la famiglia si allargherà con il matrimonio di Sondra (Sabrina Le Beuf), la nascita della nipotina Olivia (Raven Symonè) e la comparsa dei genitori di Cliff e Claire, in un esponenziale aumento della complessità delle relazioni e incremento delle voci che compongono un coro perfettamente accordato, trascinando i fedelissimi in una pressoché completa integrazione e identificazione con una comunità fittizia, divenuta più autentica e riconoscibile di qualsiasi famiglia reale.

È quasi superfluo fare accenno ai numerosissimi riconoscimenti ottenuti dalla serie nel corso delle otto stagioni televisive, come elencare le centinaia di ospiti illustri, molti dei quali provenienti dal mondo della musica jazz e soul – Steve Wonder e Micheal Jackson dovrebbero rendere da soli l’idea – che hanno preso parte alle registrazioni. Non è superfluo invece fare accenno all’attenzione che la serie ha riservato alla cultura afro-americana, con l’attaccamento di Cliff e Clair alle proprie origini, gli studi e le orgogliose prese di posizione di Denise e le ricerche scolastiche di Vanessa (Tempestt Bledsoe).

Il Cosby Show, dopo aver stabilito diversi record assoluti di ascolti tra il 1984 e il 1990, inaugurato alcune degli espedienti più in voga nelle sit nate negli anni seguenti ed essere stata tra le serie più citate e imitate in assoluto, battuta solamente da Seinfeld ma questa è un’altra storia, chiude i battenti il 30 Aprile 1992, con un episodio finale che rimarrà negli annali della televisione americana e mondiale e nel cuore di chi, come me, ha lasciato l’anima sul divano a fiori dorati.

Si dice che Malcolm-Jamal Warner abbia voluto appendere in fondo al letto il poster di P.A.Baracus che capeggiava accanto alla porta della camera di Theo durante le prime due stagioni, perché dopo otto anni di appartenenza alla famiglia Huxtable non poteva più addormentarsi senza. È più che altro una leggenda di corridoio, ma non è difficile da credere.

 

Note del tutto superflue

Il Cosby ha dato alla luce un solo spin off, di discreto insuccesso, chiamato A Different World, incentrato sulla vita di Denise al college. La serie chiuse dopo una sola stagione, anche a causa della gravidanza di  Lisa Bonet.

È la terza serie afro-americana più longeva, dopo The Jeffersons e Family Matters.

La maggior parte dei personaggi sono ispirati a persone reali della famiglia Cosby. Caso interessante: l’episodio in cui Theo è alle prese con un problema di dislessia è tratto da un limite reale di Ennis Cosby, figlio di Bill.

Lo show venne girato a New York, dove è ambientato, anziché a Los Angeles, come è la prassi, per richiesta specifica di Bill Cosby. Gli esterni della casa sono filmati al 10 di St.Luke’s Place, Greenwich Village.

L’episodio conclusivo della serie venne girato in concomitanza con la sommossa di Los Angeles del 1992. Cosby volle schierarsi apertamente, facendo nel corso della puntata, ripetuti appelli alla pace tra le comunità.


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