{di Alessandro Milanese}

Ci sono dei momenti nella vita di ogni essere umano (solitamente quando ci si avvicina ai 40) in cui si cerca di tornare indietro.
Regredire, si direbbe in italiano.
Io, nello specifico, penso di essere arrivato a quel momento.
Sintomi:
– abuso di social network
– disinteresse per ogni cosa importante, seria, o che abbia un senso
– grande passione (non ricambiata) per ogni fresca maggiorenne
– serate goliardiche tipo: party o festival estivi

E così, in questa fase delicata della mia vita, mi sono ritrovato in compagnia di alcuni amici meno anziani del sottoscritto ad affrontare il Miami, festival della nuova musica italiana. Saltando a piedi pari la serata del venerdì, di cui mi ricordo molto poco (per via di uno zaino colmo di gin lemon, ma questa è una lunga storia) a parte uno scialbo set delle Luci e i Massimo Volume da cui mi aspettavo di più, arriviamo alla domenica, e ad un gruppo in particolare.
I cani.
Si, avete capito bene, esiste un gruppo che si chiama I cani.
Piccolo caso del mondo indie italiano, I cani sono un misterioso progetto di un misterioso giovane di Roma, che al Miami esordisce live: il primo concerto di sempre. In questi mesi con una intelligente operazione promozionale 2.0 (zero volti, zero informazioni, zero video, solo brani qua e la e false voci ad arte) fan parlare di loro, tanto che alle 20.40 ci ritroviamo un migliaio di cristi davanti al bellissimo parco La collinetta.
L’attesa è tanta tra i giovanissimi fan (con uniforme nerd di rito), e dopo l’intro di Theme from the cameretta (gli Mgmt e una sigla tv anni 80), suonato con sacchetti del pane sulla testa, i ragazzi tolgono il velo e ci regalano le loro facce da schiaffi anni 1989 – 1991 circa.
Il concerto dura una ventina di minuti, tra ovvi problemi di suoni, emozione che tradisce, e scontata poca dimestichezza col palco.

Il tutto conferma pregi e difetti del disco.
Un suono perfetto per il 2011, elettronica a basso costo e a bassa fedeltà, ma che rimane sempre uguale, come le canzoni che a volte paiono interscambiabili da quanto sono simili.
Alcuni detrattori potrebbero dire inoltre che i testi sono farciti da luoghi comuni di questa generazione a cavallo dei 90: Facebook, Mac Pro, la coca, Flickr, Vasco Brondi etc etc.
Ma sono anche abbastanza convinto di due cose:
Punto primo: scrivere di cose che si conoscono, o comunque di cose che ci circondano non è di per sé un problema, o una colpa, anzi.
Punto secondo: siamo sicuri che chi critica questo appeal giovanilistico sarebbe in grado di scrivere un testo come Velleità (che racchiude saggezza e cinismo, ed è al tempo stesso impossibile da non canticchiare), o il ritornello perfetto della bellissima e fin troppo realistica Post punk (storia che assomiglia tristemente alla mia, salvo che io per Blow up non ci ho mai scritto).
Personalmente non so quanto possa durare questo pseudo-fenomeno chiamato I cani, so solo che il disco alla fine funziona come deve funzionare, suona sporco come deve suonare, e i testi al secondo ascolto ti saltano fuori all’improvviso. Come è capitato a me, due del mattino, tra le fauci un disgustoso panino con la salamella, e trovandomi vicino al leader (nettamente meno brillo di me), ho avuto l’irrefrenabile desiderio di chedergli se davvero come dice in Door selection le bariste ci provano con lui.
Non ho chiesto niente: mi son soffermato sugli occhiali trendy e sul suo sguardo ingenuo, e mi sono allontanato pieno di salse sulle mani.
Chiamatela come vi pare, io la chiamo invidia.

 

I cani: Il sorprendente album d’esordio dei Cani, 42records, 2011