Editoria digitale. Attaccare lo spinotto

by redazione

{di Alessandro Romeo}

Lunedì c’è stato un incontro organizzato da Mafe e Gallizio all’Hotel Tocq di Milano, per cercare di capire come siamo messi in termini di editoria digitale, attraverso un confronto che ha coinvolto Antonio Franchini e alcuni editor di Mondadori, editor di altre case editrici, scrittori, blogger, un attore e un paio di avvocati. C’eravamo anche noi di “inutile”.
L’incontro è andato bene, nessuno si è parlato addosso e siamo contenti di esserci andati. Si sono dette molte cose, per lo più condivisibili, che non riporterò qui perché sarebbe troppo lungo e perché, in realtà, se sto scrivendo queste righe è perché voglio dire tre cose abbastanza precise.

La prima è rivolta ai blogger ed è la cosa meno importante, anche se credo faccia luce su un certo modo di intendere la rete, troppo indulgente verso la rete stessa. Qualcuno, a un certo punto, ha chiesto per quale motivo la gente apre i blog e mi sembra che nessuno dei blogger intervenuti al dibattito abbia risposto. La risposta dovrebbe stare, e spero che stia, nel blog stesso. Si apre un blog perché si ha voglia di aprire un blog, presumibilmente per comunicare in maniera personale qualcosa. Punto. Sinceramente non mi è piaciuta la proposta avanzata da una blogger lì presente (purtroppo non ricordo il nome) di dedicare una parte del sito di Mondadori alla segnalazione dei blog che si sono guadagnati un qualche tipo di credibilità letteraria. Da un lato il fatto stesso di chiedere una cosa del genere mi sa di elemosina; dall’altro l’idea di trovare un criterio per misurare questa “credibilità” riporta a un certo modo di intendere la cultura e la letteratura vecchio di almeno vent’anni e completamente inappropriato per il web.

La seconda cosa è come la pensiamo qui in redazione riguardo l’editoria digitale. Lo dico in velocità, perché è abbastanza banale, anche se è un modo di vedere le cose che incontra ancora qualche resistenza: i libri di carta non spariranno; gli ebook sono qualcosa di bello e comodo, di cui c’è ancora molto da capire; gli ebook reader non sono degli esseri dotati di volontà ma sono degli affarini col pulsante che noi decidiamo di utilizzare o non utilizzare a seconda delle nostre esigenze; i tablet e gli ebook reader sono due cose tecnicamente diverse e non in guerra fra loro.

Le terza cosa è una domanda che per questioni organizzative non ho fatto durante il dibattito ma sono riuscito lo stesso a rivolgere più tardi a Franchini.
Domanda: Alla redazione di Mondadori è mai arrivata la proposta di un libro pensato dal suo autore esclusivamente per ebook reader?
Risposta: No.
Mi sembra una questione importante. Io sono pienamente d’accordo con chi sostiene che l’aspetto affascinante degli ebook reader sia quello di poter offrire esperienze di scrittura diverse, costruite apposta sulle possibilità in più che offre il mezzo, ma credo anche che se poi là fuori non c’è nessuno che ha interesse a scrivere per ebook reader il rischio è che, a lamentarsi di come le grandi case editrici si accontentino di riversare in digitale le cose che pubblicano su carta, si parli a vuoto.
Non vorrei che il dibattito a lungo andare si concentrasse sugli apparecchi, sulle possibilità teoriche, sul gioco un po’ perverso delle previsioni azzeccate e della visionarietà, perdendo di vista il fatto fondamentale che se poi non si legge e non si scrive tutto questo discorso non serve a niente.
D’altra parte, però,  il fatto che a Mondadori non sia mai arrivato niente non significa che davvero non ci sia nessuno che lavori in questa direzione, ma solo che chi lo fa in questo momento si può permettere solo una piccola nicchia, svolgendo un lavoro probabilmente prezioso per l’editoria futura. In questo non c’è niente di “ingiusto”, ma è la condizione abbastanza naturale per chi ha la curiosità di sperimentare cose nuove e prova a guardare un po’ più in là, curiosità che a un certo punto, se le cose prendono la piega che ci si augura, verrà premiata.
Quanto a Mondadori, ma il discorso vale per tutte le case editrici tradizionali, mi sembra evidente che non verrà mosso un dito per spingere nella direzione del digitale finché questa direzione non assicurerà un margine sensibile di guadagno. A quel punto le cose cambieranno o, meglio, saranno già cambiate intorno a Mondadori stessa e alle altre case editrici, non ci sarà bisogno di indicare nessun mostro, e sarà finalmente possibile rispondere anche alle altre domande che non ho fatto a Franchini ma che gli avrei voluto fare, per quanto sceme, del tipo: se io volessi spedire un mio lavoro pensato per ereader come potrei fare da un punto di vista pratico? L’assenza di un metodo “ufficiale”, o di un indirizzo mail specifico quanto può avere influito sul fatto che non sia arrivata nemmeno una “proposta digitale” in redazione?

Una conclusione provvisoria di questo discorso è che, come in genere avviene, secondo me/noi le cose cambieranno lentamente, senza una rivoluzione ma con un progressivo assestamento, in cui forse l’unica cosa sicura per ora è che aumenteranno le tipologie di esperienza di lettura e di scrittura; e che anche in un ipotetico mondo del 2050 con un mercato editoriale dominato dai libri digitali ci sarà comunque qualcuno a cui piacerà il libro di carta, o l’audiolibro, o anche nessuno dei tre, ché si può vivere benissimo senza.

Chiudo con una richiesta. Se tra i presenti dell’altra sera c’era qualcuno che ha il potere, effettivo, di far sì che tra gli ebook reader esposti in qualunque Feltrinelli d’Italia ce ne sia anche solo uno con la batteria carica, eserciti questo potere con vigore. Basta attaccare lo spinotto.

 

 


redazione

5 comments

  1. Buongiorno 🙂 c’ero anche io, a Milano! Ero presente in qualità di “bookblogger”: vorrei solo precisare che un tentativo di risposta io personalmente ho cercato di fornirla, nella mia piccola esperienza: ho cercato di fugare i dubbi sulle “velleità” del blogger-scrittore: non tutti utilizzano il blog come “ripiego” (o peggio, come ho sentito dire, come “selfpublishing”), come piace pensare a molti. Qualcuno lo usa anche come forma espressiva “altra” e se gli editori gli/le rifiutano in manoscritto, pazienza, dopo un po’ se ne fa una ragione: il blog è proprio un’altra cosa. Ecco l’idea era quella di “nobilitare” lo strumento come forma di comunicazione e non come semplice “sfogo”. Insomma, ho provato a dirlo. Sono quella che raccontava di aver comprato i Sillabari di Parise in ebook. Invece la proposta di “affiliare” i blog al sito non è mia: non ricordo nemmeno io chi l’abbia avanzata. In effetti ha una pecca: ricondurrebbe il blog a organo di “stampa” dedicato, sacrificando un po’ la nota libertà che lo contraddistingue. Ciao a tutti e buon lavoro.

  2. Tanti spunti interessanti. Faccio solo due commenti ai tre punti di cui sopra:

    1. Blog. La maniera in cui vengono trattati i blog nel dibattito culturale italiano è sintomo di una perversione ben nota e che si è vista agire spesso nel corso dei decenni. Lo definirei una specie di disturbo bipolare: o rivoluzioneranno per sempre la storia della scrittura (segreto da svelare ai tecno-entusiasti: non è successo in 7 anni, non succederà plausibilmente mai) oppure vengono trattati come diari pulsionali di adolescenti in crisi post-puberale. In entrambi i casi si tratta di una maniera nemmeno troppo sottile di non voler riconoscere l’esistenza fattiva di qualcosa, ingigantendone o sminuendone le potenzialità. Sono d’accordo sia con Alessandro che con Noemi: lo scopo di aprire un blog è avere un blog – non autopubblicarsi, non riversare nella Coscienza Collettiva i propri desideri inespressi di ritorno alla fusione prenatale.

    2. Molto bello l’esempio dei libri scritti appositamente per dispositivo elettronico che non arrivano in casa editrice. Francamente, e lo dico con tutto il rispetto per chi di questo si occupa anche professionalmente, credo che la narrativa ipertestuale non abbia alcun futuro, almeno non prossimo. Potrei passare ore ad argomentare questa posizione, ma vi risparmio e non lo faccio. Dico solo due cose: la prima è che il campo in reale evoluzione è piuttosto quello dell’organizzazione e diffusione del materiale in forma elettronica (abbondamento all’autore, romanzo a puntate, possibilità di acquistare solo sezioni di libri, digital lending ecc.), quindi mi chiedevo se all’incontro di Milano si è detto qualcosa a riguardo. La seconda è che anche la questione delle nuove forme di scrittura è, allo stato delle cose, un falso problema. Come dice giustamente Alessandro può darsi che il lavoro di piccoli sperimentatori e appassionati porti a livello del mainstream un esperienza che da 25 anni è oggettivamente marginale, ma se e quando questo succederà ne parleremo: ora come ora è un’ipotesi non troppo credibile. Il punto è che, innanzitutto, i grossi gruppi editoriali dovrebbero cominciare a digitalizzare i loro cataloghi (e personalmente vedo ancora tante, tantissime ritrosie: l’offerta di ebook in italiano è ancora terribilmente scarsa), dopodiché si potrà riflettere sulle eventuali evoluzioni della forma-libro. Il mio non è un punto di vista conservatore: osservo con molto interesse le evoluzioni della sperimentazione in ambito di lettura elettronica. Soltanto, mi pare importante che il libro digitale si guadagni credibilità innanzitutto come libro, all’incirca nella forma che ha assunto da 500 anni a questa parte, e se poi diventerà anche qualcos’altro, qualcosa di più, tutto di guadagnato. Altrimenti si rischia di fare come con i blog e di spogliare la questione di significato, ingigentendo cose in realtà piuttosto piccole e non rendendosi conto invece di quelle (tante) cose grosse che ci stanno proprio sotto il naso.

  3. @Noemi/Tazzina
    Grazie, hai ragione: quella cosa sulla dignità dei blog a prescindere l’avevi detta 🙂

    @Gianluca
    Scommetto che presto leggeremo un tuo articolo su BMDS, vero? 🙂
    MS

  4. ma quindi c’è stato un incontro-gemello a milano? io avevo letto di quello romano, se non erro, su minimaetmoralia, in un post di cristian raimo un po’ più pessimista di questo.

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