Intervista a Federico di Vita

by redazione

{di Giacomo Buratti}

{da domani in libreria si può trovare Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria italiana (effequ, 14€), un saggio/inchiesta/romanzo scritto da Federico di Vita. Quella che segue è un’intervista registrata con l’autore del libro lo scorso ventisei dicembre, nel pieno stordimento postprandiale delle feste}

Come ha detto qualcuno, la paura è una delle caratteristiche della vita dei precari dell’editoria — e infatti molte delle persone che hai intervistato hanno chiesto di restare anonime —, mentre Pazzi scatenati è un libro che, come direbbe mia nonna, “non le manda a dire”.  È perché tanto ormai hai deciso che non lavorerai mai più nell’editoria o perché pensi che sia giusto così?

Non penso che lavorerò più nella piccola editoria. Ci ho provato per cinque anni e non sono mai riuscito a lavorare nel senso di essere pagato, che poi è quello che si trova sul vocabolario, e quindi penso che non ci lavorerò più perché ho bisogno dei soldi per vivere. Ma nel libro non ci sono scritte cose non vere. Io ho spiegato un meccanismo, che è quello del mondo editoriale, che porta allo sfruttamento della gente.

Li ritrai come una massa di incompetenti…

Molti sono incompetenti, molti sfruttano la gente: alcuni coincidono, alcuni no. Alcuni non sono né incompetenti né sfruttano la gente, ma sono una minoranza.

Ma secondo te è ora di dire le cose come stanno, e di proporti come Roberto Saviano dei poveri…

Sei un coglione.

… oppure c’è un po’ di disfattismo?

Voglio dire una cosa, perché vedo che anche tu, come altri che stanno un po’ nell’ambiente, tendi a notare solo uno degli aspetti. Lo stesso succede in quell’articolo a cui hai fatto riferimento di MilanoRomaTrani, pure lì vengono sottolineate solamente queste parti più risentite o rabbiose, per esempio l’intervista ai redattori anonimi. È vero, c’è anche questo nel libro, perché evidentemente quest’ambiente porta a maturare le considerazioni che hai fatto anche tu, che hanno fatto i redattori che ho intervistato e che in parte magari ho fatto anch’io. Però c’è anche dell’altro. Quello che ho provato a fare è parlare di questo mondo, di una situazione comunque tragica, però in modo lieve, anche per renderla accessibile a tutti e non per fare la solita parte di quello che si lamenta che  – anche se su questo tema forse non c’era – ha comunque rotto le palle.

Sì, ma a prescindere dal modo e dal tono, tu comunque dici «Tutto questo sistema fa vomitare». Scherzando e ridendo lo dici uguale.

Lo dico perché penso che è vero. Di solito di questi piccoli editori si parla come se fossero… Ci stanno questi forum tipo Writer’s Dream, dove l’immagine che si dà della piccola editoria è che sono eroi quelli che non fanno pagare gli autori, mentre i maledetti sfruttatori sono quelli che li fanno pagare. Questo è falso, perché l’autore che paga lo fa perché ha un problema direi quasi mentale di vanità, e quindi pensa di dover buttare tremila euro per veder pubblicate cento copie di un libro bruttissimo — perché se ci sono settemila editori e tu non hai scritto una cosa che proprio è carta da culo, qualcuno che ti pubblica lo trovi. Forse mancava un testo che dicesse che in realtà questi non sono gli eroi virtuosi che combattono contro i mulini a vento ma sono in gran parte dei cialtroni e in molti casi – magari cominciando senza volerlo – finiscono per sfruttare la gente. Tutta una generazione di precari, che siamo noi, ha serie difficoltà a trovare un lavoro vero perché le uscite umanistiche non ci stanno più. Mi sembrava che questa cosa così grossa non era stata mai detta, e anzi passava un messaggio distorto, che questi erano dei bravi e virtuosi eroi della cultura. Invece no, non stanno salvando il mondo e no, non gliel’ha detto il medico: se tu non c’hai i soldi per pagare la gente non la fai lavorare in una casa editrice. L’autore che paga invece è perfettamente conscio di pagare, non ci vedo lo scandalo. Mi può sembrare stupido, non scandaloso.

D’altra parte tu fai tutto un discorso sulla bibliodiversità che mi lascia perplesso. Sembra che l’unica garanzia siano le librerie e gli editori indipendenti…

Sono convinto che in parte sia così, nel senso che i grandi gruppi editoriali in Italia sono cinque, e anche se offrono comunque titoli di qualità, se rimanessero solo loro alla fine tu saresti un lettore telecomandato, è come se hai le tre reti Rai e le tre Mediaset e sei costretto a vedere solo quelle. Per tutelare la bibliodiversità sarebbe bene consentire la sopravvivenza di altri soggetti. In moltissimi casi questi altri soggetti sono inutili e superflui e addirittura dannosi, quando creano un problema di nero e di sfruttamento del lavoro, però, al netto di chi non è in grado di fare il proprio mestiere, c’è anche chi ha un proposta culturale significativa, per esempio minimum fax. Se sparisse minimum fax, schiacciata da questo sistema, a me dispiacerebbe.

Del resto tu dici che il sistema delle piccole case editrici è insostenibile, perché si regge sullo sfruttamento dei precari. Su questo si può costruire la bibliodiversità?

Non è così. Non si può tagliare con l’accetta. Essendo migliaia i soggetti, ci sono quelli che sfruttano e quelli che non sfruttano.

Il discorso sulla bibliodiversità non mi convince anche perché viene da chiedersi se non siano molto più efficaci, oggi, progetti come le riviste o i blog o le autoproduzioni, che nascono e sono diffuse tra un gruppo di persone preciso, piuttosto che una casa editrice che nasce dal nulla e si rivolge a un pubblico indefinito che spesso non esiste affatto.

Sulle riviste sono d’accordo. C’è un paragrafo nel libro che si chiama Editori, riviste? che dice più o meno la stessa cosa. Penso che le riviste autoprodotte tipo «inutile», tipo Colla, raggiungano più persone di una casa editrice minuscola. Soggetti di questo tipo poi finiscono per diventare più simili di quanto non sembri a quelle a pagamento, perché raggiungono tanto poco pubblico da essere solo un’operazione di vanità frutto di un semplice spostamento: vanità dell’editore invece che dell’autore. Gli editori piccoli o imparano a muoversi e quindi a distribuire meglio i loro libri, a farsi vedere meglio, oppure sarebbe meglio che non esistessero. Ma non è che esistano solo grandi gruppi editoriali da una parte e editori cialtronissimi dall’altra: in mezzo ce ne stanno tanti. I cialtronissimi per me la danneggiano la bibliodiversità, perché producono un’alluvione di libri che è solo dannosa.

Nel libro dici che a New York ci sono, mi pare, solo una trentina di librerie. Ho potuto constatare che è vero. Questo perché credo che negli Stati Uniti nessuno compri più i libri in libreria: o li ordina da Amazon o si scarica l’e-book. E su Amazon, come su ibs.it, non hai i problemi di spazio, di visibilità sugli scaffali ecc. della libreria, perché lì ogni titolo è presente sempre. È ovvio che poi ci sono i banner, e certi titoli sono disponibili subito mentre altri te li mandano dopo un mese, però ti chiedo: tutto sommato questo sistema non garantisce la bibliodiversità meglio del sistema libreria di catena vs. libreria indipendente, casa editrice grande vs. editore piccolo?

Credo di no, perché in America le case editrici indipendenti e le librerie indipendenti hanno chiuso. Penso che quando si è arrivati ad Amazon quelle erano già state stritolate.

Sì, ma non è che i libri non escono più. Si trovano in altri modi.

Se si riuscisse ad arrivare a quel sistema con la quota di biliodiversità che c’è adesso in Europa e in Italia penso che si concorrerebbe più ad armi pari, questo sì. Però negli Stati Uniti si è arrivati a quel punto quanto ormai il danno era stato fatto. Senza contare che andare in libreria è anche un momento della vita sociale di una persona, e comporta cose come il cosiddetto “acquisto di impulso”, che secondo alcuni riguarda addirittura il 50% dei libri venduti in libreria.

E che esiste pure se trovi un e-book a 50 centesimi.

No, il libro lo devi vedere fisicamente. I banner li mettono solo gli editori enormi che se lo possono permettere. E non è che tu ti vai a sfogliare il catalogo di Amazon.

No, però potresti sentir parlare su un podcast, per dire, di un libro sconosciuto e trovarlo, magari anche gratis, su Amazon come sul sito di qualche progetto autoprodotto.

Le due realtà possono convivere, non si escludono necessariamente a vicenda. E sono convinto che su Amazon e su Internet in generale, se è garantito l’accesso e la visibilità a tutti i soggetti che la richiedono, è vero, la concorrenza è più aperta. Non per questo prima devono chiudere le librerie indipendenti e le case editrici indipendenti — che è quello che è successo in America. Se si riuscisse ad evitare sarebbe meglio. Se no, non muore nessuno.

In Pazzi scatenati non ti lanci in profezie per il futuro, o meglio, non ti metti a spiegare come si dovrebbe fare per. È perché pensi che ormai ci sia poco più da fare o perché non hai tu una proposta?

Io penso che si vada verso il collasso di tanta parte di questo sistema. Quando tanti di questi editori falliranno, forse ci si potrà riorganizzare. Alcuni degli intervistati per esempio hanno detto che bisognerebbe rifondare il sistema di distribuzione dei libri, il diritto di resa ecc. Si potrebbe cambiare già molto modificando il sistema del diritto di resa.

Quindi l’editoria indipendente non è spacciata.

No, io penso che sia abbastanza spacciata, non del tutto spacciata. Io mi auguro che ci siano dei controlli fiscali veri, e le aziende che non sono in grado di essere tali siano costrette a chiudere — lo stesso succederebbe ai librai incapaci di fare i librai —, mentre sopravvivano quelle che hanno la capacità di proporre qualcosa di significativo e quindi vendere libri e pagare gli stipendi — e poi in un panorama più tutelato potrebbero anche esserci dei sostegni statali. Sì, sarei per uno schiacciamento del mercato, che comunque sta subendo una torsione di questo tipo, per cui se quelli che sono veramente dei cialtroni falliscono se lo meritano pure.

Allora la tua proposta per il futuro è la palingenesi della piccola editoria indipendente? Che muoiano tutti gli editori e rinascano migliori?

No, che muoiano quasi tutti e ne rinascano pochi, a norma di legge, e che appunto si facciano leggi che tutelino anche questo settore che attualmente invece non è considerato. Io mi auguro che il legislatore cominci a pensare all’organizzazione di questo mercato del lavoro che adesso mi sembra parecchio disorganizzato.

Facciamo finta che tutto quello che hai detto si realizzi. Facciamo che è il 2012 e tutti gli editori cialtroni hanno chiuso e sono rimaste dieci o cento case editrici che funzionano. Secondo te a quel punto per un autore, o per un laureato in lettere, avrebbe ancora senso entrare in quell’ambiente?

Ci sarebbero poche posizioni aperte, pochi posti di lavoro. Però sarebbero garantiti, e quindi avrebbe più senso di quanto ce l’abbia adesso, perché ora si vive su un’illusione collettiva: chi ti propone il lavoro si illude di poterti un giorno pagare, e chi lavora si illude un giorno di poter essere pagato. Adesso succede così. C’è una generazione di gente che perde anni, anni decisivi, facendo cose inutili. Per gli autori invece è diverso, perché sta esplodendo il fenomeno di quella roba tipo ilmiolibro.it, lulu.com… Il self-publishing, il print on demand. Lo fa già Feltrinelli, lo farà Mondadori. Organizzeranno delle piattaforme per cui questi autori mitomani si potranno parlare tra di loro convincendosi l’un l’altro che sono bravi, magari vendendosi pure mille copie. Tutta roba inutile e senza senso. Addirittura il capo di lulu.com, il servizio di self-publishing più grande del mondo, ha detto che non può essere un caso se pur pubblicando una mole mostruosa di libri tra questi non c’era nemmeno un best-seller. Il ruolo degli editori ovviamente ha ancora senso. La funzione dell’editoria dovrebbe essere quella di filtro: viene pubblicato solo chi è giudicato degno di esserlo. Quando ci stanno degli editori che non sono degli editori ma degli incapaci… Insomma, ho definito tanta parte della piccola e media editoria come l’X-Factor dei sinistroidi, gestita spessissimo da persone che non sanno quello che stanno facendo e che fanno un danno a tutto il sistema, un danno culturale, perché essendo così tanti e così poco capaci fanno venire meno proprio quella funzione di filtro di cui parlavamo. Viene pubblicato chi non dovrebbe esserlo, e in qualche modo va a finire che alcuni editori piccoli sottraggono degli autori al print on demand, facendo anche perdere tempo e soldi a chi lavora per loro. A quel punto il print on demand è un filtro migliore dell’editore piccolo: uno non è in grado di fare da filtro, mentre quell’altro, proponendo una richiesta economica, perlomeno un qualche tipo di sgrossatura ce l’ha.

Dunque, l’editoria indipendente è al collasso, e i grandi gruppi editoriali campano su Fabio Volo, Benedetta Parodi e forse uno o due libri belli. Non pensi che sia ora di pensare sul serio ad altri canali di diffusione della cultura?

Guarda, per me molta di quella che tu chiami cultura è ego. La gente non è che scrive per cultura, scrive perché è vanitosa, è egomane; scrive perché siamo un paese di grafomani, non perché propone cultura… Io penso che sopravviveranno abbastanza case editrici da garantire quella bibliodiversità. E spero che non succeda quello che è successo in America, in Inghilterra, perché lì il rischio diventa reale; poi gli editori diventano tre o quattro, e è come avere cinque reti televisive.

Ma chi è che guarda la televisione?

Tutti guardano la televisione.

Sì, ma ci stanno pure i video dei gattini su YouTube, al posto della televisione. Te lo dico perché coniugare quello che può essere il primo istinto del lettore di Pazzi scatenati, quello che gli fa dire «Spargiamo il sale sulle rovine dell’editoria indipendente», alla considerazione che tutto sommato in quel mondo lì c’è del buono, non mi sembra così facile. Questa parte di buono sopperisce a tutto il resto? È abbastanza per dire che c’è ancora speranza?

Allora, dobbiamo intenderci su cosa significa speranza, perché, come abbiamo detto, c’è speranza che tanta parte di questo muoia. C’è ancora speranza per la cultura e per la trasmissione della cultura attraverso i libri. C’è anche speranza in una migliore regolamentazione di questo segmento di mercato.

Ma non è tardi per pensare a questa palingenesi del sistema?

Guarda, questo libro ha il pregio — e questo te lo posso dire pure io — di parlare di una cosa di cui non si era parlato, non su altri libri. Se tu parli con gli addetti ai lavori, tutti sanno come funziona questo mondo. Magari ognuno conosce il suo settore — il libraio sa come funziona in libreria, il tipografo in tipografia ecc. —, ma se tu vai in libreria e cerchi libri sull’argomento non ci stanno. Il fatto che non ne avesse mai parlato nessuno, da un punto di vista anche di informazione, mi sembra interessante.

Non dico che è tardi se tu consideri Pazzi scatenati come un manifesto delle cose come stanno adesso, dico che potrebbe esserlo se lo consideri come il primo passo di un processo di rinnovamento…

Io lo vedo come un manifesto di com’è la situazione adesso. Poi sono convinto che la cultura trovi sempre un modo per circolare. Magari di libri si faranno versioni e-book che costeranno quasi zero, per dire. Ho molta fiducia nel destino della cultura e della letteratura, non nel destino dell’editoria. Anzi, ne auspico il collasso, perché gran parte di essa ha generato dolore e frustrazione e ha fatto perdere tempo alla gente, e c’è una generazione di persone che o trova lavoro tardi o non lo trova, e si è creato anche un problema grave, socialmente.

Tu sostieni che tutto questo mondo della piccola editoria esiste perché esiste una forma, in sostanza, di schiavitù legalizzata, che è in generale il lavoro precario. Pensi che questo aspetto potrebbe essere importante nella discussione più ampia sui diritti del lavoro?

Persone che lavorano in altri ambiti mi hanno detto che queste cose succedono anche nei loro settori. Bene, io parlo del mio, conosco il mio e parlo di quello che succede nel mio. E credo che possa essere rappresentativo.

Credi sia un discorso anche culturalmente più interessante di una roba come Generazione TQ?

Io parlo di cose concrete.

Saprai che la Rete dei Redattori Precari di recente ha mandato sette domande all’AIE, chiedendo di aprire un dialogo, che in sostanza si riconosca almeno che esistono.

Non conosco le domande, però ti posso dire che è ovvio che chi lavora deve essere pagato. In generale penso che spesso sarebbe bene non accettare questi lavori, non a queste condizioni. In questo momento c’è troppa offerta in questo settore e oltretutto in Italia de facto non esiste il concetto di meritocrazia. Le generazioni precedenti godevamo di un mercato migliore e da posizioni consolidate in molti casi hanno in buona sostanza fottuto quelli dopo. A loro volta complici? In qualche misura sì. Certe condizioni non andrebbero accettate, per dignità personale e per non svalutare il lavoro stesso che si vorrebbe fare: se qualcuno è disposto a farlo a zero difficilmente poi qualcun altro verrà pagato per lo stesso posto. Ma le regole e il campo da gioco non l’hanno disegnato loro, cioè noi. C’è anche da dire che l’idea di fare il redattore o, per esempio, il giornalista, in molti casi può diventare un’ossessione che sta scritta nelle teste dei singoli. Ci sono altri mille lavori ugualmente o più appaganti. Detto questo, per me, ancora adesso, resta un mistero la totale mancanza di organizzazione come classe sociale — o comunque la si voglia definire — di tutta questa gente, che poi in gran parte siamo noi. È una cosa che doveva essere fatta almeno quindici anni fa.

 


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