{quella che segue è una parte di un’intervista a Rick Moody che il nostro Giacomo Buratti ha avuto occasione di portare a casa durante una recente visita a New York. Per leggere l’intervista completa scaricate il nostro speciale interviste (Oggetto: Interviste), gratuito per i nostri abbonati, o in vendita su Port Review.}

È una domanda un po’ stupida ma te la devo fare: ti hanno mai scambiato per Hank Moody, quello di Californication?
La cosa divertente è che mio zio — il mio prozio, in realtà — si chiamava Hank Moody, e il mio vero nome è Hiram, con l’acca, così quando la serie è iniziata mi è capitato di chiedermi se fosse una specie di cronaca… su di me. E conosco qualcuno che conosce Tea Leoni, la moglie di David Duchovny, e ha chiesto a Tea e David se il nome [Hank Moody] fosse basato su me, e loro dicono che non è assolutamente così…

Scrivi testi di canzoni, e hai una band. Per te allora è più facile avvicinarti alla musica?
Beh, secondo me musica e letteratura condividono lo stesso terreno, perché alla fine la letteratura è fatta di suono. La letteratura è quel medium dello storytelling in cui la tradizione del racconto orale è rappresentata dalla roba nera sulla pagina bianca. In sostanza è una questione di suono, originariamente. Quindi credo che essere interessato alla musica aiuti uno scrittore a sviluppare l’orecchio, così che quando torna al lavoro sulla pagina può pensare meglio al suono delle parole, alla funzione del ritmo ecc., più di uno che non ascolta musica o non ha mai provato a suonare uno strumento. Per me, è un hobby utile anche a sviluppare abilità che mi servono prima di tutto per essere uno scrittore migliore.

Non posso non parlare di tutto il cicaleccio intorno all’ultimo romanzo di Eugenides. Ho letto questo articolo sul New York Magazine, questo dettagliatissimo resoconto dei rapporti tra scrittori [Eugenides, Franzen, D.F. Wallace], dove anche tu sei nominato. Come ci si sente a essere l’oggetto di un tale interesse?
Non penso che quell’articolo avesse molto a che fare con me… Ti dirò, io voglio bene a Jeff [Eugenides], è stato come un fratello, al college. Ho come una profonda lealtà verso di lui, lo considero un brav’uomo, e mi piace molto il suo lavoro, e… e , fossi stato in lui, credo che mi sarei sentito malissimo a leggere quell’articolo. Quell’articolo era stupido, e avrei trovato irritante, e ho trovato irritante il fatto che è impossibile parlare dell’opera, quando tutto quello di cui siamo in grado di parlare è se questi tizi erano in competizione e quanto è triste che quello s’è ammazzato. Io ero amico di quello che s’è ammazzato, e mi piaceva enormemente, e con lui sentivo una vera collegialità, e sono stato distrutto da tutto quello che è successo, e capisco che per certi lettori della scena letteraria americana contemporanea è una ferita tanto persistente, ma il libro di Jeff è qualcosa di completamente al di sopra e lontano da tutto questo, e merita di essere valutato in base a ai suoi stessi termini, cioè se è o no un buon esempio di prosa di inizio XXI secolo. E lasciamoci tutta quest’altra merda alle spalle. È semplicemente irrilevante. E, cioè, magari lui se l’è pure in parte cercata, perché ha scritto un romanzo sulla Brown University nel 1982, ma l’articolo non era sulla Brown University nel 1982. Non capisco il resto che c’entri.

Ho letto un’intervista in cui parlavi di “delusione semantica”, cioè dell’idea del linguaggio come qualcosa di non sempre in grado di descrivere esperienze, emozioni, ecc. Mi chiedevo se sia una cosa che ancora provi, la “delusione semantica”, e se ti spinge ad andare avanti oppure la vedi come una minaccia.
Sì, la provo ancora, eccome. E sento, nel mio caso, la frustrazione nel provare a piegare il linguaggio al mio volere… e un senso di… disperazione, quando mi guardo indietro, perché non ho saputo scrivere il romanzo che avevo in testa. Cioè, pure adesso che ti rispondo sto ripensando alle risposte che ti ho già dato. Provo questo senso di fallimento riguardo alla mia abilità di usare le parole esattamente come voglio. Credo che in parte quello che faccio sia accettare il mio lavoro come viene sulla pagina, piuttosto che farlo aderire a un possibile fine idealizzato. E questo significa in un certo senso abbandonare le mie ambizioni artistiche per adattarmi ai fallimenti della sintassi.

Credi che ci sia spazio per una discussione seria e interessante sulla letteratura?
Io penso di sì. Qui c’è la New York Review of Books, un periodico intero dedicato a quello, e ce n’è uno a Boston, la Boston Review, pure ben fatto. Lo spazio c’è. Vendono tante copie? No, non vendono tante copie, ma chi cazzo se ne frega.

Questa era l’altra parte della domanda: la discussione è rilevante?
Chi se ne frega. A me mi frega di quello che pensa la letteratura, non mi frega un cazzo di quello che pensa, che ne so, la gente di Prospect Park. Voglio dire, noi non lavoriamo sulla forma per chiunque. Se lo facessimo saremmo tutti Stephen King. Non è quello che faccio io, in ogni caso. Cioè, sono contento che in giro ci sia Stephen King a fare quello che fa, ma non è quello che faccio io. Le riviste che si vogliono rivolgere al pubblico più grande e più numeroso possibile devono per forza di cose abbassare il livello. Io non voglio andare in quella direzione. Non lo vedo come il mio lavoro.

Ma non pensi che sia…
Elitario? È elitario. Non mi crea nessun problema.

A parte quello, non pensi che dovresti, non lo so, diciamo fare la differenza?
Credi che a qualcuno freghi un cazzo di quello che un mucchio di scrittori pensa di qualsiasi cosa?

{grazie a Gianluca Didino, Giorgio Fontana e Francesco Sparacino per l’aiuto}