Per ora noi la chiameremo felicità

{di Alessandro Milanese}

Vasco Brondi (alias: Le luci della centrale elettrica, per gli amici solo: Le luci) mi deve due anni della mia vita.
Sì. Non è il solo colpevole di un vortice che mi è costato caro, ma ci ha messo lo zampino, e che zampino. Bastò infatti un concerto semideserto in estate, un pezzo in una rivista di un amico scritto di mio pugno, ed una distratta lettrice, per complicare terribilmente la mia monotona esistenza.
Ma tant’è, quel che è fatto è fatto.
A parte questo piccolo particolare, e un po’ di rancore latente, devo ammettere che il suo disco d’esordio mi ha fatto letteralmente sbroccare.
Scarno, riferimenti alti (CCCP) e bassi (Rino Gaetano), testi suburbani e freddi, insomma la cosa giusta al momento giusto. Approfondisci

numero 43

{l’editoriale, di Alessandro Romeo}

C’è qualcosa nella letteratura che ti fa cacare sotto. Io per esempio ho tanta paura. Ho paura di leggere i libri perché magari non li capisco; ho paura di scrivere perché magari faccio errori; ho paura di sbadigliare leggendo Pasolini perché magari la gente pensa che sono superficiale. Mi consola non essere solo. So di non essere solo perché quando la gente ha paura fa una cosa semplice: scappa; e di gente che scappa ne vedo a badilate. Per esempio le riviste non si chiamano più riviste. Sono in fuga da se stesse. Si chiamano luoghi di passaggio, territori di confine, traiettorie di esperienza, crocevia di sensazioni, occasioni di ripensamenti, samisdzszdzazzarazzat. E la rivista rivista? Quella squadrata piena di roba figa, quella coi racconti, dov’è? Cucù…

Sto esagerando? Scusate. Allora, sottovoce, vi dico: Micronarrativa, Merola, Porcelluzzi, Loretta e Cattani, cioè i nostri autori più un disegno dell’autore di Barcazza, umilmente parlando. Speriamo che non ci senta nessuno. Viva l’opuscoletto, cazzo!

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I Noam, che hanno pubblicato il disco omonimo

{di Matteo Scandolin}

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A me è capitato un paio di volte di sentirmi “inseguito” dai Perturbazióne. Nel senso che ero a Trento a un concerto all’università, oppure a un festival rock vicino a casa, e a un certo momento guardavo sul palco e vedevo salire il gruppo torinese. Non che la situazione fosse spiacevole, anzi: ascolto i Perturba dal ‘98, da quando mio cugino mi passò il loro primo disco, Waiting To Happen. (Roba che voi, ah!, le navi in fiamme al largo dei bastioni di Saluzzo…) Mi considero un fan della prima ora. D’accordo, la mia discendenza ha facilitato le cose (1), ma comunque: io credo davvero che i Perturbazióne siano un gruppo eccezionale, e che la loro discografia parli da sé; se non basta la discografia, agguanta Del nostro tempo rubato e fatti un favore. Approfondisci

La passione, di Marco Montanaro

Francavilla Fontana, amministrative 2009. Una campagna elettorale esemplare: vale per tutte, se non ne avete mai fatta una. Un resoconto più vero del vero, la Passione come non l’avete mai vista.

Si presenta così il nuovo libro di Marco Montanaro. Marco Montanaro scrive per noi da molti anni, e da un po’ meno è anche in redazione. È il nostro libero smarcatore di molti pensieri e molte rubriche. Insomma, noi siamo molto contenti che sia uscito questo suo nuovo libro, anche perché quello di prima c’era piaciuto molto. Molto, l’avrete capito, è l’aggettivo che connota questo post: e molta è La passione, di Marco Montanaro. (E per finire: molto bella è la realizzazione grafica e cartacea, di questo libro.)

(il sito dell’editore)

Raffa dei miracoli. Fenomenologia della Carrà in alcuni punti precisi

{di Andrea Dispenza}

1. Raffaella non è solo del ciccione
Anche noi abbiamo dovuto pagarla tanto, anche noi abbiamo dovuto pagarla cara. Ben prima di quel giocattolino di Tiziano Ferro che in sordina spostava tutti i mobili e li metteva giù in cantina per ballare il Tuca Tuca. Roba di quando pesava 111 chili, di quando, per il lardo, non si poteva permettere lo scatto all’indietro in ginocchio, mezze punte, schiena dritta, con mossa del capo e braccio teso in avanti che si deve fare dopo il ‘mi piaci’ o ‘si chiama’ di quell’immensa canzone.
Ecco, una cosa a Tiziano (botte di) Ferro gliela concedo: l’ammirazione che prova verso Raffaella Carrà. Sarà tanto grande da averle voluto dedicare una canzone?
Oppure quell’ex ciccione sarà astuto a punto tale da metterla in un testo, in un video, in un concerto in carne e ossa (e aureola) e commercializzare così un’icona sociale e camparci sopra a lungo, tra case in Inghilterra, voli in America, vestiti griffati? Da uno che ha strumentalizzato il suo lardo e persino la sua omosessualità non sarebbe motivo di stupore. Ma l’ammirazione verso Raffaella, qualunque sia poi la piega che prende, è sempre qualcosa che fa bene alla salute.
Che gli ex lardoni e improvvisamente finocchi però, almeno giustificassero il motivo di tanta lode. Approfondisci