Ride

{di Alessandro Milanese}

Da mesi ormai, nei blog più cool e trendy del pianeta si ciarla di questa etichetta, la Mexican Summer, che dovrebbe essere (secondo i nuovi esperti) la miglior bottega del recente revival shoegazers.
Per i molti che non lo sapessero, il termine shoegazers fu coniato dalle riviste inglesi (NME per la precisione, se non erro) per catalogare delle band che imperversavano alla fine anni 80. Band come My Bloody Valentine, Jesus & Mary Chain, Lush, che come da traduzione si guardavano le scarpe mentre suonavano. Oltre ai loro lacci questi ragazzi d’Albione ammiravano gli States e il rumore dei Sonic Youth, oltre al pop dei loro genitori, Beatles in testa. Approfondisci

numero 40

L’editoriale, di Alessandro Romeo

Negli ultimi anni, grazie a internet, il verbo “connettere”, con tutti i suoi derivati e simili, è tornato in auge. Per esempio oggi ho scoperto che sul sito americano della Bugatti puoi scegliere l’auto dei tuoi sogni nel colore “rape yellow”, che tradotto letteralmente significa “giallo stupro” e il giallo stupro è il colore di un mucchio di cose che ho sotto gli occhi in questo momento, tipo il portabanana giapponese che mi ha regalato un’amica, l’accappatoio in ciniglia appeso all’attaccapanni, la vecchia scatola del Memory comprato nel 1987, le costine del Topolino. Si potrebbe narrare un’intera vita a partire dal color giallo stupro, connettendo elementi eterogenei, distanti tra loro nel tempo e nello spazio. Anche il colophone qui sotto è giallo stupro. Una volta stampato sarà sicuramente diverso da come si vede sullo schermo, però non sentitevi traditi per questo: è giallo stupro al 100%. E insieme a Capaccio, Maggiolo, Loretta, Porcelluzzi e Daniel Cuello, il giallo stupro è il vero protagonista di questo numero. (Sì, ok, va bene, il portabanana era di cattivo gusto).
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gianfranco folena

{di Massimiliano Chiamenti}

oggi sono agli arresti domiciliari
per così dire
perché mi sono finto malato per rabbia
e così devo attendere il medico fiscale
come dice la legge
nel mio domicilio
e la mia rabbia è infatti questa
che lo stipendio è in ritardo di quasi tre mesi
la busta paga non arriva
e quindi non ci sono più soldi
né per mangiare
né per l’affitto
né per un’ora di svago serale
e poi questo lavoro a scuola non mi piace Approfondisci

Crisi d’oro

{di Michele Filippo Fontefrancesco}

Lunedì 22 Dicembre 2008: tre giorni a Natale. Arrivavo dopo mesi di distacco a Valenza, per una ricerca preparatoria il mio lavoro dottorale. Non era di certo la prima volta che arrivavo in città. Ci avevo studiato e lavorato per oltre un decennio.
Era quasi Natale, il periodo di più intenso lavoro del mondo orafo e di febbrile attività in una delle tre capitali dell’oreficeria italiana. Negli anni migliori, in città da fine novembre a gennaio le fabbriche orafe lavoravano dodici, quattordici ore al giorno, spesso anche la domenica, cercando di completare gli ordini ricevuti nell’autunno, durante le fiere di Vicenza e Valenza. Sin da bimbo avevo vissuto cosa eraValenza sotto Natale, come le luci delle fabbrichette orafe non si spegnessero se non in tarda nottata, come le strade fossero affollate di macchine provenienti da tutto il mondo.
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