Intervista a Jennifer Egan (un estratto)

by redazione

{di Gianluca Didino}

Un estratto dell’intervista di Gianluca a Jennifer Egan, che verrà pubblicata nel numero 50 di «inutile» in lavorazione. Il numero 50 uscirà a metà giugno. 

 

Sei stata adolescente in California alla fine degli anni Settanta, cioè nel tempo e nel luogo in cui la rivoluzione informatica stava cambiando il mondo. Pensi che questo abbia influenzato il tuo interesse per l’impatto che le tecnologie hanno sulla vita delle persone?

Non saprei. La verità è che quando ero adolescente (anche se oggi sappiamo che la Silicon Valley stava esplodendo e stava capitando di tutto) una delle famiglie per le quali facevo da baby-sitter aveva in casa il primo computer Apple. Mi ricordo che il padre me lo mostra e mi fa: “Questo è un computer”, e io penso: “Che roba è? Un televisore? Una specie di combinazione tra una macchina da scrivere e un televisore?”. E in effetti ho tenuto una battuta del genere nel libro per un po’ di tempo, ma poi mi sembrava un tantino didascalica e così l’ho tolta. Quello che voglio dire è che non ho una risposta, ma ho la sensazione che nell’arco della mia vita il progresso tecnologico sia stato enorme e che tutta questa enormità si sia concentrata diciamo dai miei venticinque anni in poi. Quando ero una ragazzina, se telefonavi a qualcuno o trovavi occupato, o quella persona ti rispondeva o il telefono squillava all’infinito. Quando sono andata all’università l’unica novità era la segreteria telefonica. Non era cambiato molto in tutti quegli anni – e guardaci adesso. Quando l’ho raccontato ai miei figli (me lo ricordo ancora: erano entrambi nella vasca da bagno, quindi erano piccoli) spiegavo loro che quando ero giovane se telefonavi a qualcuno succedeva questo e quello, e il figlio più piccolo mi guarda e mi fa: “Ma c’era l’elettricità?”. Ecco, questo per dire quando gli sembrava assurdo. Quindi non saprei, quello che vedo è un bel punto di domanda: quanto la mia esperienza personale nella Silicon Valley può avermi influenzato? Di sicuro lo sento come uno dei grandi eventi di cui sono stata testimone, perciò mi sembra importante scriverne e voglio continuare a farlo.

In un recente incontro alla Columbia University hai paragonato Facebook a un soviet e ti sei chiesta, testuali parole, «Chi se ne frega di essere tutti connessi?».

Era anche un po’ retorico… voglio dire, ho un iPhone anch’io.


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