Intervista a Maurizia Balmelli

{di Nicolò Porcelluzzi}

{quella che segue è una parte di un’intervista a Maurizia Balmelli che il nostro giovane Nicolò Porcelluzzi ha avuto occasione di portare a casa durante il suo Erasmus a Parigi. Se volete leggere l’intervista completa, potete scaricarla in formato digitale – pdf, epub, mobi – qui.}

UNA PREMESSA NECESSARIA
inutile ha il piacere di presentarvi un’intervista, per certi aspetti, anomala. Tutto è successo a Parigi, tra il Marais e il Quartiere Latino, grazie a una serie di fortunate coincidenze che elencherò dopo i due punti:
– un festival del libro e della cultura italiana nella ville lumiere
– andarci e scoprire la presenza di Pincio e Vasta e altri
– ringraziare Vasta per Il tempo materiale
– (probabilmente) interrompere una chiacchierata tra Vasta e Maurizia Balmelli
– Maurizia Balmelli è gentile
– e quindi si è resa disponibile da subito nei nostri confronti.

Quello che non sapevo prima di quel giorno di inizio ottobre, è che Maurizia Balmelli è la traduttrice, per esempio, di tanti Einaudi (Mc Carthy, Kristof, Vargas, Carrère per citarne alcuni). Non le manca neanche la traduzione di un nobel (Le Clézio), o del classico-caso-editoriale (vi ricordate di Indignatevi!?).
L’intervista si è svolta a dicembre, in due brasseries: immaginatevi due cioccolate calde e un registratore, su un piccolo tavolo tondo. Per darvi un’idea del clima abbastanza colloquiale, ho preferito eliminare tutti i (ride) per alleggerire la lettura: sarebbero stati parecchi da entrambe le parti. Approfondisci

Let me Jew

{di Federico Di Vita}

L’Ebreo insiste a impilare monete in modo che è riduttivo definire maniacale. «L’importante sono i bronzetti». Le colonnine di rame gli riempiono gli occhi. All’ottavo minuto (o giù di lì, chi lo sa che minuto era – in porta c’era il secondo a cui toccava e ci stava già da un po’, e i cambi, immagino che sia così anche per voi, sono ogni cinque), dicevo, all’ottavo minuto o giù di lì della prima partita di settembre sono entrato in area dopo uno stop sulla destra, ho messo la palla per terra col fare di Mirko Vucinic che ipnotizza un lancio scagliato dagli anelli di Saturno, e invece ero io, e il passaggio veniva da una ventina di metri più in là, e non era nemmeno tanto alto. Approfondisci

Il regalo di San Valentino radical chic perfetto

{di Sara Pavan}

Sto cercando con tutte le mie forze di non essere consumista, o di esserlo il meno possibile, non solo negli acquisti, ma anche negli affetti. Per cui il mio suggerimento per il regalo di San Valentino radical chic perfetto potrebbe suonare come una contraddizione. Anzi il fatto stesso che io sia qui a suggerire un regalo di San Valentino è di per sé un invito al culto della merce e alla mercificazione dell’espressione dei propri affetti. Ma quando la merce è di qualità e il suo packaging è d’eccellenza si parla di arte. Dio mio, sì, lo diceva anche Andy Warhol, lo so, che la bottiglietta della Coca Cola o la lattina di zuppa Campbell sono opere d’arte che chiunque può comprare al supermercato. Però in Italia le nostre lattine per le zuppe fanno schifo. L’unica grande catena che ci prova a fare del packaging gradevole è Coop, ma in Italia siamo troppo bigotti, non lo compreremmo un prodotto con un packaging troppo creativo. Approfondisci

Con amore, S.H.

{di Eleonora Caruso}

«Who is going to want to see Downey Jr and Law make out? I don’t think it would be appealing to women.»

Quando riporto questa citazione, opera di un critico del New York Post, tutti mi chiedono sempre se stia scherzando. E poi scoppiano a ridere.
Già, cosa frega alle donne?
Come si può conciliare un’idea così pazzesca con la convinzione, così deliziosamente anni Novanta, che per le donne i gay siano «roba sprecata»?
Il 16 Dicembre è uscito nelle sale italiane Sherlock Holmes: A Game of Shadows, il secondo capitolo della nuova saga sull’investigatore diretta da Guy Ritchie, che ci piace perché non ha paura di far esplodere cose. Approfondisci

contro i parrucconi, via!

Ogni tanto ci chiedono perché abbiamo messo su questa rivista. Il primissimo numero è uscito nel 2007, eravamo tutti più giovani e incoscienti, ma una cosa la sapevamo già: molta cultura, in Italia, è dominata dai parrucconi. Ecco, noi volevamo essere molto più bravi, molto più leggeri, molto più fighi dei parrucconi. Volevamo essere i tipi in grado di girare con cappotti come quello del video.

Cinque anni dopo: non abbiamo ancora avuto il coraggio di girare vestiti così. Ma abbiamo amici che quel coraggio ce l’hanno.

Editoria digitale. Attaccare lo spinotto

{di Alessandro Romeo}

Lunedì c’è stato un incontro organizzato da Mafe e Gallizio all’Hotel Tocq di Milano, per cercare di capire come siamo messi in termini di editoria digitale, attraverso un confronto che ha coinvolto Antonio Franchini e alcuni editor di Mondadori, editor di altre case editrici, scrittori, blogger, un attore e un paio di avvocati. C’eravamo anche noi di “inutile”.
L’incontro è andato bene, nessuno si è parlato addosso e siamo contenti di esserci andati. Si sono dette molte cose, per lo più condivisibili, che non riporterò qui perché sarebbe troppo lungo e perché, in realtà, se sto scrivendo queste righe è perché voglio dire tre cose abbastanza precise. Approfondisci

A classic education, Call it blazing

{di Alessandro Milanese}

Seduto al freddo davanti al negozio in cui lavoro, cerco inutilmente di mandare un sms col mio nuovo cellulare touchscreen. Schiaccio più lettere contemporaneamente, ottenendo solo parole prive di significato e piene di consonanti.
Sfinito, mi infilo le cuffiette d’ordinanza e con movimenti lenti e mirati faccio partire il fantastico lettore mp3 incorporato. Ovviamente non riesco a selezionare esattamente quello che vorrei, ma lasciando fare al fato parte il nuovo disco degli A classic education. Approfondisci