numero 37

L’editoriale, di Alessandro Romeo

Byron Moreno è un amico di famiglia. Mio papà l’ha conosciuto nel ‘94, mentre era in Ecuador, per un congresso: in quell’occasione Moreno coordinava il catering. Non so come sia andata di preciso, ma a congresso chiuso si imbucarono in una locanda a bere fino a notte fonda. Lì Moreno raccontò il suo sogno di diventare arbitro di fama internazionale per poi aprire un night club sulle pendici del Cayambe. È per questo che a casa mia, nel 2002, durante Italia-Corea del Sud, si tifava per lui.
Un mese fa Byron Moreno venne a trovarci. Sul mio tavolo c’era la prova di stampa di questo numero. Zio Byron la prese tra le mani e si sedette su uno sgabello all’ombra del cedro: Piscitelli, Milanese, Maggiolo, Loretta, JC&APK. Lesse tutto. Poi sorrise e accennò a dei passi di danza. Fu allora che notai com’era ingrassato dal mondiale 2002. Sembrava che si fosse riempito le mutande di sabbia. «Con questa roba negli Stati Uniti vi potreste fare la grana» disse.
Ecco, zio Byron, se stai leggendo queste righe sappi che mi piace immaginarti così: mentre attraversi la frontiera statunitense esportando genuina cultura italiana. Approfondisci

Memorie di un surfista

{di Mariagrazia Gallù}

Hachiro si ritrovò uomo in men che non si dica, fu assunto in un’agenzia di import/export come addetto magazziniere e sposò Masako. Non vi furono particolari festeggiamenti.
I suoi colleghi di lavoro si riconoscevano quasi all’unanimità in quel popolo che per definizione veniva indicato come esempio di semplicità e parsimonia, ma Hachiro, a detta loro, era un caso a parte. Alcuni lo avevano etichettato come un individuo pervaso da eccessiva autostima ed arroganza. I più attenti, che la vita gli scivolasse addosso e vivesse in realtà in un mondo tutto suo. Che il suo corpo seguisse il corso naturale degli eventi, ma il suo spirito cercasse qualcosa che aveva perso anni addietro o in realtà non aveva mai trovato. Eppure c’erano stati dei momenti in cui Hachiro aveva sentito le propria libertà di agire e di espressione minate dalla propria esistenza. Nessuno se n’era mai accorto. Approfondisci

Il funerale della balena

{di Matteo Scandolin}

Il funerale della balena è l’immagine che apre il libro, perché è la copertina. Ed è l’immagine che chiude il libro, raccontata da Gian. Gian è un personaggio che ha lo stesso nome dell’autore. Non è un caso: Gian-Andrea Rolla dice nei brevi commenti alla fine del libro che Il funerale della balena raccoglie le sfortune che si sono accatastate sulla sua famiglia. Le sfortune del libro si accatastano attorno, dentro e sopra all’arabeta Mina, che squassa la vita delle famiglie di Portino, grumo di case nelle terre liguri: Mina che figlia di una puttana marocchina dalla madre ha imparato la potenza del corpo e dal diavolo l’uso del suo cervello di serpente. Approfondisci

Antropometria di Paolo Zardi

Sembra che ultimamente gli autori che pubblichiamo vengano premiati con un’altra pubblicazione. Tutta loro. A forma rettangolare, con molte più pagine dei nostri opuscoli. Insomma: libri. Libri veri, eh. Belli, anche. Come quello di Paolo Zardi, che si chiama Antropometria, che è pubblicato da Neo Edizioni, che esce oggi, giusto oggi, di cui voi avete letto un racconto, magari, un po’ di tempo fa, ecco magari potreste rileggerlo, o leggervi quest’altro racconto poi andare a comprarvi il libro. Ed essere soddisfatti, come noi.

«Alfabeta 2» esiste

{di Alessandro Romeo}

Io sono nato nel 1985 e di «Alfabeta», la rivista, non ho mai sentito parlare. Ho scoperto la sua esistenza pochi giorni fa quando ho avuto davanti agli occhi il primo numero di «Alfabeta 2». «Alfabeta», la prima, è durata dal 1979 al 1988. «Alfabeta 2», invece, è nata quest’anno, ed è una continuazione ideale della prima: a Luglio è uscito il primo numero, pochi giorni fa è uscito il secondo. Approfondisci

jogging

{di Michele Filippo Fontefrancesco}

“Jogging” è un termine apparso sei secoli fa in inglese e poi diventato di uso comune da un cinquantennio per indicare un correre lento, con una velocità sotto le sei miglia orarie. Di fatto, a partire dagli anni ’60, è diventato un esercizio popolare negli Stati Uniti per tenersi in forma, o più semplicemente una diffusa pratica espiatoria per scontare i bagordi alimentari del giorno prima. Negli stessi anni, in Europa, fare jogging era considerato una stramberia: si era troppo seri per mettersi in pantaloncini corti il 3 Febbraio e correre per la città all’alba, ed era ancora da venire il tempo in cui mangiare sarebbe diventato un motivo di rimorso. Cinquant’anni dopo, comunque, anche in Italia, il jogging e la corsa son diventati riti collettivi, ultimo appiglio per un mondo di uomini segretamente in lotta con la propria bilancia. Approfondisci