Dieci cose che mi sono piaciute di Luke, di Alice Socal

{di Alessandro Romeo}

Il mese scorso per la Giuda edizioni è uscito Luke. Anche i cattivi invecchiano, il primo graphic novel di Alice Socal. Luke racconta in maniera obliqua la quotidianità di Mark Hamill, l’attore che in Star Wars faceva la parte di Luke Skywalker e che ora si trova a vivere una vita complicata, in balia dei fantasmi del glorioso passato e dei capricci del padre Dart Fener ormai vecchio e invalido.

Oltre ad aver realizzato svariate illustrazioni per inutile Alice è anche mia amica, quindi qualunque recensione a Luke sarebbe davvero poco credibile. Allora ho pensato di fare un semplice elenco delle dieci cose che mi sono piaciute, poco credibile pure questo, però come dire, a un certo punto me ne frego. In ordine casuale, mi è piaciuto:

1. Che Mark Hamill sia trattato come un personaggio di fantasia al punto che non è più possibile scindere Mark da Luke.

2. Che Dart Fener, ridotto alla sola testa nera che tutti conosciamo, sia un rompimaroni senza precedenti e che all’inizio di ogni capitolo dica cose a caso come «lumacone» o «episodi, mica capitoli!». Approfondisci

Quello che succede succede

{di Federico di Vita}

Ecco la prima puntata della nostra rubrica di calcio made in Federico di Vita, l’uomo che si legge la Gazzetta con i gomiti appoggiati sul frigorifero dei gelati Motta. Si parlerà istericamente di club, nazionale, calciotto con gli amici nei campetti tristi, con accento vagamente romanesco e tanta voglia de mmenà.

Lunedì prossimo, il 28 marzo, l’AS Roma sarà ceduta ai nuovi proprietari ammerigani, in particolare il rubizzo zio Tom Di Benedetto planerà in Roma per apporre le agognate firme. Molteplici le reazioni der monno de politica-pallone-eccetera. I tifosi — che all’insensata notizia di un interessamento da parte della casa reale di Abu Dhabi (sic!) si erano travestiti da sceicchi (ri-sic e vedi sopra) (ma c’è una casa reale ad Abu Dhabi, o mi confondo io?) – si apprestano ora a sventolare improvvidamente vessilli strisciostellati. Approfondisci

numero 42

{l’editoriale di Alessandro Romeo}

Gli editoriali di un’unica lunga frase, piena di incisi e di allusioni, in cui si può parlare di tutto, anche divagando o, se sei bravo, arrivando a quello che vuoi dire in maniera indiretta, che è un po’ come imboccare un controviale che ti porta nella stessa direzione del viale principale ma che sul più bello ti permette di svoltare, causando peraltro problemi a chi deve attraversare la strada, tipo quella volta che ho visto una donna a cui una macchina ha investito solo il tallone, e lei mica si è fatta male, macché, ma si è lo stesso messa ad urlare – un urlo tripartito “AH AH AH” – e poi ha volteggiato su se stessa così, senza convinzione, recitando, e si è accasciata e aveva una faccia così inutilmente allarmata, o di far credere che vuoi svoltare invece sticazzi, ma è una metafora abusata quella delle strade, e io non sono mica tanto in grado di farlo, o di niente, e di nomi che non sai chi sono finché non hai visto chi ha collaborato (come in questo caso Bondarenko, Piazzon, Vajngerl, Loretta, Boligol, Maggiolo, Maggipinto), sono belli perché fino a metà li segui e dalla metà in poi non capisci più un cazzo.

{Scarica il #42}

Cattani e Barcazza a Mestre

Qualche tempo fa in redazione girava questo piccola storia di Francesco Cattani che ci piaceva un casino. Si intitolava Barcazza e stava tutta in un albetto di venti pagine autoprodotto dagli ernestvirgola. Sono passati un paio d’anni, la storia è cresciuta fino a diventare una vera e propria graphic novel, Cattani è diventato sempre più bravo, e ora Barcazza è stato pubblicato da Canicola. Se n’è parlato ovunque (Internazionale, Repubblica, Corriere, Animals, Blow-up) e Sabato 19 se ne parlerà anche a Mestre, alla libreria Wonderland (via Ca Rossa 93) alle ore 18.30: i nostri Matteo e Federico faranno una lunga chiacchierata con Francesco Cattani, si berrà dello spritz a prezzo modico, e si starà tutti in piedi schiacciati tra pile di libri come piace a noi.

Intervista a Martina Testa

{di Nicolò Porcelluzzi}

Al posto di una fredda introduzione impersonale (rigorosamente in italic), in cui ti presento all’infinita falange dei lettori di «inutile», ti chiedo innanzitutto di concederci un’allegra, mini, autobiografia.

Sono nata a Roma nel 1975, dal 2000 lavoro a minimum fax prima come redattrice, poi come caporedattrice e editor della narrativa straniera, ora come direttore editoriale. Dal 1999 faccio anche la traduttrice free-lance dall’inglese. Ho tradotto una quarantina di libri; fra gli autori su cui ho lavorato ci sono David Foster Wallace, Jonathan Lethem, Cormac McCarthy.

A Venezia, qualche mese fa, ho avuto il piacere di essere tra il pubblico di una conferenza tenuta da Anna Nadotti (per chi non lo sapesse, critica letteraria, consulente editoriale, ma soprattutto traduttrice per Einaudi): sinceramente in quell’aula c’era un piacevole teporino, quindi di quelle due ore ho parecchi ricordi ma, non troppo nitidi. Partendo dal fatto che Nadotti parlava di traduttori più o meno riconoscibili, secondo te la figura del traduttore deve essere accompagnata da uno stile personale, o deve rimanere nell’ombra, una specie di meccanico sotto una jeep?

Sì, hai usato proprio la metafora che uso spesso io, quella del traduttore come meccanico. Approfondisci